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Full text of "Da Napoli a Procida passeggiata di G. B. Bazzoni"

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BIBLIOTECA LUCCHESI-PALLI 


IV.^ SALA [ 

Scaffale ... 

Pluteo 

N.® Catena 

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l\APOLl A PROCIDA 

PASSEGGIATA 



DI 6. B. BAZZONI 




TIP06R4FIA 1)1 VINCENZO GliCLlk'LNl.XI 




by Go'igle 




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1S40 


— Ah/ vous voilà enfiti, mon^ 
f^ieur le Milanais/ 

— Oh/ bonjourM» V» commenl ga 

VOrt-il? 

— 'Très-hien et vousf... Mais où 
diable dono restez-vous fourré, qu\on 
ne vous rencontre nulle pari? 

— Et pourtantjemepromèn(\toute 
la joufnée, mais comme^vhus voyez 
Naples est si grande..,. 


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6 


PASSEGGIATA 


— Oui, voiis avez raison, ces mau- 
dites rues soni interminahles. , c* est 
presque camme à Paris. Diles-moi , 
où logez-vousf 

— A V Hotel du Commerce (Mez 
Martin ici dans cette rue mème; et 
vous? 

— Moi à la Victoire toni près de 
la Villa Reale; on y est fort bien, 
on y joiiit d'une vite superbe sur la 
promenade publique et sur la mer. 

— Oui, je le sais. Ah! Ah! vous 
vous étes lancé dans le genre su- 
prème. Il y a là de mes compatrio- 
tes de la plus haute volée. 

— Je le crois bien , et ils trouve- 

« 

ront que c'esl plus agréable que dans 
leurs hótels de Milan, quoique ma- 
gnifiques. Milan est une très-belle 
ville, mais elle manque tout-à^fait de 
beaux points de vuei On a eu tori de 


« 


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DA NAPOLI A PROCIDA. 7 

ne pas la*hàlir toni près dii lac de 
Come, ou du Lac-Majeur, ce serait 
si délicieux . . . . Or dono contez-moi, 
est-ce qiie vous avez déjà vii bien 
des choses ici? étes-voiis monté au 
Vésiive ? 

— Pas encore, je compie bien y 
aller, mais auparavant je veux voir 
Ercolano et Pompei, il me sembk 
qu’après ca Vascension au Volcan 
doit ètre plus intéressante , ce sera 
connaitre le bourreau après les vieti- 
mes. Et vous àprésent, où allez-vous? 

— Je vais au Musée Bourbon voir 
ce fameiix cabinet.... vous savez?.... 
J*ai obtenu par Ventremise de nolre 
Ambassadeur ma carte d* entrée. 

— J'en suis aussi pourvu, mais 
par une si belle journée ce serait 
dommage d' aller s’ enfermer parmi 
des statues , des bronzes , et des 


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8 PASSEG6IATÀ 

tableaux, quand mème ce s'erait dans 
le cabinet secret.., Les étrangers doi-, 
vent avant tout savoir jouir le plus 
possible du beau del et du soleil de 
Naplcs. Venez avec moi, sortons de 
la ville. 

— Mais où voulez-vous que neus 
allionsf 

— Allons à Pozzuoli, 

— i4’ Pozzuoli et à Baja aussif 

— Oui. 

— Accepté. 

E così dicendo fece un demi^tour 
sopra i talloni, senza pur cavare le 
mani dalle tasche laterali del suojoo- 
letot^ e si mise a camminare al mio 
fianco. Questo incontro avveniva nella 
contrada Toledo allo sbocco della via 
de’ Fiorentini, cosi delta, perchè con- 
ducente al Teatro della Commedia, 
che chianiano il Teatro dei Fioren^ 


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DA NAPOLI A PROCIDA. 9 

lini, quasiché fosse loro esclusiva fa- 
coltà r occuparne le scene. Il mio in- 
terlocutore era un giovane francese, 
il quale mi era stato compagno nella 
diligenza da Roma a Napoli, e con cui 
aveva stretta, durante il viaggio, pronta 
amicizia, andandomi sommamente a 
genio la vivacità dell’ indole sua , ed 
una naturale speditezza di parole e 
d’idee, da cui non di rado era stato 
io stesso trasportato piacevolmente a 
sdrucciolare, ragionando, sulle cose 
anche più gravi. 

Camminammo insieme per la po- 
polosissima strada Toledo, urtando 
riurtati, e storditi dai parlar rumoroso 
de’ passeggeri , e più dalle grida dei 
venditori stabili ed ambulanti d’ ogni 
genere di commestibili , dagli acqua- 
juoli, dai suonatori, e dallo scontro 
degli innumerevoli cocchi, che colà 


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10 PASSEGGIATA 

trovano sempre modo di correre ve- 
locemente anche tra la gente stipata, 
e gareggiano, s' incrociano, senza mai 
dar di cozzo tra loro, od offendere 
persona. E se ne veggono passare di 
tutte le specie e forme possibili, in- 
cominciando dallo svelto ed indigeno 
curricolo sino omnibus gigantesco, 
che quivi , come altrove , divenuto il 
veicolo del popolo , si fa dominatore 
delle contrade, tenendo fronte altera- 
mente agli equipaggi patrizi. Noi pro- 
cedevamo assediati dalle offerte dei 
condottieri delle carrozze e dei ca- 
lessi da nolo ; altri de' quali ci invitava 
a salire, mandando innanzi i cavalli 
e vocitando dall’ alto del cassetto: — 
Ehf Eccellenza? vqlite carrozza, Ec- 
cellenza? — altri facendoci inseguire 
da certi ragazzetti pezzenti e sudici 
fuor di misura, che insistevano ripe- 


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DA NAPOLI A PROCIDA. H 

tendo: — Signorinif carrozza; volile, 
volile? — ed altri sbarrandoci il passo 
ed aprendo a dirittura lo sportello gri- 
dando: — Monlale. 

E si fu cedendo alfine ad uno di 
questi, il quale s' accontentò di più 
onesta mercede, che ci trovammo se- 
duti in un carrozzino scoperto , con- 
dotti a buon trotto da due cavallucci, 
fuori della via Toledo j giù per la 
strada di Chiaja , dove T affollamento 
del popolo era minore. 

— Regardez; oh mon Dieuf ce 
gueux de voiturier rCa pas méme de 
chemise (disse il francese additandomi 
r abito mal rattoppato al dorso del 
vetturale, sotto cui si mostrava la 
nuda pelle). Et regardez cecif Dans 
quelle vilaine charretle sommes-nous 
tombés! — così aggiungeva torcendo il 
grifo c facendomi osservare le macchie 




k a 


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42 PASSEGGIATA 

d'ogni colore, sparse per la tela bianca 
con righe cilestri, che ricopriva i cu- 
scini su cui sedevamo. Io gli risposi: 
— A la guerre comme à la guerre, 
et en voyage comme en voyage, le 
son cose da nulla, ed a queste inezie, 
caro mio, qui non si bada. — Gli 
feci poi osservare che non mancavano 
i fiacres ricchi ed elegantissimi , ma 
che per una gita come doveva essere 
la nostra, ci avrebbero costretti, senza 
prò, ad una spesa tre volte maggiore. 
Cosi chiacchierando eravamo andati 
innanzi sulla strada di Ghiaja, sin 
là dove essa si prolunga tra la linea 
delle case ed il mare. Quivi, colpiti 
dalla bellezza prodigiosa della veduta, 
facemmo arrestare il cocchio, e ne 
scendemmo, recandoci al punto più 
opportuno sul fianco della via per am- 
mirarla a nostro bell'agio. 


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DA NAPOLI A PROCIDA. 45 

Mentre lascio che il mio compa- 
gno, per la mobilità di fantasia tutta 
sua propria, già affatto dimentico delle 
impressioni che avevano formato , un 
istante prima, soggetto delle sue in- 
quietudini, vada con entusiasmo poe- 
tico esclamando: — quc c'est beau! 
citte c* est admirahle! — vorrei, se ne 
avessi potere, delincarti il gran quadro 
che mi stava innanzi allo sguardo. Tu 
mi hai spesse volte indotto a maravi- 
glia colla tua capacità singolare di co- 
gliere, anche dietro miei leggerissimi 
tocchi, la verità dell' aspetto e la 
schietta fisonomìa di luoghi da te non 
veduti. Metti ora adunque Tinunagina- 
zione alla prova, e fa che col solo con- 
torno lineare, che ti verrò tracciando 
in parole» abbia la tua mente a raffi- 
gurarsi la stupenda scena che si mo- 
stra da quel magico labbro d’Italia. 


14 PASSEGGIATA 

Rappresentati un golfo, largo spec- 
chio di mare con lietissimo lido, il 
cui aspetto generale ha forma piut- 
tosto di quadrato che di circolo. Noi 
ci trovavamo allora sul lato cui ri- 
splende di fronte il mezzodì, e sul 
quale steudesi tutta Napoli. La vasta 
città, massa candida ed amplissima, 
va grado grado elevandosi quasi vo- 
lesse co' suoi edifizii, disposti a modo 
di gigantesca gradinata, raggiungere 
la sommità su cui torreggia Castel 
Sant’Elmo. Al mezzo poi della ster- 
minata fila delle sue case ,' allineate 
lungo il mare, sporge allo infuori Ca- 
stel deirOvo, che bagna da tre parti 
nelle acque le nere mura vetustis- 
sime. Commisi un errore accennan- 
doti che su quel solo lato, che forma 
il fondo del golfo, sta tutta Napoli; 
no, ^ssa getta le sue interminabili 


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DA NAPOLI A PROCIDA. 15 

braccia anche su i due altri lati della 
costiera a destra ed a sinistra, quasi 
per istringere in amoroso amplesso 
l’intero suo mare. 

Verso il lido a destra (eh’ è a po- 
nente), Napoli ha la celebre strada 
di Chiaja, nella quale fan vaga mostra 
le inQlte bianche ed eleganti case, 
non disgiunte dal mare che dalla verde 
lista de’ giardini reali, aperti a pub- 
blico passeggio. La strada di Chiaja 
va dritta al colle di Posilippo, e ter- 
mina ove si apre la famosa Grotta, 
la quale prende da quel colle il pro- 
prio nome; presso la grotta, il lido 
si piega ad angolo retto. Quivi termina 
la linea su cui sorge Napoli, ed ha 
principio la costiera di Posilippo , la 
quale corre poi tutta diritta senza con- 
vergere, per circa cinque miglia, aven- 
do line alla punta che si chìanoia la 


6 PASSEGGIATA 

Scuola di Virgilio , c costituisce la 
parte destra della cornice, per cosi 
esjprimermi , entro cui allargasi l’ az- 
zurro piano di cpiel mare ridentissimo. 

La parte sinistra di tal cornice è 
fatta dalla riva di Portici, che sorge 
in faccia alla costiera di Posilippo ; ed 
ha il suo incominciamento alla oppo- 
sta estremità di Napoli, là dove ter- 
mina il sobborgo della città ai ponte 
della Maddalena, soitocui scorre l’u- 
mile Sebcto. La strada che va lungo 
quella sponda, detta di Pòrtici, dal 
paese a cui conduce, è fiancheggiata 
per più miglia da case contigue, come 
nelle contrade della città , ed ha la- 
strico di pietre al pari di quelle; per 
lo che si potrebbe asserire da chi la 
percorre, non essere ancora che una 
continuazione di Napoli stessa. 11 lido 
di Portici non si disgiunge da quello 


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DA NAPOLI A PROCIDA. ì^ 

SU cui si eleva Napoli, ad angolo così 
retto , nè va sì dritto come quello di 
Posilippo; ma con una curva leggiera 
s' avanza alcun poco nel golfo , e 
vien meglio perciò a mettere di pro^ 
spetto alla città, il Vesuvio, che su 
quella sponda s' innalza nella sua 
maestà minacciosa. 

Quindi è che la lunghissima strada 
di Portici mostrasi come bianca stri- 
scia, pennelleggiata sul basamento di 
quella montagna, la quale ha T aspetto 
d' una gran piramide ferruginea, in 
cima cui sventola perpetuamente un 
vessillo di fumo. Quella strada di Por- 
tici, passato poi Resina e Torre del 
Greco, si toglie alla vista, poiché colà 
il lido rientra d’ un tratto. 

Tra questo punto, (da dove, vo’dire» 
si nasconde alla vista il lido di Portici) 
ed il punto opposto del golfo, ove ha 



48 .PASSEGGIATA 

termine la sponda di Posilippo, allar- 
gare si. dovrebbe allo sguardo tutto 
libero il mare, se non sorgesse ap- 
punto nel mezzo di quello. spazio, a 
modo di lunga serraglia, V isola di 
Capri. Queir isola famosa, che per Fo 
spazio interposto presentasi all' oc- 
chio di colore cilestrino, ma di cui 
scorgesi distinta tutta l'irta sommità, 
si erge precisamente di fronte a Na- 
poli, e compie cosi pel riguardante la 
quarta gran linea o cornice dei vasto 
quadro. Questa linea lascia però tra le 
proprie estremità, e le punte dei lidi 
laterali opposti, aperti due ampli tratti 
di. mare, pei quali la pupilla, se ne 
avesse potenza, potrebbe rintracciare 
la più lontana Sicilia. 

Avrà egli valore questo rapido cenno 
di porgere alla tua fantasia qualche 
immagine del vero ? Ora 1! opera è 


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DA NAPOLI A PROCI DA. 19 

tua .... concentrali e. guarda. .Vedi tu 
i contorni dell' estesa {prospettiva quali 
tentai di segnarteli? Vedi tu Napoli, 
là dove io stava osservando, il mare 
dinanzi, la costiera di Posilippo a de- 
stra, quella di Portici a sinistra. Capri 
di fronte? Ebbene, se cosi è, togli ai 
recessi dell anima tua , a quell' intima 
poesia che tanto vi abbonda^ la più 
lucida tinta , e stendi sull’ incantevole 
quadro, un cielo di preziosi colori, 
vi diffondi raggi di sole splendidissi- 
mi, e fa che se ne rifletta la limpida 
luce su tutte le cose, di maniera che 
ogni linea sia pura e nettamente trac- 
ciata, ed il lutto ti si presenti insieme 
armonioso nella sua grandezza, come 
que’ concetti che sublimano il pensiero 
appagandolo interamente. 

Costreltra riprendere la via, stan- 
chi, non sazii di guardare, proseguim- 



20 PASSEGGIATA 

mo il cammino. 11 nostro cencioso Àu^ 
tomedonte, cacciando sempre di buon 
corso i suoi rondini, ci addusse in breve 
tempo a capo alla strada di Ghiaja 
presso la Grotta di PosHippo. Ma qui 
— Alto là/ no se passa. — E per- 
chè? domando io al lazzarone che ci 
si appressò per farci V indicatore. — 
No veditèf — e ci mostrava un masso 
enorme che minacciava staccarsi dal 
colle superiormente al limitare della 
grotta, per la qual cosa KAutorità con 
opportuno provvedimento impediva ai 
passeggieri ravvicinarsi, mentre molti 
soldati lavoravano a praticare lateral- 
mente uno scavo, per formare nuova 
e più sicura entrata alla Grotta, la 
quale non è che una vasta galleria 
(come noi chiamiamo simili passaggi 
nelle nostre montagne) /che trafora 
in linea retta il colle di Posilippo. 


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DA NAPOLI A PROCIDA. 21 

Essa è lunga oltre un terzo di mìglio, 
alta vent’otto tese, e può ammettere 
con agevolezza due carrozze di fronte. 
Essendoci vietato T entrare , noi non 
potemmo far altro che spingere lo 
sguardo in quel foro, come in uno 
sterminato cannocchiale , di cui scor- 
gevasi l'altra estremità, che aveva 
apparenza di picciolo disco, quasi 
lente appuntata verso una lontana re- 
gione, cosparsa di luce azzurrina. 

Tu mi verrai chiedendo ora che cosa 
mai si trovi al di là di quel colle di 
Posilippo , perchè sia nato il bisogno 
di traforarlo cosi da parte a parte per 
passar oltre? Ohi... grandie memo- 
rande cose, e, ciò che più importa, mi- 
steriose ed oscure! Gli è al di là di 
quel colle, il quale si stende come una 
lunga^cortina ad occidente di Napoli, 
che vi ha il teatro della prodigiosa 


22 ' ‘ PASSEGGIATA 

fantasiitagoria che esercitò tanto po- 
tere sul mondo antico. Ai di là di 
esso vi é il lago d’ Averno, T Ache- 
ronte, i' Campi Elisi, T Antro della Si- 
billa, e Coma, antichissima sede de* 
più arcani riti. E tutto questo' forma, 
se cosi vuoi, il soggetto della prima 
scena del gran dramma, che apparve 
su quel* teatro, e che ormai va rav- 
volto in una thtla bruna e presso che 
cancellata dal tempo.* Se poi bramassi 
conoscere l’argomento della seconda, 
dovrei presentarli Pozzuoli, Bàja, Mi- 
seno, e tutto il vasto' lido seiùinato di 
palàgi fastosi, di sontuosissime ville, 
in cui si succedevano le umane de- 
lizie. Ecco: 'il luogo è diventato cam-‘ 
pestre convegno del mondo romano,' 
e ir villeggiare della Roma imperiale 
si fa con grandezza pari alla' Sua cit-* 
tàdina magnificenza.’ Vedi’ colà giurt- 


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DA NAPOLI A uA. "ÀO 

gerc e stanziare Caligola e Nerone, 
que’ pazzi giovani, che fatti dalla por- 
pora onnipotenti, si sollazzavano come 
idii e come tigri; essi vi lasciarono 
traccio delle loro follie in monumenti 
che staranno più durevoli di quelli' 
consacrati ■ alla virtù ed alla gloria. 
Colà vedi Agrippina, Ortensia, Lu- 
cullo; colà Virgilio, Orazio e Cicerone, 
che chiamava que’ luoghi Cumana et' 
Puteolana regna y cosi come se da 
noi si dicesse : i regni della Brianza , 
e della Tremezzina. Furono essi i Ro- 
mani, che per giungere più spedita- i 
mente e con maggior comodità alle* 
stanze dei loro campestri diletti , co-i 
struirono.la via Appia Consolare, per' 
cui vi venivano in due giorni da Ro- 
ma, e forarono il colle per farvela' 
transire, togliendosi in tal maniera an- 
che la lieve noia di’ superarlo. 


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• 24 -, PASSEGGIATA ^ 

Ma oh ! come tutto è fugace quag- 
giù! E ciò dico perchè questa scc;- 
na che l’accennai, spari daddovero 
ed a rigor di vocabolo, stante che una 
bella notte il genio dei vulcani (che 
qui è nel suo impero) si svegliò in- 
collerito, e cacciò ali’ insù fuoco e 
fiamme, vomitò torrenti di lava e di 
sabbia, con cui sminuzzolò, seppellì , 
distrusse i resti di quelle romane son- 
tuosità, dando cosi mano alla spedita 
a compiere 1’ opera dei Barbari, dei 
Normanni, dei Franchi, degli Ispani, 
i quali vi avevano lavorato intorno va- 
namente più secoli per annientarle. Di 
presente adunque il colle di Posilippo 
non forma sipario che ad un teatro ve- 
tusto e deserto, ma sul quale ebbero 
luogo tanti e cosi singolari avvenimenti, 
che è bello ancora ed importante il cal- 
carlo per poter dire almeno: qui fu. 


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f 


DA NAPOLI A PROCIDA. 28 

— Comment diable pourrons-nous 
avancer à présent? Il nous faudra 
grimper sur la colline — esclamò il 
francese già in atto di balzar giù dal 
calesse. . 

— iVon, arrétez (risposi io tratte- 
nendolo dopo aver parlato col vettu- 
rale); noi ce ne andremo per dì qua, 
sulla costiera , T allungheremo d* al- 
cun poco, ma saremo compensati da 
bellissimi punti di vista. — 

£ così ricomposti lesti lesti nel no- 
stro carrozzino, correnuno tosto sul- 
r ampia e solida strada, che va lungo 
la sponda di Posilippo, e segue tutte le 
leggiere sinuosità del mare. È questa 
la famosa costiera di Mergellina, la 
cui amenità è si nota e celebrata. 11 
Francese andava mormorando non so 
quali versi, ed io non osava ricor- 
dare nè il Sannazzaro, nè TAurelio de' 


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!26 PASSEGGIATA 

Giorgi Berloia, che ne furono gli ap- 
passionati cantori, poiché , non so se 
colpa di que’ poeti o dell’ età pueHle 
in cui gli lessi , l’ immagine che mi 
avevano fatta nascere di que’ siti, ve- * 
stiva un carattere arcadico pastorale, 
che rispondeva assai male a quanto ‘io 
scorgeva del vero. 

Napoli ci si allonlànava dietro; e 
siccome la strada andavasi mano mano 
elevando, si spiegava sotto più esteso 
all’ occhio il mare, solcato per tutto da 
navi alla vela, e da agili barchette. Al 
di là del liquido piano pareva seguirci 
la riviera di Portici; colla steiininata 
sua quantità di case, che fanno troppo 
allegra orlatura al severo Vesuvio. 
Lungo la strada che percorrevamo 
sul fianco del colle apparivano sopra 
e sotto di noi, di mezzo al verde fitto 
e rigoglioso d^i Alberi , le fronti di 


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DA NAPOLI A PROCIOA. 

eleganti casini, e bianche ville; con 
terrazzi coperti di fiori; e ne’ loro giar- 
dini scorgevamo ogni maniera di tem- 
pietti, di chioschi, e dì altri estivi 
rifugi. Tale scena vestita da questa 
luce festosa offre al passeggierò un 
non so' che di pittoresco c di aereo, 
che ne rende ollremodo sereno l’ a- 
spetto, c richiama involontariamente 
al pensiero i tratti più felici della poe- 
sia greca e latina. Se scopo del mio 
scrivere non fosse unicamente quello 
di comunicarli le pure od immediate 
impressioni destatemi dalla vista de’ 
luoghi , e s’ io non abborrissi da tutto 
ciò che ha forma di disertazione eru- 
dita, avrei su questo a dirti un mon- 
do di parole , massime a fine di rin- 
tracciare e fare evidenti certi rap- 
porti e cèrte cagioni; ma tifsei da' 
tanto da immaginartele, e questo è un 


28 PASSEGGIATA 

altro valevole motivo per intralasciarle. 

A capo, non so bene se di tre o 
quattro miglia , ed un buon tratto 
avanti che si giunga alla estremità di 
quella lìnea di colle (che ha termine, 
come ti dissi, alla punta chiamata la 
Scuola di Virgilio ) la strada che con- 
tinua sempre ascendendo dolcemente, 
tocca al sommo del dorso della col- 
lina, e colà volgendo a discesa dalla 
parte opposta ha fine ben presto come 
via carrozzabile. In quel punto presen- 
tasi alla vista un quadro affatto diverso 
da quello'del seno di Napoli, il quale 
rimane alle spalle nascosto dall' altura 
del colle medesimo. 

La nuova veduta che di là su spie- 
. gasi al riguardante, è però quella an- 
cora di un altro seno di mare, che 
incomincia alla punta di Posilippo (la 
quale ne segna il princìpio a levante 


I 


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DA NAPOtf'A PROCIDA. 29 

com'era il termine a ponente del seno 
di Napoli), e da tal punta si stende 
sino a quella formata dal Capo Mi- 
seno, lo che comprende uno spazio 
pressoché di quattordici miglia. Que- 
sta curva marittima , che si delinea 
dalla punta di Posilippo al Capo Mise- 
no, suddividesi poi in tre seni o curve 
minori, la prima delle quali è quella 
che misura dalla punta di Posilippo a 
Pozzuoli, la seconda da Pozzuoli al 
Capo detto la Villa di Cesare , e la 
terza da questo al Capo Miseno, ed è 
quella che forma il famoso seno di 
Baja. Gli è poi tra la punta del ca- 
stello di Baja ed il Capo Miseno, il 
* più sporgente di tutti allo infuori nel 
mare, che trovasi il tanto ricordato 
porto Miseno , eh’ era consueta sta- 
zione delle flotte romane. 

Comprenderai da questa semplice 


50 , PASSEGGIATA, , 

indicazione, quanta e quale importanza 
avesse per me quella estensione di 
acqua e di terra, su. cui spaziavano i 
miei sguardi da quel preciso luogo 
dove aveva termine la s^ada, e dove 
smontammo dalla carrozza^^^avendo il 
nostro condottiero, ad onta che la 
cosa fosse per sè stessa evidente, vo- 
luto fard capire anche con un gesto 
espressivo che quanto a lui non gli 
era più possibile lo andare avanti. 
.Contatigli i patteggiati carlini (*) , ei 
volse i suoi cavalli,. e messili a passo 
ancor più celere, che venuti non fos- 
sero, se ne ritornò indietro. Noi pe- 
destri ci diemmo a discendere per la 

stradicella che va giù al piano, , e con- 
• * ; • 

(*) Moneta d’ argento del regno di Napoli, che 
serve di unità per il computo come le lire da noi, 
e corrisponde in valore dappresso a cinquanta ced> 
tesimi austriaci. > ! . ■<.' 


{ 




Diqi'" 



DA NAPOLI A PEVOCIDA. 5i 

duce ad alcune case posle lungo, la 
riva del mare, luogo che chiamasi 
Bagnuoli. 

Avendo fatto pensiero di prolun- 
gare la nostra gita , e volendo frat- 
tanto risparmiar fatica alle gambe, 
ci attenemmo al partito di visitare solo 
nel ritorno ciò che vi poteva essere 
più degno di osservazione in quel 
tratto di via entro. terra, eh' è da Ba- 
gnuoli a Pozzuoli, fra i quali luoghi 
corre la distanza di circa tre miglia» 
e d'andare intanto a Pozzuoli per mare. 
11 nolo del trasporto fu subito con^ 
chiuso, perchè al vederci giungere 

vicino al lido accorsero ad olfrire di 

* 

servirci non pochi battellieri, che sta-; 
vano dapprima sdraiati presso le loro 
barche, tratte in secco sulla spiaggia. 
Una di quelle navicelle fu spinta jiel- 
r acqua, ed entrativi noi, si corse 



52 * PASSEGGIATA 

tosto con somma velocità sulla liquida 
pianura, spinti come eravamo vigo- 
rosamente dalla lena dei due rema- 
tori che avevamo Irascelti. Giovine 
era T uno , V altro uomo di mezzana 
età, entrambi di belle ed atletiche for- 
me ; la loro pelle arsiccia appariva più 
bruna al petto , da mezzo lo sparato 
della bianca camicia, di cui tenevano 
rimboccate le maniche sino al disopra 
del gomito : avevano brache scure che 
non coprivano loro il ginocchio, il quale 
vedovasi nudo come lo erano le gam- 
be; portavano bande azzurre, e ber- 
retto rosso in capo colla punta rica- 
dente; le loro braccia muscolose mo- 
stravànsi screziate pel lungo , a cifre 
e flgure di croci e di cuori color ver- 
dognolo; erano insomma modelli per- 
fettissimi di due seguaci di Masaniello. 

Risplendeva allo e lucido il sole; il 



DA NAPOLI A PROCfOA. 33 

mare leggermente accarezzato da un 
venticello che veniva dal largo appa- 
riva tutto crespo e luccicante. A de- 
stra vedevamo sfuggire la curva del 
lido, formato da un bel piano a col- 
tura, che finiva a’ piedi di verdi col- 
line. Dietro di noi lasciavamo T isola 
di Nisida, che T occhio giudica stare 
discosta mezzo miglio dalla punta di 
Posilippo. Queir isoletta ha forma di 
un monticello coronato da ampio edi- 
fizio semicircolare ; a’ piedi di essa 
s’allunga in mare un molo che ha l’a- 
spetto di ponte a varie arcate, a capo 
al quale sorge il faro. Tra Nisida e la 
punta di Posilippo vi ha un’ altra iso- 
letta su cui vedesi costruito un castello. 

Togliendo lo sguardo da quelle mura 
di fortezza, che fanno duro contrasto 
colla libera idea del mare, e volgendo 
il capo a guardar dritto innanzi a noi, 

3 


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Ói PASSEGGIATA 

» 

vedevamo venirci incontro le biati' 
cheggianli case di Pozzuoli, che dalla 
sua punta domina in lieto aspetto il 
golfo. Ben presto afferrammo il porlo,^. 
ove con grande nostra maraviglia tro- 
vammo raccolta una turba di gente 
già pronta ad accoglierci, e che fa- 
c.eva a gara nel darci braccio a scen- 
dere dalla barca. Noi non sapevamo 
come spiegare questa singolare corte- 
sia dei Pozzuolesi, quando il mistero 
ci si fece aperto da sè, poiché appena 
avemmo fermo il piede a terra, tutte 
le mani di coloro si allungarono a 
sporgerci chi statuette, chi lucerne di 
argilla o di bronzo , chi vasetti , chi 
monete, chi priapini ed altre antica- 
glie, affinchè le comperassimo; e ti ac- 
certo che ve ne aveva colà da crearne 
di botto un intero museo. 11 giovine 
Francese indispettito da quel noioso 


b- Coogle 



DA NAPOLI A PROCIDA. 5S 

assedio mi gridò: — Qiie nous veu- 
lent-ils dono tous ces coquins là avec 
leurs fanfreluches? — 
lo che me ne stava di già contras- 
tando una lucerna funeraria di cui mi 
si chiedeva il prezzo di due carlini, 
mi posi a ridere senza rispondergli; 
ed egli guardandomi con cert’ aria 
quasi compassionevole soggiunse: — 
Etes-vous dono amateur de ce gerire 
de choses là ? Soyez sur qu*on vous 
eromperà aussi bien que tanC d’au~ 
tres. — Questo avviso mi riusciva af- 
fatto insigniCcanle , poiché air atto 
stesso che mi posi a mercanteggiare, 
sapeva di già con chi mi trovava alle 
prese ; perocché m’ era noto che a Na- 
poli vi hanno fabbriche di antichità, 
come altrove di quadri del cinque- 
cento e di vini forastieri, e che quelle 
antichità di Napoli si mandano poi 



30 PASSEGGIATA 

fresche fresche in lutti i luoghi cir- 
convicini, ove concorrono i curiosi, 
e si fanno vendere per autentiche ai 
gonzi che non iscarseggiano mai. Ma 
io che voleva comperare una lucerna 
a Pozzuoli , per lo scopo di collo- 
carla sullo scrittoio nella mia povera 
cameretta, tra un frammento di mar- 
mo del Colosseo , ed una scheggia 
aurifera del monte Rosa, a solo flne 
di ricordarmi più spesso di essere 
stalo colà, non islimava per verun 
conto di venire truffalo di quei po- 
chi soldi, ancorché fosse apocrifo 
r oggetto. 

Non vi fu modo a liberarci dalla 
schiera de’ venditori, che ci segui osti- 
nata sino a mezzo la piazza, se non 
entrando e racchiudendoci in un caffè 
che quivi trovammo. Là dentro potem- 
mo respirare, sottratti a quell’ archeo- 


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* DA XtPOLl A PROCIDA. 37 

logica persecuzione, e rifocillarci in 
pace, dopo di che chiedemmo al pa- 
drone se ci sapesse indicare una buona 
ed esperta guida per condurci intorno. 
Pensalo tu! Pozzuoli non formicola 
d’ altro che di guide, che vivono colà 
di quel mestiere , meglio che non si 
viva altrove dello spago, del martello, 
0 della sega. Il caffettiere inunedia- 
tamente, e predicandolo come la perla 
delle guide, ci mostrò un grande che 
stava inori passeggiando facendo lo 
gnorri, e mantenendosi sempre vicino 
alla soglia del caffè, come una nave 
corsara che bordeggia alla vista del 
porto ove si è rifugiata la preda. Lo 
facemmo chiamare , entrò premuroso, 
e appena udita la nostra proposta, per 
sei carlini ( meno di tre franchi ) pro- 
mise portarci quel giorno stesso a 
vedere le più grandi maraviglie del 


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58 PASSEGGIATA 

mondo. Ci disse che si chiamava Anto- 
nio Madalone, che era la guida di tutti i 
milordi inglesi; e ci volle far leggere 
in non so quali cartaccie, che trasse 
da uno sdruscito portafogli, 1 suoi cer- 
tificati ed attestati, della qual cosa fu 
pregato esentarci, con protesta che 
gli avevamo fede sulla parola. 

Usciti dal caffè sotto la scorta pro- 
tettrice di Madalone, di cui eravamo 
caduti formalmente in possesso, nes- 
suno fu più ardito di venirci a stur- 
bare , e noi procedemmo liberi e se- 
curi pel nostro cammino. 

Fuori però che fummo poco stante 
da Pozzuoli, ecco che ci si affaccia un 
vecchio carico di torcie a vento. Mada- 
Ione s’arresta, e rivolto a me, che era 
il solo a cui aveva sino allora indiriz- 
zata la parola , mi disse che faceva 
d’ uopo provvedersene. i 


DA NAPOLI A PROCIUA. 50 

— Ma che bisogno vi ha di torcic 
con questo bel sole? — cosi esclamai , 
dubitando che questa delle lorde fosse 
qualche altra giunterìa. 

— Le sono per la grotta d’ Averno, 
per la tomba d’ Agrippina, per le cento* 
camerelle , e gli altri sili scuri in cui 
dovile entrare, Eccellenza — rispose 
Madalone, accentando d’un modo spe- 
ciale r ultima parola, e quindi non 
vi aveva luogo a replicare. Noi erava- 
mo venuti colà per vedere tutto, e chi 
voleva il fine doveva volere i mezzi ; 
sborsai quindi i carlini delle torcie. 

— Mais est-ce qu*on vous donno, 
ca pour des vieux flambeaux des 
Grecs ou des Romains? — pronun^ 
ciò sorridendo in aria di beffa il mio 
Francese. 

— Ne savez-vous dono pas (ri- 
sposi io con istizza) que nous allons 


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40 PASSEGGIATA 

descendre dans des lìeux tout-àrfait 
tènébreux, et d'ahord dans la grotte 
d' Averne ? 

— Alors c*est la maison du dia- 
ble, et ce serait à lui à nous faire 
les frais de Vèclairage. 

La compiacenza che gli brillò in 
volto per avermi slanciata questa /?otn- 
te, fece sorridere me pure, e dissipò 
r ombra di mal umore che mi si era 
elevala pel suo importuno motteggio. 

Noi camminavamo per una strada 
piana , campestre , fiancheggiala da 
ulivi e da viti, correnti a festoni' per 
gli alberi, da mezzo ai quali vedevamo 
sulla sinistra continuarcisi la compa- 
gnia del mare. A destra ci seguiva 
un'alta collina arida e sabbiosa, detta 
appunto per la sua sterilità Monte 
Barbaro, ma che andava un di vestita 
pomposamente dei doni di Bacco e di 


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DA NAPOLI A PROCIDAr 41 

Pomona, e chiamavasi [allora^Monte 
Gauro. Nell’ età in cui portava questo 
primo nome , 1’ alto colle scorgeva 
dalla sua’ ridente sommità, grandeg- 
giare sotto di sè Pozzuoli co’ magni- 
fici palazzi, coir anfiteatro celebra- 
tissimo, co’ templi, tra cui insigne 
era quello sacro a Giove Serapide ; 
e più d’ appresso mirava sorgersi 
• al piede il delubro di Nettuno, quello 
delle Ninfe; e il porto Giulio. Ma, 
ciò che forse monta assai più a noi 
posteri di ricordare, vedeva quel 
colle abbellita la sua propria china 
dalla sontuosa villa di Cicerone chia- 
mata Accademia, i cui orti si sten- 
devano sin presso al mare. 

In prova di ciò ascolta che cosa 
dice Plinio di questa villa: « Degna 
« di memoria è la villa posta sul lido 
« lungo la via che dal lago d’ Averno 


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/PASSEGGIATA 

« va a Pozzuoli, la quale Cicerone 
« rese celebre per averla ornata di 
« portici e di giardini. Egli la chiama 
« Accademia , e vi compose i libri 
« che intitolò Quistioni Accademù 
« che. «.Aggiunge poi lo stesso Pli- 
nio che dopo la morte di Cicerone, 
essendo questa Villa Accademia pas- 
sata in proprietà di Antislio Vetere , 
ivi sgorgò una fonte di acque calde , 
mirabili per la guarigione degli oc- 
chi , e furono dette acque ciceroniane* 
Immaginati ora quanto tornasse pre- 
ziosa per me questa citazione , della 
quale aveva fatta lettura il mattino , 
giacché nel momento di cui ti ragiono, 

10 batteva per lo appunto la via lungo 

11 lido che va da Pozzuoli al lago d’A- 
verno, e quindi doveva di certo pas- 
sare rasente i portici di Marco Tullio. 
Fa d’ uopo avere udito suonarsi quel 


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DA NAPOLI A PnOCIDA. 45 

nome aU’orecchio pressoché ogni gior- 
no , nell’ età che corre dall’ undice- 
simo al sedicesimo anno , e averlo 
sempre accolto colla superstiziosa am- 
mirazione che regna nelle scolastiche 
pareti, ove si trasformano i grandi uo- 
mini antichi in esseri fuori della umana 
natura, in costellazioni di uno zodiaco 
pedantesco, per comprendere l’ effetto 
singolare prodotto in me — in me 
ahi! non ancora guarito dalla febbre 
delle umane lettere — prodotto , dico, 
dal pensiero di calcare co’ miei pro- 
prii piedi quegli stessi luoghi descritti 
da lui, e veramente da lui medesimo 
abitati. 

Percorso in fatti che avemmo buon 
pezzo di quella strada, Madalone, dando 
improvvisamente alla sua voce un suo- 
'no alto e monotono (quello degli spie- 
gatori nei gabinetti di curiosità e nei 


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44 PASSEGGIATA 

serragli di fiere) mostrandoci sul de- 
clivio del colle alcune mine esclamò : 
— Ecco la villa di Marco Tullio 
Cicerone, V Oratore d' Arpino, il Con” 
solo del gran popolo romano — e 
continuò cosi a dire non so quali e 
quante . parole. Per me nulla più nè 
compresi, nè udii, poiché quasi colpito 
da magico tocco, guardai colassù fatto 
immobile, ammaliato. 

Allora fu che mi parve vedere, ed in 
verità io vidi coll'occhio della mente... 
ma che cosa vidi io mai ? il vago pro- 
spetto di ampio e superbo palagio, 
ricco il sovraornato di fregi e di plinti 
con eleganti statue. Da mezzo le mar- 
moree colonne del peristilio mirai ve- 
nirne e scendere negli ombrosi viali 
egli stesso il sommo Oratore, gettata 
sull'omero neglettamente la toga, calva 
la spaziosa fronte, temperata la gravità 


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DA NAPOLI A PROCIDA. 45 

deir aspetto da mite filosoGco sorriso, 
scrutatore lo sguardo e pieno il facile 
labbro di sottili argomenti. Gli stanno 
a lato Attico e Quinto fratello, lo se- 
guono i suoi dotti liberti, tra cui. pri- 
meggiano il confidente Tirrene e Lau- 
rea poeta; vispa gli si fa incontro, 
pieno il peplo di fiori, Tullietta sua 
gioia (*); poiché sotto la severa tunica 
del senatore e del console , batte un 

tenerissimo cuore di padre. Quali mae- 
stosi accenti suonano per que' verdi 
ricetti e per que' portici echeggianti ! 
quali eletti parlari, e qual armonia 
di numeri nell’ abbondevole eloquio , 
quanta squisitezza di concetti e profon- 
dità di sentenze! 1 pensieri nati in 
quella fronte, le parole scaturite da 
quel labbro rifulgeranno eternamente 

(') Tulliola deliciee nostroe ! 


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46 PASAEOGIATÀ 

in cima a tutti i pensieri ed a tutti i detti 
umani!... 

Oh vaga fantasia, perchè non durò 
il tuo incanto ! In quale età io mi seu' 
liva vivere feconda e serena! 

Fu quel maladetto di Madalone che 
vedendomi assorto in atto contempla- 
tivo, e stimandolo effetto prodigioso 
della sua nasale cantilena , la riprese 
dicendo: — A Cicerone gli tagliorno 
il capo un giorno che' se faceva por- 
tare in lettiga, e gli slrapporno la 
lingua per ordene de Marc' Antonio, 
— Ed ecco come cangiò la storia di 
quel grande nella luttuosa leggenda di 
un martire. E sponesse pure il vero , 
si poteva troncar peggio il volo aduna 
poetica immaginazione? Tutto Tatti- 
cismo antico sparve come nebbia ai 
vento, ed io cadendo a piombo dalle 
nubi mi tornai a ritrovare colà con 



DA napoli a procida. 47 

monsieur V. a destra, c quella gazza 
di Madaloiie a sinistra, col mento in 
aria, avendo davanti gli occhi una col- 
linaccia arenosa , su cui non si vede- 
vano che pochi ed informi ruderi (*). 

— Cicéron fut un grand homme 
(disse il Francese in tuono serio-fa- 
ceto) très-utile méme à sa patrie qiCil 

(*) Agevolmente si comprende come Cicerone 
rendesse celebre la Villa Accademia per averla 
ornata di portici e di giardini, poiché fece ma* 
nifesto in più luoghi delle sue opere, come esso, 
durante quasi tutta la vita ed in mezzo eziandio 
ai più gravi negozi delia repubblica^ serbasse 
speciale inclinazione ed amore allo edificare ed 
abbellire i suoi palagi di Roma e fuori. Qual fino 
conoscitore egli si fosse di tutte le parti che 
a ricco e comodo edifìzio si spettano , ne oQre 
valida prova, fra l’ altre, la lettera da lui scritta 
a suo fratello Quinto, iu cui gli rende conto di 
una visita al Manliano, villa di proprietà di 
esso Quinto, la quale si stava ricostruendo. 

A dimostrarti poi quanto Cicerone prediligesse 
la sua Villa Accademia , sebbene ne possedesse 
più altre , fra cui l' elegantissima Tusculauo , 



48 PASSEGGIATA 

sauva de la conjuration de Catilina; 
mais il m'a lanl ennuyé avec ses 
oraisons et ses épitres pendant ma 
rhèlorique, queje lui en garderai tou- 
jours rancune, etje n'ai nulle envie 
de m’arréter plus longtems à regar- 
der sa villa, surtout si on n’y voit rien 
de mieux, Marchons dono tout droit 

riporterò^ due brani delle sue lettere , che par- 
ticolarmente vi si riferiscono. Eccoli : 

Cicerone ad Àttico salute. 

Anno DCLXXXVI. 

Quello che tu mi comperasti per la mia A.c- 
caderaia quanto prima vorrei averlo. Tu non 
puoi immaginare quanto non pur V usare j ma 
il solo pensar di quel luogo mi pórti diletto. 

Allo stesso. 

Le statue megariche e i busti delle jquali m' hai 
scrittOj ogn^ ora mi si fa un anno di vederle. 
Checché ti venga a mano di questa fatta cose 
che ti paia confacevole ad Accademia mandalini 
a sicurtà^ e statti pur sicuro alla mia borsa. 


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DA NAPOLI A PROCIDA. 49 

aux enfers, qu'au moins ce sera urie 
mystificalion cVun aiitre gerire. 
Procediamo dunque avanti. Giunti 
ove ha termine il Monte Barbaro, in- 
cominciammo a costeggiare Monte Nuo- 
vo , il quale è pure una gran collina 
isolata , meno alta però della prima , 
sebbene si elevi più acuta nel mezzo. 
Ti accennai che anticamente Monte 
Barbaro appellavasi Monte Gauro. Di 
quel tempo adunque come tutto era 
amenità e ricchezza ai piedi del Gaurò 
verso Pozzuoli, cosi lo era parimente 
dal lato opposto , cioè verso il Lago 
Lucrino e quel d’ Averno; poiché tra 
il Monte Gauro e quei laghi non sor- 
geva r ingombro di Monte Nuovo che 
vi ha di presente. Quivi in allora sten- 
devasi una pianura leggermente incli- 
nata, tutta ridente di palagi e di 
ville splendidissime, fra cui andavano 



•^0 • PASSEGGIATA 

frapposti orti e giardini, abbelliti da 
fontane, da statue, da templi, parte 
pomposissima della regione campestre 
di que’ superbi signori del mondo , i 
quali avevano tramutata la terra della 
Campania in un Eliso. Ma spento intera- 
mente era quel fasto , e già da secoli 
tacevano mute d’ abitatori quelle ville 
e que'palagi, sfasciandosi grado grado, 
e presentando un quadro desolato di 
vaste ruine, quando una notte (*), tutto 
il piano che si allarga dal piede del 
Monte Gauro ai laghi Lucrino e d’A- 
verno, viene scosso orribilmente , si 
squarcia e lascia emergere dalle pro- 
fonde viscere della terra altissime spa- 
ventevoli fiamme, alle quali tengono 
dietro torrenti di sabbia e di fango. 
Ogni cosa che esiste su quel terreno , 
è misjpamente sradicala, sconvolta , e 


(*) Fu il 29 settembre dell’ anno ^638. 


DA NAPOLI A PROCIDA. M 

se fie forma una tremenda miscea , 
che ravvolta dal rigurgito vulcanico , 
giace denlr'esso sepolta quasi sotto 
pesante lenzuolo funerale. Cosi è nato 
quel monte, che giustamente chia- 
mossi Nuovo, e copre forse tre miglia 
di paese. 

Eccoti spiegata T origine di Monte 
Nuovo, a fianco del quale noi cammi- 
navamo, lasciato che avevamo addie- 
tro Monte Barbaro. Non so esprimerti 
l'invincibile sentimento d’angoscia che 
m’invase alla vista di quell’altura squal- 
lida e terrosa, surta colà, come sul viso 
di nobile donna una schifosa verruca, 
che ne avesse rese al tutto deformi 
le fattezze, le quali sebbene scadute 
per gli anni, serbassero tuttavia mira- 
bili traccio della primiera avvenenza. 
E quanta fosse la stragrande quantità 
d’ edifizi e di preziosi monumenti, che 


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52 PÀSSEGGIA.TA 

sorgendo Monte Nuovo precipitò, sgo- 
minò e coverse, te lo prova il vedere 
qui il suolo mandar fuori per tutto 
punte ed angoli , che sono di pilastri, 
d’ archivolti, di colonne ; T urtare che 
fai ad ogni passo in frammenti d' am- 
mattonato, 0 di muraglie formate di 
quel modo tutto proprio delle costru- 
zioni romane, che si chiamava opus 
reticulatum; e se smuovi la terra co* 
piedi, il trovar sotto non già terman- 
lidi e lave , ma pezzi, molte volte con- 
siderevoli , di pavimenti composti di 
marmi o di musaico. 

Quindi è che i contadini di tutt'i 
dintorni, ora che si vanno moltipli- 
cando i visitatori di questi luoghi, i 
quali, lo siano o no, vogliono parere 
intendenti ed amatori delle cose anti- 
che,presentano loro i frantumi che ad 
essi vengono si facilmente alle mani. 


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0 "• fi y 


DA NAPOLI A PROCIDI. 55 

e per tal modo vivono meglio cogli 
ultimi minuzzoli della passata gran- 
dezza del loro suolo, che coi prodotti 
naturali della tormentata polvere che 
ne forma oggi giorno la superficie. 

La strada ci condusse presso uno 
stagno poco spazioso di acqua del ma- 
re, dal quale va diviso per una stretta 
lingua di terra. Ricordevole de’ nostri 
laghi di Lombardia, io non badava a 
quella gora pantanosa, quando Ma- 
dalone m’ annunziò che quello era... 
Il Lago Lucrino. — Ohimè ! il Lago 
Lucrino ? Quel lago sì rinomato e 
piscoso ? quel lago, alla cui vastità 
Orazio, per morder il lusso eccessivo 
de’ patrizi del suo tempo, paragonava 
con iperbole i vivai che essi facevano 
cavare ne’ loro giardini? (*) quel lago 

(•) Jam pauca aratro jugera regìae 
Moles relinquent: UDdique luthis 


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54 PASSEOaUTA 

dalle Georgiche ricordato per le sbarre 
opposte all’onda marina, che vi stri- 
deva d’ intorno imperversando ? (*) 

Extenta visentur Lucrino 
Stagna lacu. 

Carmen XV, Liber II. 

Pochi jugeri di terreno lasceranno ornai al- 
V aratro le regie moli superbe : vedransi per 
ogni dove peschiere più ampiamente distese che 
il Lago Lucrino, 

Massucco. 

(•) An meraorera portus lucrinoque addita claustra 
Atque iodignatum magnis slridoribus eequor 
Julia qua ponto longe sonat unda refuso, 
Tyrrbenusque fretis imiuittitur sestus Avernis ? 

Dirò i porti, 

E al domato Lucrin le sbarre opposte 
A cui d' intorno imperversando stride 
La sdegnata marea, dove respinta 
L" onda Giulia risuona e dell’ Avemo 
Tra le bocche si caccia il mar Tirreno f 

Arici. 

Quésti versi’ fanno allusione al porto Giulio,^ 
incominciato da Cesare e terminato da Augu- 
sto , per fare più ampia la comunicazione del 
Iago Lucrino col mare. 


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DA NAFOLI A PROCiDA. - 

Ma e quale mai fu la causa di cosi 
sconcia trasformazione? Qui pure de- 
vesi riconoscere V opera malefica di 
quel terribile Monte Nuovo, che scop- 
piando ingombrò di sua zavorra una 
buona metà del Lago Lucrino, e di tal 
maniera ne distrusse adatto l' incan- 
tevole aspetto. 

Lasciandoci dietro il Lucrino , e 
prendendo a destra una stradicella sul 
pendio del colle fra viti ed alberi, pas- 
sammo poco lungi da rustica casetta. 
Fuori di essa, intorno a larga tavola , 
su cui posava una gran ciottola piena 
di vino, stavano sbevazzando alcuni 
villanzoni, uno de’ quali al vederci pas- 
sare, levatosi in piedi, ed alta osten- 
tando la sua tazza ricolma, gridò con 
voce grossa, contraflata: — Osser- 
vate, oscellenze , questo è ,ù lago 
d' Averno, e questa la grotta de la 


PASSEGGIATA 


86 

Sibilla Cumana, qua ne' tempi anti- 
chi parlava V oracolo pe la bocca 
de lo demonio. — (È bene che ti av- 
verta qui di passaggio che queste frasi 
le ripeto a te quali mi vengono ricor- 
date dal mio orecchio lombardo, senza 
pretendere a rigorosa esattezza nel 
* riprodurre le espressioni jdi [quel dia- 
letto. ) Madalone , il quale capì tosto 
la maligna intenzione [di colui , che 
si era di beffeggiarlo imitando la sua 
parte da guida, non potendo||conciargli 
il mostaccio a dovere, gli troncò la pa- 
rola sul labbro con tale una filza d’ in- 
giurie e d’ improperi, accompagnati da 
movimenti, della persona si pronti ed 
animati, che farebbe d’ uopo possedere 
r accento e la gesticolazione di quel 
popolo, per poterne far comprendere 
tutta la comica energia. Lo scherni- 
tore non cedendo però, volle com- 



DA NAPOLI A PROCIDA. 57 

piere la sua scena di dileggiamento , 
ed a tal One portata con due mani la 
tazza alla bocca , si diede a vuotarla, 
piegando, quanto aveva potere, il corpo 
allo indietro, a modo di certi satiri o 
fauni che si veggono dipinti ne’ bacca- 
nali. Gii altri a quel lazzo sganascia- 
vano dalle più grasse risa del mondo , 
a tale che ne fummo vinti noi pure 
e ci abbandonammo a ridere smoda- 
tamente, non senza Oero dispetto di 
Madalone, che ci camminava davanti 
imbestialito, sbuffando e dimenando 
le braccia a guisa di due grand’ ali di 
telegrafo. 

Si fu con sì poco riverenziale con- 
tegno che giungemmo a cospetto del 
Lago d’ Averno (tremenda soglia de’ 
tartarei regni ) , e buon per noi che 
le divinità dell’ Orco le sono da lunga 
mano detronizzate e messe in cataletto. 


58 PASSEGGIATA 

altrimenti una tanto profana irrisione 
poteva trarcene l’ ira terribile addosso, 
e forse qualche gran castigo, come le 
pene di Sisifo o di Tantalo. 

Si mostra il Lago d’ Averno da quel 
punto pressoché circolare , chiuso in 
una cinta uguale di verdeggianti col- 
line , poco elevate. Non mi occupo a 
ridirtene le precise dimensioni, ma 
coir occhio il giudicheresti dall’ am- 
piezza di uno dei nostri laghetti della 
Brianza, poni quel d’Alserio, o quello 
del Segrino. Ha solitario l’aspetto, non 
mesto però; nulla poi affatto presenta 
di tetro, ciò che lo rende oggi gran- 
demente dissomigliante da quello che 
essere doveva un giorno, secondo la 
descrizione che ne lasciò Virgilio. Non 
è mestieri ricordarti eh' è per la via 
che fiancheggia questo lago, e dalla 
grotta, 0 spelonca, di cui or ora ti 


DA NAPOLI A PBOCiDA. ^ 

parlerò, che quel poeta fa discen- 
dere Enea all’ inferno per trovarvi 
l’ombra di suo padre Anchise. Questi 
luoghi , r andata del suo eroe al re- 
gno degli estinti, e ciò che quivi gli 
apparve, formano soggetto del libro 
sesto dell’ Eneide, in que’ maravigliosi 
versi, che staranno esempio perpetuo 
ed impareggiabile di vera ed inspirata 
poesia. Ecco quelli che si riferiscono 
all’antro ed allago: 


Era un’atra spelonca, la cui bocca 
Fin nel baratro aperta, ampia vorago 
Facea dirozza, e di scheggiosa roccia^ 
Da negro lago era difesa intorno 
E da selve recinta annose e folte: 
Uscia de la sua bocca a l’aura un flato. 
Anzi una peste, a cui volar di sopra 


00 PASSEGGIATA 

Con la vita, agli uccelli era interdetto; 
Onde da Greci poi si disse averno (*). 

Caro. 

1 • 

Il vocabolo greco a~ornon che si- 
gnifica senza-ticcelli , e di cui si fece 
averno i nome, come dice Io stesso 
Virgilio, dato al lago perchè gli uc- 
celli non vi potevano sorvolare a causa 
delle sue esalazioni mefitiche, ora non 
calza più affatto a quel luogo, perchè 
ne udimmo noi stessi per le frondi 
zirlare e pispigliare, e li vedemmo di- 
rigersi a volo per ogni lato. Nè v’avea 
tenebre di boschi, ^ od acque nereg- 
gianti che incutessero spavento, chè 

\*) Spelunca alta fuit, vastoque imnoanis hiatu, 
Scrupea, tuta lacu ni^ro nemorumque tenebria : 
Quam super haud ulla poterant impune \olantes 
Tendere iter pennis : talis sese habitus airis 
Faucibus effundens supera ad convexa ferebat 
(linde locum Graji dixerunt nomine aornon). 


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DA. NAPOLI A PROCIDA. * 61 

anzi Ogni cosa vestiva la tinta ridente 
che splende costantemente ai raggi 
di questo bel sole. Ciò quanto al lago.' 
Ora^4B-^rò della spelonca. 

‘^HèiK^enuti che fummo, come ho detto 
disopra, a‘'cospetto,del lago, ed ap- 
pressatici alla sponda, prendemmo per 
essa cammino a sinistra, lungo un viot- 
tolo che ne segue il contorno a’ piè 
dei frondoso colle, e va ombreggiato 
dalle canne che crescono alte e folte 
neir acqua in prossimità della riva. 
Fatti un trecento passi allo incirca su 
quel sentiero, eccoci ad un rientra- 
meuto 0 picciola valletta, che apresi 
nel colle medesimo. Volgendo den- 
te’ essa si ha tosto di fronte la bocca ' 
deir antro, che presentasi jieHa rupe 
in aspetto di un’ampia porta arcuata/ 
Non . devi immaginarti però di vedere 
un foro vastissimo come quello, a 


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62 ‘ PASSBGGÀTA 

cagion d’ esempio, che dà adito al Buco 
del Piombo od .a qualche altra rino- 
mata caverna ; figurati piuttosto, ma 
impicciolendolo d’assai, l’ingresso di 
una delle gallerie sulle strade de! Sem- 
pione 0 di Varenna. Quindi compren- 
derai che anche « l’immane per vasta 
apertura» (vastoque ìmmanis hiatu) 
bisogna attribuirlo alle forme poeti- 
che dell’ epico stile. 

Se non trovammo Cerbero trifauce 

« 

che latrasse caninamente sulla soglia 
^ dell’ antro, scorgemmo però eon nostra 
grande sorpresa stare colà , quai ma- 
struscieri del luogo, a guatarci tre brutti 
ceffi, i quali approssimati che fummo, ci 
gridarono eh’ essi erano -h portatori, 
lo nulla comprendendo della inaspet- 
tata apparizione di costoro, mi volsi 
a Madaione per interrogarlo, come 
Dante al suo duca : ma egli procedeva 


9 * 


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DA NAPOLl^A^PROCIDA. 03 

tulio in sè raccollo, siccome persona 
compresa da alti pensamenti; sicché 
a noi fu forza taciti seguirlo nei pe- 
netrali della spelonca, ove ci ten- 
nero dietro quei tre compagnoni dal 
mai piglio. 

S’ interna lo speco dritto nel monte, 
come lungo androne, sempre di un 
modo spazioso e regolare. Quando 
fummo pervenuti in esso si addentro, 
che ci giungeva appena dall' aper- 
tura un debolissimo raggio, e tale che 
a quel dubbio chiarore avevamo preso 
aspetto di ombre avviate alle sedi in- 
ferne, Madalone fe' d' un subito splen- 
dere la sua torcia, e rischiarò co^i 
r antro intorno a noi. Allora ci accor- 
gemmo eh' eravamo d' appresso ad 
una porticella aperta, a guisa di fen- 
ditura nel macigno della parete dah 
lato destro la quale dava adito ad 


Ci PASSEGGIATA 

internarsi in più reconditi recessi. Ma- 
datone porse la torcia ad uno dei tre 
portatori, che aveva come gli altri 
denudate le gambe; questi entrò pel 
primo in quella porta, e quando ci ebbe 
fatto vedere che là dentro vi aveva 
acqua all' altezza del ginocchio, io 
ed il compagno, scambiato uno sguardo 
di rassegnazione, dovemmo accettare 
per selle le schiene degli altri due 
portatori^ che ci presero a cavalluccio. 
In tale istante il crudele Madalone ci 
abbandonò, come il messaggiero degli 
Dei abbandonava al loro destino le 
anime, dopo averle consegnate al duro 
nocchiero Caronte. 

Eccoci adunque quali spiriti perduti, 
portati sugli omeri dai demonii, giù 
per le nere gole di quella caverna. E 
qual altra mai ve ne ha sulla terra di 
più spaventevole rinomanza di quella. 


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DA NAPOLI A PROCIDA. 65 

che venne sempre tenuta siccome la 
diritta strada dell’ inferno , non dico 
solo dagli antichi, ma anche dalie- 
genti vissute ai tempi nostri , come lo 
provano tante storie e leggende, che 
io aveva vivissime nella memoria? 

L'agitata fiamma della fiaccola che. 
ci precedeva lasciandosi dietro una 
striscia di denso fumo; la sua sinistra 
luce, riflessa a sprazzi* rossastri nel-, 
l'acqua dentro cui camminavamo;- la 
tetra e stretta vòlta di sasso che ci 
racchiudeva, le sconosciute figure che 
si erano impadronite di noi, e il non 
sapere daddov^ro ove quella scura 
via dovesse riuscire, formavano un 
complesso di straordinarie impressioni 
da. trarre in bizzarri trasognamenti 
una più salda fantasia che la mia non 
fosse. Ed io infatti già attendeva col 
pensiero inaspettate apparizioni, strane 



05 PASSEGGIATA 

larve, fiammelle volanti, pozzi di fuoco, 
quando il Francese, il quale veniva 
dietro di me, e che certamente vedeva 
ogni cosa in aspetto al tutto diverso 
da quello in cui si offeriva alla mia im- 
maginazione, esclamò ridendo: — Ne 
trouvez-vous pas que nous formons 
ici un piqnet de cavalerie d* un genre 
extr&ìnement bouffon/ — Queste pa- 
role produssero l’ effetto del tocco di 
una susta nei congegni del mio cer- 
vello, che ne deviò all' istante la di- 
rezione, tornandomi di colpo da fan- 
ciullo in uomo. A riordinarmi perfetta- 
mente poi le idee,;anzi a farmene 
sorgere altre di natura affatto, oppo- 
sta alle prime, succedette il passag- 
gio che si fece da quel ristretto an-. 
dito della grotta, ad un vano spazioso 
di forma regolare a modo, di sala, 
(love si vedono scavate nel sasso le 


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DA NAPOLI A PROCI DA. 67 

vasche pei bagni, e rimastoti di pietra 
il cubiculum su cui soleva collocarsi 
il letto. Scorsi poi iutorno a quella 
camera le porte di molte altre came- 
rette, e mettervi capo^un corridoio 
più spazioso, in fondo a cui sta una 
gran porta, ora tutta interrata, e che 
un giorno essa pure dava entrata da 
quel lato alla grotta. 

Esaminata minutamente ogni parti- 
colarità di quell'antro, fummo ripor- 
tati dalle nostre umane cavalcature là 
dove esse ci avevano presi, ’cioè fuori 
della porticella nel primo androne 
della grotta, e di là uscimmo a rive- 
dere non le stelle, ma il sole, che 
splendeva luminoso sui lago e sui. 
poggi circostanti, e Madalone che cit 
attendeva , seduto sopra un erboso 
masso. , , 

Mentre riprendevanio il cammino 


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08 PASSEGGIATA 

allontanandoci pel sentiero di là, rac- 
colsi la mente sullo fatte osservazioni, 
e compresi chiaramente (senz* essere, 
ben s’ intende, il primo a mettere in 
luce una tale scoperta) che l'arcana 
grotta della fatidica Sibilla, la tremenda 
bocca deirAverno, altro non era che 
una voluttuosa stanza da bagni, ridotta 
cosi da quegli epicurei di Romani, che 
avevano le tante ville quivi dintorno , 
ed ai quali sarà quel luogo stato ri- 
cetto deliziosissimo per «freschezza e 
mistero,^nelle ore più ferventi del gior- 
no. Madalone ci aveva ripeto^ poi 
certa storia di segreti amori della Si-* 
bilia, la quale mi parve una tradi- 
zione ancor vivente di alcuna delle: 
molte 'impudiche vicende, di cui sarà, 
stato teatro quell’ antro. - 

Oltre le due porte che ti accennai, 
per cui si entra in quella grolla, ve. 



DA NAPOLI A PROCIDA. C9 

ne ha una terza, la quale vcdesi tut> 
tavia foggiata architettonicamente co- 
gli stipili di pietre tagliate, c sta in 
fondo all'antro all' estremità opposta 
a quella da cui noi eravamo entrati 
cd usciti, cioè a quella che guarda 
verso il lago d’ Averno. Questa terza 
porta, alla sommità della quale scorgesi 
tuttavia una lubrica insegna, si apriva 
verso il lago Lucrino, di modo che 
dalle acque dei due laghi potevasi 
egualmente avere accesso alla grotta. 
E si fu, senza dubbio, a causa di tal 
sorta di stabilimenti , come oggi -si 
direbbe, che la Campania andò famosa 
nell' antichità per la mollezza e per le 
turpitudini, nessuno ignorando che 
cosa volessero significare gli o^rn cam- 
pani; ed è per la stessa cagione che 
quei regni di Pozzuoli e di Cuma (Pu- 
teolana et Cumana regna) si aveva»* ò 


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70 PASSEGGIATA 

l' obbrobriosa celebrità che ti ho già 
accennata. Pensando poi alio studio 
che Virgilio 'fece di questi siti, mi venne 
in capo eziandio che quella spelonca 
gli avrebbe dovuto suggerire , non la 
calata del Troiano all' inferno , ma 
piuttosto la rinomata scena della grotta 
tra esso e Bidone , avvenuta con ac- 
compagnamento di tanto ululato di 
Ninfe (*). 

Proseguendo il cammino » io andava 
mulinando tra me come mai si fossero 
mantenuti in quei luoghi i nomi del- 
V Averno e della Sibilla, i quali an- 
nunziano idee totalmente disparate da 
quelle che si destano alla vista dei 
luoghi stessi; ed ecco in qual modo 
credetti potersi sciogliere. 1' enigma. 

(*) SpeluQcam Dldo das et Trojanus eamdem 
Deveniunt: 

suramoque ulularnnt vertice nympbee. 


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DA NAPOLI A PROCIDA. 71 

% 

Allorquando i Romani , io pensavo , 
fatti dominatori di questa contrada 
furono dalla sua straordinaria ame- 
nità sedotti a trasceglierla per campe- 
stre soggiorno, era dessa già stata 
più secoli in rinomanza , quale sede 
precipua del culto di un’antica e ve- 
nerata religione. Dalle popolazioni ita- 
liche, che stanziavano lungo i lidi del 
mare Siculo, e Tirreno, veniva Cuma 
considerata come sacra città, ed ovvio 
è il credere che ne’luoghi ad essa città 
circonvicini, si sarà esteso il campo 

de’ suoi riti, di quelli specialmente 

_ <_ 

che riguardavano gli estinti. £ noto 
poi che la religione e gli usi antichis- 
simi di questa parte d’Italia, par- 
tecipavano grandemente della forma 
egizia, come ne faceva fede il gran 
numero di monumenti che un dì 
s’incontravano ovunque , foggiati allo 


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72 PASSE G'GIATà 

Stile proprio di qaella nazione; E sic- 
come nel cullo egizio avevano parte 
estesissima le cerimonie funerarie , 
medesimamente avveniva colà; ed era 
sulle sponde del lago d’ Averno che 
quelle cerimonie compivansi. Infatti su 
quelle sponde aveva luogo il seppel- 
limento de'morti nei remotissimi tempi, 
ed a noi è noto tuttavia T itinerario pel 
trasporto de’ cadaveri partendo da Cu- 
ma. Si può quindi asserire che il ri- 
tuale in uso per la traslazione dei 
corpi degli estinti da Cuma ai lago 
d’ Averno , e per la loro tumulazione 
colà, sia stata la principal fonte della 
formazione di quel sistema religioso, 
che chiamerò avernale , e che tenne 
viva sì a lungo la credulità di popoli, 
i quali sempre avidi di cose arcane , 
trasformarono grado grado la memo- 
ria di semplici ed abituali operazioni , 


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DA NAPOLI A PROCIDA. 75 

nella cieca fede ad un ordine sopran- 

% 

naturale di fatti. 

Comunque si voglia * credere poi 
corressero veramente le cose in quella 
antichissima età, fatto si è che tutto 
cangiò d'aspetto quando stanziarono 
in quel paese i Romani. Costoro, gente 
latina, di mente assai meno poetica e 
immaginosa, ben lungi dal mostrarsi 
proclivi a quella egiziaca venerazione 
pei morti, erano anzi increduli, il 
maggior numero , su quanto veniva 
insegnato intorno al destino delle ani- 
me di là dalla tomba. Si aggiunga a 
ciò che il culto, già tramutato da pri- 
mitivo , aveva assunto le forme della 
greca teogonia, per cui quelle credenze 
e quelle istituzioni originarie fatte viete, 
caduche, èrano soggetto di derisione 
per gli spiriti colti della capitale del 
mondo. Quindi sprezzando le rancide 



74 PASSEGGIATA 

tradizioni, e sen^a tema di profanare 
la santità dei luoghi, i nuovi occu> 
patori della Campania, vedendo che 
quel d’ Averno ed il Lucrino, erano 
due vaghissimi laghi, e ridentissimo 
il paese intorno, costrusscro colà ville, 
templi, palagi , e tramutarono in vo- 
luttuosa dimora la grotta, chiamata 
della Sibilla, probabilmente dall' es- 
servi stata rintanata , nei secoli ad- 
dietro, qualche vecchia sacerdotessa 
di Cuma, la quale diceva la buona ven- 
tura ai parenti de’ defunti che si re- 
cavano a quella necropoli per le loro 
pie visitazioni. 

Il lago e la grotta mantennero 1'. an- 
tico titolo, benché fosse tanto cangiata 
l’indole dei fatti che colà accadeva- 
no ; e quei titoli o nomi durarono 
più che non durasse la dominazione 
romana, nè tant’ altre che succedettero 


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DA NAPOLI A PROCIDA. 75 

a quella, poiché pervennero intatti 
sino a noi. Egli è così, concludeva 
tra me, che spesse volte i nomi dei 
luoghi passando per gli strali dispa- 
ratissimi delle sovrapposizioni sto- 
riche, ed avanzandosi sulla fronte dei 
secoli , coir impronta primitiva della 
loro età , che rimane poco o nulla da- 
gli eventi alterata , inducono i posteri 
in istrane confusioni, poiché approssi- 
mano nel tempo e confondono cose 
lontane e diverse; lo che fa che ri- 
manendo , per così dire, accorciata la 
linea prospettica della storia, vengono 
soppressi o nascosti molti punti inter- 
medii, indispensabili a segnare la vera 
distanza tra le diverse età del passato. 
Di tal modo, per analogia si può dire, 
che forse fra due mila anni qualche 
filologo appoggiandosi al nome, e, mal- 
grado studi diligentissimi) prendendo 


PASSEGGIATA 

un granchio rapporto ai tempi , verrà 
ad asserire e sostenere con prove 
storiche che Santa Maria della Scala 
in Milano era una Basilica , in cui 
si rappresentavano opere e balli, ov- 
vero che la Scala era un teatro a cui 
andava unita una collegiata di ca- 
nonici. 

— Mais que diable avez-voits poiir 
rìre et marcher tout en rèvant, cornine 
un somnambule! — esclamò il Fran- 
cese, interrompendo il mio mentale 
divagamento col battermi a due ri- 
prese della sua mano la spalla. 

Sarebbe stato grave impegno il mio 
a rispondere , poiché come mai fargli 
comprendere prontamente il giro sin- 
golare di idee e di riflessioni per le 
quali era balzato dal lago d’ Averno al 
teatro di Milano, seguendo la ipotesi 
storica ch’era stata causa del mio 


DA NAPOLI A PROCIDA. 77 

lacito sorridere? Madalone mi tolse 
d'imbarazzo annunciandoci che ci tro- 
vavamo alle Stufe di Nerone. 

Il .luogo, ove eravamo giunti co- 
steggiando il mare, stava presso aU'e- 
stremità del seno di Pozzuoli, ed era' 
precisamente a piè del colle, che forma 
la punta detta la Villa di Cesare, la 
quale, come ti narrai, avanzandosi 
nel mare disgiunge questo seno da 
quello di Baja. Quel colle è formato di 
un terreno solido e gialliccio. Per il 
sentiero che« su vi si arrampica, lo 
salimmo sin circa la metà, là .dove 
si apre uno speco. Entrali in questo, 
trovammo essere una gran cava divisa' 
in vari compartimenti, e somigliante a 
quelle che da noi si' veggono presso 
Yiggiù, da cui si estrae la pietra are- 
naria. Ci venne subito incontro un 
garzonotlo pezzente, servo forse. al 


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78 PASSEGGIATA 

guardiano del luogo, e profferse di con- 
durci a vedere il fenomeno. La nostra 
guida accese la fiaccola e gliela con- 
segnò. Colui prese tosto cpiel lume da 
una mano, e tratto da un canestro un 
uovo lo tenne dall' altra, accennandoci 
di seguirlo. Andati in fondo al primo 
compartimento della caverna , vedem- 
mo quivi r entrata di un andito più 
ristretto , che s’ inviscera nel monte , 
nel quale penetrò il fanciullo, ed io 
ed il compagno gli tenemmo dietro. 

Inoltrati che fummo per alquanti 
passi , sentimmo venirci incontro un 
gran caldo, quasi si andasse verso 
una invisibile fornace in combustione; 
* continuando poi ad avanzarci, il ca- 
lore e la soffocazione, che sempre au- 
mentavano, giunsero a tal segno che 
divenendo per me intollerabili , rivol- 
tomi dissi ^ — vile en arriere — c 


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DA NAPOLI A PROCIOA. 79 

costrinsi a retrocedere in fretta anche 
il Francese , il quale ripeteva : que 
ce n'èlail rien — e che — on ne de- 
vait pas avoir peur du feu sans le 
voir. — Appena fummo usciti fuori 
nella parte spaziosa dell’ antro , esso' 
infatti volendo provarmi eh’ era più 
risoluto e coraggioso di me, rientrò 
nell’ andito per raggiungere di nuovo 
il fanciullo, il quale non era retro- 
cesso con noi. Trascorsi però non più 
di tre 0 quattro minuti lo vidi ritornare 
celeremente indietro gridando : — Mon 
Dìeii, quelle chaleur affreuse/je crois 
bien que si favancais encore, j’étais 
roti lout vif. — In questo mentre ap- 
parve fuori anche il ragazzo, il quale 
mostrandoci l’uovo, e rompendone il 
guscio , ci fece vedere che era cotto, 
indurito. 

11 mio compagno era dato in un 


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80 PASSEGGIATA 

gran sudore, e ripeteva sbuffando — 
que bón gré mal gre on lui avait 
donne un hain de vapeur, — Io non 
sapeva trattenermi dai ridere, e Ma- 
dalonc nìi raccontava, che internan- 
dosi in quella grotta per un settanta 
passi, si trova V acqua che bolle 
perpetuamente , il cui calore giova in 
sommo grado agli infermi di certe 
malattie, i quali dagli spedali di Na- 
poli si sogliono mandare apposita- 
mente colà nella stagione opportuna. 
Udendo una tal cosa, mi si ridestò 
forte curiosità di vedere T acqua bol- 
lire per naturai calore , pensando che 
m’ avrebbe presentala una evidente 
immagme della bolgia nella quale 
Dante mise i violenti , ed 

% 

" Ove i bolliti ' facèno alle strida. 

Dissi ohe volentieri avrei ritentala 


DA NAPOLI A PROCIDA. 81 

r impresa, se non avessi temuto dì sof- 
frire troppo pel caldo. Madalone mi ac- 
certò che , tenendo curvo il dorso e 

» 

bassa la testa, avrei patito pochissimo 
disagio, poiché la corrente dell’ aria 
più calda passa nella parte superiore 
della caverna. Persuaso da ciò mi la- 
sciai indurre ad entrare di nuovo in 
queir andito, locchè feci colla schiena 
piegata ad arco, come se procedessi 
con gran peso sulle sparile. In fatti di 
tal modo mi avanzai senza provare 
nè il calore nè l’ afa di prima , ed 
era già pervenuto molto innanzi quan- 
do, sentendomi addolorata la spina 
dorsale per la protratta piegatura, di- 
mentico, ahimè! che io era nei dor 
minii di Nerone , come Orfeo in quelli 
delle inesorabili divinità dell’ Orco , 
inavvertitamente mi rizzai sulla per- 
sona... Ahi!... ahi!... fu un mettere la 

6 



PASSEGGIATA 

testa dentro la gola infuocata di un 
forno. Mi mancò , il respiro, mi si con- 
fuse la mente , e non so come riuscii 
a ricacciarmi fuori, venendo a cadere 
tinto da pallore mortale e quasi sve- 
nuto su un sasso nel largo dello speco. 
Il Francese e Madalone mi furono sol- 
lecitamente intorno, mi slacciarono 
al petto i vestimenti, mi sciolsero il 
fazzoletto dal collo , ed il primo, for- 
mato ventaglio col giornale il Siede, 
che trattosi da tasca si era posto a 
leggere durante la mia malaugurata 
spedizione, scuotendo Faria adoperò 
con tutta efficacia a farmi rinvenire. 
Mentre io cosi soccorso ripigliava 
poco a poco Fuso dei sensi, e stava 
in quell’ incerto fluttuare dello spirito, 
che sussegue all* angosciosa oscurità 
del deliquio , mi giunse all’ orecchio 
un canto, che forse per lo stato in 


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DA NAPOLI A PilOCIDA. 83 

cui si trovava il mio animo, mi| parve 
di celestiale armonia. Era il suono di 
due voci limpide, vibranti, che dal 
di fuori veniva melodioso sotto quelle 
ruvide vòlte , come T alito di un’aura 
carezzevole. Porgendo attento orec- 
chio a quelle voci, compresi le parole 
che suonavano: 

E sempre sia lodata 
La Vergine del cielo immacolata. 

Siccome mi sentiva già ravvivato al 
tutto ed aveva riprese le forze, mi 
alzai ed uscii fuori della grotta. Le 
cantatrici se ne stavano sul limitare, 
ed erano due fanciullelte che mostra- 
vano da undici a dodici anni di età , 
avevano le conocchie allato , e gira- 
vano il fuso nell’ atto che dicevano la 
loro canzone 1’ una vicino all’ altra. I 



84 PASSEGGIATA 

graziosi e regolari loro’ profili, gli oc- 
chietti vivaci, non che le voci pure 
ed argentine di cui erano dotate, fe- 
cero sì che ci arrestammo a guardarle 
con molta compiacenza, quantunque 
fossero sdruscite le vestettc di grossa 
tela turchina che indossavano, aves- 
sero i piedi nudi, è assai sudicio il 
pannicello che portavano in capo. 

— Come li chiami tu? — richiesi 
alla più grande. ' 

— Angiolella. 

— E tu? 

La minore arrossiva, e mi volgeva il 
tergo senza parlare. 

— Via, dimmi su come hai nome? 

^ Janna — rispondeva col capo 
basso. Poi entranbe sogghignavano 
tra loro , e la maggiore disse con 
certa quale avventatezza prodotta dal- 
r abitudine: — Dateci un grano j 


DA NAPOLI A PROCIDA. 85 

signorino? (*) — La moderazione della 
richiesta meritava premio, ed io ne 
diedi tre per ciascuna. Esse ghermendo 
il danaro pronunziarono insieme con 
un vezzo d’ accento tutto proprio delle 
napoletane — Il Signore ve faccia 
sta buono — e. tosto via se ne an- 
darono a corsa giù pel colle come 
due fuggenti gazzelle, ed in un istante 
ci sparvero dagli occhi. 

lo , il francese , é la guida scen- 
demmo dalle Stufe di Nerone sulla 
strada maestra. Consultando ivi tra noi 
convenimmo in questo, che avvicinan- 
dosi il tramonto non eravi più tempo 
da visitare luoghi curiosi od avanzi di 
antichità, e parimenti non essendo 

(*) Il grano j moneta di rame, è il soldo <tt Ra* 
poli, che forma la decima parte del carlino j ed 
equivale circa a cinque centesimi lombardi; il ^ 
grano poi si suddivide in calli. 


86 PASSEGGIATA 

possibile di far ritorno la sera in Na< 
poli , nè di retrocedere a Pozzuoli, il 
miglior partito che ci restasse da pren- 
dere, era quello di noleggiare una 
barca, e recarci a pernottare all’ isola 
di Procida, la quale è ad alcune miglia 
dentro mare. Di tal modo, si fece cal- 
colo che il mattino seguente, veduta 
r isola, avremmo avuto agio da ritor- 
narcene a terra, e percorrere nel resto 
della giornata ciò che restava a vedersi, 
restituendoci poi nel dì stesso in Na- 
poli. Madalone si assunse premuroso 
r incarico di provvedere a tutto quanto 
fosse bisognevole per eseguire questo 
progetto. 

Eravamo intanto pervenuti all’estre- 
mità del golfo di Pozzuoli, il quale 
andavamo costeggiando. Toccata la 
punta detta la Villa di Cesare, dove 
quel golfo ha termine, ed oltrepassatala 


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DA NAPOLI A PROCIDA. 87 

appena, ecco spìegarcisi allo sguardo 
il seno di Baja. 

11 Seno di Baja!! nome spirante 
non so quale olezzo di voluttà antica ! 
nome che suona qual poesia piena di 
storica vita, e sgombro dai favolosi 
eccessi di Gnido, di Pafo, di Tempe, 
di Sibari , dì Babilonia ! 

Gì staya innanzi uno specchio di 
acque d* argento , contornate da dol- 
cissimi colli, che ne formano il lido, 
il quale ad annunziare gli alti suoi 
passati destini, presenta al riguardante 
la maestosa rotonda del tempio di Ve- 
nere Genitrice, la grandiosa cripta che 
chiudeva l’ara di Diana Lucifera, e 
vicino il delubro che fu sacro a Mer- 
curio. Dalla maestà di quelle ruine , 
ogni anima altamente inspirata ode 
venirne un inno di canto infinito. 

Stendevasi lontano il ceruleo mare, 



8i PASSEGGIATA. 

baciato dal sole, che stava già per 
immergere nell’ onde il suo carro di 
fuoco. L’acqua, la terra, e 1’ aria 
rivestile di porpora e d’oro, man- 
davano in armonia il loro saluto al 
bel Dio delia luce , che abbando- 
nava 1’ ampia curva del cielo , su 
cui tacita saliva la luna. A quella dol- 
cezza di chiarore ineffabile, che illu- 
minava la incantevole scena , io ve- 
deva sorgere redivive le immagini de* 
trascorsi tempi. Per me ricomparve 
su quel lido un istante la vita roma- 
na ; e pronunciai col pensiero le pa- 
role O: 

Io son vostro, io son vostro o sante Ascree, 

(*) Vesler, Caraenee, vester in arduos 
Tollor Sabinos ; seu mihi frijjidum 
Proenesiee, seu Tibtir siipinum 
Seu liquida! placuere baJìB. 

' Hou. 


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DA NAPOLI A PROCIDA. 


89 




Meco voi siete, o Dee, 

S’ io poggi al Sabin Monte, o se la molle 
Daja mi chiami, o di Tiburno il colle (1). 

Contemplando poi quelle vòlte ca- 
denti e quei ruderi, unici resti di 
tanti sontuosi edilìzii, compresi come 
da quella sede della voluttà e delle 
dovizie profuse, il lirico d’ Augusto 
traesse poetici argomenti per flagel- 
lare l’insaziata avidità di quelli con- 
tro cui sciamava (2): 

Tu de la tomba immemore 

(1) TIUU. CnLONKTTI- 

(2) Tu secanda marmora 

Locas sub ipsuin funos, et sepulcri 
Immeraor, struis domos; 

Martsqiie Baijs obstrepentis uri'es 
. Submovere lìtora 

Porum locupies continente ripa. 


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90 


PASSBGGUTA 


Sul morir marmi appresti e case innalzi, 
E là dov’ ora strepita 
Di BÀJA il mar, più oltre il lito incalzi' 
Del fermo suol mal sazio. 

11 grave concetto di questa sentenza 
mi suonò come un annunzio funereo 
fatto dal Poeta echeggiare per met- 
tere spavento tra quello splendore 
d’ oro e di marmi , tra il torreg- 
giare de’ palagi, elevati usurpando lo 
spazio alle onde stesse del mare, che 
quasi di dispetto ne freme. 

Rivolto poi lo sguardo alle acque, 
alla riva, sentendo in cuore la irre- 
sistibile seduzione del luogo, mi venne 
più soave alla mente il tenerissimo 
Properzio, anima appassionata ed ar- 
dente fra quante lamentarono in versi 
amorosi. 

Properzio è a Roma e la sua Cinzia 


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da napoli a procida. 

si è recata a Baja, a quella Baja tanto 
perigliosa per gli adoratori lontani ; 
ascolta per ciò quali cose le scrive (*) : 

Mentre tu stai, o Cinzia, in mezzo 
a Baja, che giace sul lido su cui vi 
è il sentiero d' Ercole e vai mi- 

rando alle acque soggette un tempo 
al regno di Tesproto prossime. 


(1) Ecquid te niediU cessantem, Cynthia, Baijs, 
Qua jacet Herculeis semita litoribus. 

Et modo Thesprotl mirantein subdita regno 
Proxima Misenis «quora nobilibus. 

Nostri cura subit meniores ah ducere noctes I 
Equis in extremo restai amore locust 

(2) Prtttndesi sia stato quel lido chiamato 
la strada d’Èrcole, per esservi esso passato co* 
buoi tolti a Gerione nell’ Jberia. Che che ne sia 
della verità di questa tradizione è certo che 
quella strada fu appellata erculea tanto dai 
poeti quanto dagli storici. 

(3) Da Tesproto fu detta Tesprozia una parte 



9^ PASSEGGIATA 

al nobile' Capo Miseno , conduci tu 
le notti ricordevoli di noi°t ti resta 
ancor luogo per V ultimo amore? 

Odi ora espressa l’ansia gelosa delFa- 
matore, che ci svela le insidie di quel 
soggiorno , ed ammira quadro di gra- 
zia inimitabile <*) ; 

' Deh ! vogliano gli Dei che tu piiit- 


dell’ Epiro. Essendo partita poi di là una colonia 
che occupò la spiaggia di Cumoj prese il nome 
di regno di Tesproto anche il paese in cui vi ha 
Baja e gli altri luoghi qui nominati. 

(*) Atque utinam mage te remis confisa minutis 
Parvuia Lucrina cyinba moretur aqua; 

Aut teneot clausam tenui Teuthrautis in unda 
Alternse facilis cedere lympba manu; 

Qiiara vacet alterius blandos audire susurros 
Molliter in tacito litore compositani ! 
l't solet amoto labi custode puella 
Perfida, comraunes nec nieminisse deos. 


DA NAPOLI A PROCIDA. 93 

tosto abbia a consumare le ore seduta 
in picciola navicella sul lago Lucri- 
no , spingendola con lievi remi, o 
che racchiusa nel breve cerchio del 
tenue T entrante faccia cedere le 

acque col moto alterno delle lue brac- 
cia, anziché mollemente sdraiata in 
tacita sponda tu stia ascoltando su- 
surrarti all'orecchio seducenti pa- 
role, a guisa di infida fanciulla, che 
allontanata la sua custode, più non 
si sovviene de' comuni iddii (2), 

E s’egli amava Cinzia, vedilo e giudica 


( 1 ) Teatrante è nome forse d’alcun altro pic- 
ciolo laghetto ch’era nelle vicinanze di Baja, e 
che di presente più non esiste. 

( 2 ) Cioè degli iddii invocati prima da essa con 
altro amante a testimonianza della reciproca 
fede. 



91 PASSECGUfÀ 

se mai Io disse alcun altro in modo 
più commovente e vero O ; 

' Ah/ io non ho della cara madre 
maggior cura di quello eh* io m* ab- 
bia di te ; senza di te io non do al- 
cun pensiero alla mia propria vita. 
Tu sola sei a me la casa, o Cin- 
zia, tu sola i parenti , tu la mia 
gioja di tutti gli istanti. 

Senti finalmente la chiusa dell' elegia, 
e cosi comprenderai in modo compiuto 
qual luogo fosse Baja: 

Tu dunque al più presto abban- 
dona la corrotta Baja, i cui lidi 

{*) Ah ! mibi non major cara custodia matris 
Aut sine te vitae cura sit ulta mee. 

Tu niihi sola domus, tu, Cynthia, sola parentes, 
Omnia tu nostrse tempora Icetitice. 


DA NAPOL A PROCIDA. 95 

producono iniiniti dissidi, i cui lidi 
sono sempre stati nimici alle caste 
fanciulle. Ah! periscano le acque 
di Baja , complici di tanti delitti 
d' amore! O 

Perchè siffatte cose fossero da un 
poeta dettate e fatte pubbliche in versi, 
pensa ora tu quali avvenimenti do- 

(*) Tu modo quam primum corruptas desere Bajas: 
Multis istas dabant litora dissidiura, 

LUora, quoe fuerant castis inimica puellis. 

Ah pereant Bajee, crimen amoris, aquae! 

■ Michele Vismara , eh' è il più noto de’ tra- 
duttori italiani di Properzio , co^t volgeva non 
senza cinica interpretazione questi ultimi versi : 

Peran quell’ onde lubriche 
Fatali al bel pudore. 

Pera di Baja il margine 
Alto bordel d’ amore. 



PASSEGGIATA 


i)6 

veano di consueto colà ‘ succedersi , 
quanti nodi aggrupparsi e sciogliersi, 
svolgersi quanta storia di vive e disor- 
dinate passioni ! (') Tutto ciò ripetuto 
poi in Roma, sarà corso di bocca in 
bocca, e avrà formalo soggetto d’ ogni 
avido ragionamento nelle domestiche 
adunanze, nei fori, e massime tra 
coloro c^ie stanziavano abitualmente 
sotto i portici di Pompeo, ch’era in 
quella città il luogo ove si raccoglie- 
vano i novellisti e gli sfaccendati. Per 
conoscere al vero la vita intima che 
conducevasi a Baja, immaginare ti devi 
le superbe dame romane, fregiate dei 


(*) Gladio accusato da Cicerone in Senato per 
V empia sua scostuinatezza , credette ritorcere 
Vaccusa, semplicemente col rinfacciare ad esso 
lui di essere stato a Baja ove: libìdines, amo* 
res , adulteria, convivia, comessationes, cantus, 
‘ symphonias jactant. 


i 



DA NAPOLI A PROCI D.A. 9^7* 

nomi delle famiglie senatorie^, conso- 
lari, imperiali, di maggiore rinomanza 
presso noi posteri, le quali ivi rac-^ 
colte dovevano di necessità gareg- 
giare per superarsi in isplendore di 
abbigliamenti, ed in isfoggio sfre- 
nato di lusso, e ciò in un tempo in 
cui le ricchezze di que’ padroni del 
mondo trascendevano ogni misura. 
Pensare devi altresì alle rivalità , agli 
scambii, alle arti per rapirsi recipro- 
camente gli amatori, pensare ai focosi 
giovani , agli adulti inverecondi , ai- 
1' epicureismo universale, alla libertà . 
del costume, alla religione tutta ve- 
nere e fiori, alle ancelle, agli schiavi, 
air onnipotenza del volere romano. 

Nè ciò basta ancora per formarsi un 
intero ed adequato concetto del vh 
vere che si consumava colà ; devi to- 
gliere la mente a quegl’ intimi slanci. 



98 PASSEGGIATA 

a quegli sfoghi cT ogni privata pas- 
sione , e pensare ai teatri , ai giuo- 
chi, alle naumachie, alle feste religiose, 
ai cori di giovinetti e fanciulle , pro- 
cedenti in mezzo alle splendide turbe, 
lunghesso quel seno, lambendo il mare, 
dal tempio d’ Apollo a quello di Diana, 
inneggiando fra i tripodi fiammeg- 
gianti , ■ e r are crepitanti d’ incensi, 
il cui fumo saliva a mischiarsi a vor- 
tici dorati col cielo* sereno. 

Dominato io stesso da questi pen- . 
sieri, guardava quel lido, etra la luce 
ornai fatta incerta del crepuscolo, vo- 
leva pur cogliere ancora su di esso 
un ultimo fremito di quel movimento 
antico, e porgeva V orecchio per udire 
un 'eco estrema di tanti festosi cla- 
mori... Tutto era solitudine e silenzio!.. 

E quando, salita una barca, solcammo 
navigando quelle storiche acque , oh ! 


DA NAPOLI A PnOCIDA. 99 

come mi tornarono tristi e solenni alla 
mente i versi del mesto Poeta delle 
Meditazioni : 

Colline de Baya! poétìque séjour! 
Voluptueux vallon qu’habita tour à tour 
Tout ce qui fut grand dans le monde 
Tu ne retentis plus de gioire ni d’amour 
Pas une voix qui me réponde 
Que le bruit piantif de cette onde. 

Ou Tèdio reveillé des débris d’alentours! 
Ainsi tout change, aìnsi tout passe, 

Àinsi nous-mémes nous passons, 

Ilélas! sans laisser plus de trace 
Que celle barque où nous glissons 
Sur celle mer où tout s’cfface. 

Mentr’ io stava col pensiero assorto 
nell’ amara verità ‘ racchiusa in que- 
st’ ultinie parole, di si immediata ap- 
plicazione a noi stessi , il mio compa- 
gno esclamò: — Le mila, ceci n'est 


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• 1 


100 PASSEGGIATA 

pas une plaisanterie, nous doublons 
le Cap Misène — Capili Miseni. — 
Infatti noi dopo essere andati colia 
navicella seguendo terra terra la curva ' 
del seno, passammo sotto il castèllo 
di Baja, poscia avanti il porto Miseno^ 
c stavamo in quel momento superando 
il famosissimo Capo eh' ebbe nome 
dall’ Bolide tubatore. Non giova ricor- 
darti che Miseno fu compagno dei 
grand’ Ettore e colla tromba incita- 
tore de’ combattenti nella guerra di 
Troja ; poscia avvenuta la miseranda 
fine di quella città, seguì nell’ esilio 
Enea, e volendo sul mare sfidare 
Tritone nel suono , venne dall’ invido 
Nume (si credere dignum est) tra- 
volto nell’ onde e fatto perire^ 11 pio 
Trojano , raggiunto che ebbe il lido 
d’ Italia, ritrovò steso sull’ arena il ca- 
davere di Miseno, e ne ordinò gli 





DA^IViPOLl A PROCIDA. iOl 

splendidi funerali, erigendone la tomba 
a vista del mare, sovra un monte ch’era 
per lo appunto quello sotto il quale 
allora noi passavamo remigando. Chi 
non avrebbe colà rammentato i notis- 
simi versi? (^) 

Oltre a ciò fece Enea per suo sepolcro 
Ergere un’alta e sontuosa mole; 

E r armi e ’l remo e la sonora tuba 
Al monte appese che d’ Aerio il nome 
Fino allor ebbe ed or da lui nomato 
Miseno è detto e si dirà mai sempre. 

Caro. 

/ 

E si ha ad aver per certo che Vir- 
gilio non verrà smentito dalla poste- 

I 

(*) At pius yEneas ingenti mole sepuicrum 
Imponiti suaque arma viro, remumque, tubamque 
Monte sub aerio, qui nunc Misenus ab ilio 
Dicitur oeternumque tenet per soecula notr m 



402 PASSEGGIATA 

rità. Quel Capo forma il punto del 
litorale che più si protende allo in- 
fuori nel mare in quel pWaggio d’Ita- 
lia. 11 suo aspetto è d’alto colle, e 
sorge quasi a perpendicolo sull’ onde, 
che gli battono al piede franandolo 
di continuo. 

Fra il seno di Baja, e l’ interno del 
porto Miseno si apre un vasto e na- 
turale foro nel colle, che lascia comu- 
nicare le acque dell’' un luogo con 
quelle dell’ altro. I marinari ci dis- 
sero che quel foro chiamasi la grotta 
de* Penati o degli Spiriti , e che di 
là passavano le barche de’ morti. Non 
posso esprimerti quanto mi colpissero 
queste parole, rivelatrici della tradi- 
zione dell’ antico costume, poiché con- 
corrono ad ispiegare sempre meglio 
r itinerario dei defunti dì Cuma, il 
quale quanto importi conoscere, con- 


I DA ^APOLI A PROCIDA. 105 

sidcrandolo ne' suoi storici rapporti , 
io ti ho già narrato. 

11 nome di Penati, come sai, davasi 
dagli antichi alle loro divinità dome- 
stiche, e in ciò confondevasi con quello 
di Lari, che alla fin fine non erano 
altro che i defunti della famiglia , ai 
quali sacravano un culto speciale, 
ed ergevano privati altari , persuasi 
come erano, che proteggessero effica- 
cemente la casa; Penati insomma erano 
V morti nel senso più religioso della 
parola.. Ritornando ora all'argomento 
ti dirò che l' interno del porto Miseno 
comunicava col lago del Fusaro, che 
è (spavéntati! ) l' antico Acheronte, 
tmehrosa palus, e collo Stige ch'or 
dicesi Mare morto. Tu vedi con ciò 
tracciata chiaramente la linea del tra- 
gitto che facevasi fare ai morti di 
Cuma. Venivano essi recati dallo Stige 



104 PASSEGGIATA 

all’ Acheronte , di là scendevano nelle 
acque del porto Miseno, uscivano per 
la grotta de’ Penati , andavano pel 
mare costeggiando il lido sin che en- 
travano nel lago Lucrino, e da questo 
in quello d’ Averno, acque tutte che 
comunicavano tra esse per mezzo di 
canali naturali od artificiati; e cosi 
dopo d’aver fatto un viaggio di cinque 
a sei miglia , venivano sulle rive di 
queir ultimo Iago sepolti. ■ 

Non iscaturisce da ciò evidentissima 
la ragione del trovarsi costantemente 
nei gran dramma miologico un perso- 
naggio , che rappresenta 1’ una delle 
parti più importanti nel transito delle 
anime da questa vita, vo’ dire del per- 
iionaggio di Carónte, burbero e rozzo 
come tutti lo furono i navicchieri, 
e Io saranno mai sempre? Non si mo- 
stra ovvio il motivo per cui tutt’ i morti 


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Vr . _ 


UA NAPOLI A PnOClOA. 105 

dovevano essere forniti di una nio- 
nela, V obolo, per ottenere di essere 
tragittali nella sua barca? Questa parte 
pecuniaria (lasciami dir così) del ri- 
tuale funebre, fu tra le ultime a cadere 
in dimenticanza, poiché trasformali 
quegli usi in riti sacri, e divenuti parte 
fondamentale del dogma pagano, si 
mantenne ed anzi si generalizzò il co- 
stume di seppellire ovunque i morti 
con una moneta nella bocca, per darsi 
ali' avaro Caronte , facendo così du- 
rare anche nel regno delle ombre la 
insaziabile cupidigia dell’ oro (*). 


(*) Egli è ben vero che queste origini potrebbero 
essere non assolutamente italiche, ma avere ra*’ 
dici egizie o greche, lo che è probabile per le 
derivazioni che già accennai, e come viene da 
autorevoli scrittori afifermato.,Però ancorché la 
genesi non fosse rigorosa, stanno i fatti e le con- 
seguenze, e ciò basta. 


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406 PASSEGGIATA 

Tali considéràzioni mi guidarono ad 
altre piu astruse , e mi vi ingolfai si 
addentro, che alla fin fine quel lungo 
vaneggiare per memorie antiche mi 
spossò la mente. Sentii necessità d' a- 
vere riposo dalia dura fatica di far 
rivivere col pensiero la polvere di 
trapassati secoli, muta, fredda, insen- 
sibile. 11 labirinto di fatti , già estinti 
e vuoti , per cui andava aggirandomi, 
m’ incusse terrore come il rintrono 
di sotterranee tombe su cui incauto 
uom mova pericolando il passo, lo 
rientrai in me stesso, avido di sen- 
tirmi esistere di una vita vera e pre- 
sente, e di respingere la turba delle 
vacue forme e degli evocati fantasmi, 
che erano apparsi troppo pronti ed 
affoltati al mio pensiero. Appena mi 
fu dato calmare i moti del mio pro- 
prio cuore trovai conforto ; e levando 


DA NAPOLI A PROCIDA. 407 

racconsolato lo sguardo al cielo vidi 
sorridermi dall' alto la luna lumi- 
nosa nell’ azzurra vòlta, lontanamente 
seminata di rade stelle, che scintil- 
lanti si specchiavano nel piano del 
mare. La nostra barca , vogando , 
sembrava lasciare sulle acque una 
lunga striscia di gemme. Innanzi a 
noi appariva l'isola di Procida come 
una macchia bruna, e dietro ad essa 
appena si discernevano in tinta vapo- 
rosa le sommità de'monti d’ischia più 
* discosti. 

Le mie pupille tornarono quasi in- 
volontarie a (issarsi immote sulla fac- 
cia della luna. Intorno ad essa nel 
campo del cielo eransi raccolti candidi 
fiocchi di nuvoletti; uno di questi venne 
a coprirla, e si mostrò all’ istante tra- 
sparente qual velo, e colorito da tutte 
le tinte dell’ opale ; parve allora che 


408 PASSEGGIATA 

per armonico consentimento le onde 
tramutassero i loro lucidi riflessi cri- 
stallini in tante iridi di tranquille perle- 
Seguendoci nel nostro cammino l’astro 
della notte sgombrò quel lieve appan- 
namento dal volto, e ricomparve nella 
piena vivezza del suo puro argento. 
Ma, come le gioie terrene che troppo 
intense non durano, si scontrò tosto 
in altro gruppo più denso di nubi , e 
vi si immerse. L’ aria e il mare in- 
cupirono tristamente all’ improvviso 
oscurare del pianeta; e si diffuse la 
tenebria per lo spazio. Ma quell’ oscu- 
rità s’ andò poi diradando , e riprese 
a rischiarare sempre più, sinché uscen- 
do dal fosco ingombro il luminoso di- 
sco , rifulse terso di nuovo , e tenne 
tutte libere le vie del cielo, ove ogni 
nebbia si sciolse e disparve. L’am- 
piezza lucente e silenziosa divenne 



DA NAPOLI A PUUCIDA. lOU 

di soave trasparenza ; e regnò una 
eterea calma , che qual sogno d’ eliso 
mi traeva V anima in incanto, si che 
quasi uscito dal tempo , io vagava 
rapito in quella perpetua poesia di 
luce d'astri, e di mare. 

Precida ci si andava facendo vi- 
cina. La parte dell’ isola verso cui 
navigavamo , era sepolta nell’ ombra, 
e si vedevano per l’ oscurità splendere 
lumi, moversi in vari punti e sparire. 
Eravamo ad un miglio da terra, quando 
grado grado pel girare delia luna s’ il- 
luminò anche ,^quel lato dell’ isola, 
cd apparvero tutte le case di Precida 
in bianca fila, riflettendosi rovescio 
nelle acque del mare, allora placide e 
lisce come lastra di vetro. 

Abbenchè la vista della terra vicina, 
e delle abitazioni a cui ci appressa- 
vamo , avesse fatta svanire dal gran 



110 PASSEGGIATA 

quadro , che mi stava soli’ occhio , 
la vaga incertezza di linee, tutte di 
mare e di cielo, che poco innanzi ne 
formava per me la ideale poesia, pure 
non sapeva saziarmi dall' ammirare 
quella nuova scena, eh’ era l’una delle 
più deliziose marine a chiaro di luna, 
che mai si potessero contemplare. Per- 
ciò mi parve venire richiamato con 
urto doloroso dalla regione delle beate 
fantasie, alla realtà di una penosa esi- 
stenza , quando udii i marinari, pros- 
simi al lido, gridare a tutta gola an- 
nunziando l’arrivo, e spingendo a voga 
arrancata la nostra navicella, la quale 
correndo veloce fra una selva di bar- 
che sdiate alla spiaggia, diede delia 
punta alla riva , e s’ arrestò , per cui 
ci fu forza mettere piede a terra. 

— Gràce à Dieu nous vaici arrivés 
dans Vile! Jc ne sais pas si vous 


DA NAPOLI A PROCIDA. IH 

voiis apercevez que nous n’avons 
pas encore diné. Quant à moi qui 
ne suis ni un héros, ni un poéte , 
et pas méme un romancier, j'avoue 
que j’ ai un appètit enragè. — 

Per ciò Madalone dietro mio co- 
mando ci condusse difilato versoPuna 
delle case, eh’ erano presso quella riva, 
ed introdottici in una porticella ci fece 
salire una lunga scala tenebrosa , di- 
cendo che eravamo nel primario al- 
bergo di Procida, dove saremmo stati 
ottimamente trattati, poiché fornito di 
ogni cosa pel servizio de’ forastieri, 
al pari dei migliori di Napolr. Perve- 
nuti alia sommità della scala, ci tro- 
vammo con molta sorpresa ancora al 
buio; se non che allo strepito ed alle 
chiamate di Madalone apparve fuori 
una vecchia con un lumicino. La no- 
stra guida non so quali cose . le 


, 112 PASSEGGIATA 

dicesse nel suo più chiuso dialetto; solo 
compresi che andavale ripetendo ch’e- 
ravamo inglesi francesi: lo che io non 
seppi spiegare in altro mod«, fuorché 
ritenendo adoperasse la parola in- 
glesi, nel significato generico di viag- 
giatori , aggiunta da farsi all' addietti- 
vario geografico. 

La vecchia ostessa accennò di se- 
guirla e ci condusse in un camerone, 
in cui vi avevano più letti, ed una 
larga tavola nel mezzo; spolverati 
due candellieri d'ottone ve li collocò 
ed accese. Mentre stava intenta a ciò 
io la pregai che ci facesse servire con 
tutta sollecitudine un'abbondante ce> 
na, poiché eravamo tormentati dalla 
fame , non avendo ancora pranzato. 
A tale mia richiesta la vecchia, don- 
dolando il capo lentamente, rispo- 
se : che r ora era tarda , che nulla 




DA NAPOLI A PROCIDA. H3 

teneva in casa, e che i suoi uòmini 
essendo usciti non poteva nmndare 
per provvigioni; ma aggiunse tosto 
con voce melata, che se ci fossimo 
fermati il domani saremmo stati ser- 
viti da principi. Il Francese indovi- 
nando il significato di tai detti , mutò 
colore; io stringendo le labbra, in- 
crociate le braccia al petto, guardai 
con comico furore in faccia a Màda- 
lone, il quale già alzati gli occhi e i 
pugni alla soffitta, ingiuriava con una 
sua nuòva, litaniaUutti i santi. Gli im- 
posi severamente silenzio, dicendogli! 
che le sue bestentmie non supplivano 
alla bisogna , eh’ esso ci aveva ingan- 
nati, e pensasse prontamente al ri-! 
niedipJ * : 

— Me date una pezzami O — escla* 


(*) Scudo d’ argento di dodici carlini. 



114 PASSEGGIATA 

mò allora con eroica risoluzione sten- 
dendo la mano. 11 caso era incalzante, 
io non- credetti poter esitare, aprii 
la borsa, ed esso, preso il danaro, scom- 
parve strascinando con sè T ostessa. 

Rimasti colà noi due soli, ci posimo, 
quasi per mutuo accordo , a passeg- 
giare a gran passi, l’uno contro l’al- 
tro per quella camera, come due sen- 
tinelle in fazione. Dopo alcun tempo , 
annoiato da tal esercizio, io mi avvici- 
nai ad una imposta, che sembrava es- 
sere d’un balcone, e la aprii. Dava 
essa adito ad una loggetta verso il 
mare, uscito sulla quade vidi, ch’era 
formata da un arco, sostenuto da co- 
lonnette di legno lavorate ad intagli, 
intorno a cui si attorcigliavano i panp 
pini di una vite , che faceva alia log- 
gia guarnimento di fogliame a ino’ di 
. letto. 



DA ^APOLI A PROCIDA. 115 

Io non era sì soggiogato dall’ ap- 
petito da perderne il capo come d mio 
compagno, e quindi stimai buona ven- 
tura per me la scoperta di quel notturno 
belvedere. 

Mi affacciai al parapetto , e mi vi 
posi appoggialo sulle braccia per ispen- 
dere colà il tempo dell’ aspettamento 
della nostra imbandigione. Una brezza 
ad alili interrotti veniva dal mare , 
che si era fatto ondoso; a destra ed 
a manca vedeva schierate le case del- 
r isola, chiare, silenziose, quiete, le 
quali sembravano contemplare an- 
ch’ esse con compiacenza il loro mare 
che accarezzava la spiaggia , e pei ri- 
flessi orizzontali delia luna mi si pre- 
sentava dinanzi come una mobile e lu- 
cente gradinata, che si stendesse lon- 
tanamente acuminandosi. 

Nell’ alto che ciò mirava , io mi 


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116 passeggiata 

sentiva compreso da non so quale 
più soave ed intima sensazione, che 
non aveva da prima a sufficienza av- 
vertita , ed era in me prodotta dalla 
fragranza dei molti fiori che mi sta- 
vano intorno nei vasi collocati su 
quello stesso davanzale, tra cui di- 
stinsi per r effluvio più esilarante, i 
limoncelli, il timo, la réseda odorata, 
ed il geranio. Tu sai che i fiori eser- 
citano sopra di me un potere di men- 
tale trasformazione assai più intenso 
che i suoni; per ciò dovrei stendere 
una pagina fantastica al pari di quelle 
di Hoflmann , se volessi farli par- 
tecipe di ciò che si passò nel mio 
spirito nel tempo eh’ io stetti colà 
circonfuso da quelle emanazioni olez- 
zanti. Non più mestizia, non più pro- 
fondità di pensamenti, erano le serene 
inspirazioni del Sogno di una notte 


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DA NAPOLI A PROCIDA. 417 

d' estate , erano i tenui motivi di un 
musicale silenzio, era un non so che 
di meridionale, di appassionato, di 
notturnamente lieto, era ... era . . . 
una poetica follia. 

— Oà ótcs-vons caché? Venez ici\ 
écoutez — (così si fece il Francese 
a gridare da dentro la camera ) — 
Venez dune, écoutez ceci. — 

Io mi rivolsi con dispetto, importu- 
nato da quelle ripetute chiamate , ma 
rientrato appena nella stanza, fui preso 
mio malgrado dal ridere, nel vederlo 
sdraiato alla rovescia sopra uno di 
quei letti, co’ piedi appoggiati sull’alto 
del muro e tenendosi a due mani sol- 
levato innanzi alla faccia un grosso 
volume ; io m’ immaginai avesse giu- 
dicala quella posizione la più conve- 
niente per imporre freno alla sua fonie. 
— Je parie (egli disse senza mo- 


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H8 PASSEGGIATA 

versi) que vous ne savez pas eom- 
meni on disait en latin, parlant dti 
théàlre « faire relàche ». 

. — Far riposo ... ? non . . . 

— Cesi « ludos intercalare » Et 
les affiches des théàtres savez-vous 
comment on les appelaient du temps 
des Romainsf « tabellse comiche » . Ce 
soni des traits d'érudition à ne pa^ 
dédaigner. 

— Dans quel mauvais bouquin 
péchez-^ous ca ? où diable avez-vous 
dèterré ce livre? 

• — Là sur celle commode, oii peut~ 
étre quelque voyageur philologue 
Vaura oublié, « Convenite ad ludos 
spectandos » cela signifiail « Entrez, 
messieurs, la pièce va commencer,.,, » 

— Voici la meilleure pièce qui 
puisse commencer pour nous. Vite 
sur pied. — 


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DA NAPOLI A PROCIDA. 419 

Era Madalone il quaLe entrava ca- 
rico di tondi e di vetri, preceduto da 
una graziosa giovane , che recava un 
canestro di pane, ed aveva sul braccio 
la tovaglia ed i marnili. La mensa fu 
lestamente apparecchiata, avvicinate 
le sedie , sopra una delle quali si 
postò pronto il Francese, balzato giù 
dai letto e gettato a volo per la ca- 
mera il suo libraccio. Allestita che fu 
ogni cosa, la giovane usci, e Mada- 
lone nell' atto di seguirla fece alcuni 
gèsti dietro, ad essa colle dita , come 
se gettasse i punti al giuoco della 
mora, e poi rivolta la testa verso dì 
me, mettendo aperto il palmo della 
mano all' angolo della bocca , quasi 
volesse parlare di nascosto, pronun- 
ciò a mezza voce: Maria del Carmine/ 
— e scappò via. 

A quest’ atto singolare, io cd ilcom- 



PASSliGGlATA 


120 

pugno accusando entrambi dentro di 
noi troppo alla spedita il povero Ma- 
dalone di un torto divisamènto^ scam- 
biammo una maliziosa occhiata, guar- 
dandolo in coda. 

— Ce ne serait pas à dédaigner, 
aussi bien qiCun bon trait d'érudi- 
tion. Qu’en pensez-vous mon cher 
ami? — Disse il Francese soffregan- 
dosi le mani e sogghignando. Ma ogni 
ghiribizzo di tal natura spari tosto 
dinanzi ai vortici di fumo zeppo d'ogni 
confortevole odore, che giunse a noi, 
espandendosi da un gran piatto ricol- 
mo di quella saporosa vivanda , eh’ è 
il cibo prediletto del paese, i macaroni. 
Lo recava Madalone medesimo in aria 
di trionfo. 

Per lo spazio di un quarto d’ora 
non vi fu luogo da pensare ad altro. 
Ricomparve poi l’ostessa con pesci 


DA NAPOLI A PROCtDA. 121 

squisiti cucinati in varie foggie, e da 
ultimo venne la giovane portando 
aranci collocati a piramide sovra una 
elegante sottocoppa. 

Allontanatesi le donne, e acquetatasi 
r opera del divorare, noi manifestam- 
mo a Madalone il nostro aggradimento 
per r ottima cena ammannita con tanta 
prontezza. Egli dopo avere con digni- 
tosa umiltà ringraziato, mi domandò 
se io non aveva mai udito parlare di 
Maria del Carmine , la figlia dell’ oste 
di Precida, lo risposi di no ; non sa- 
pendo immaginarmi per qual cagione 
si dovesse parlare nel mondo di quella 
fanciulla. Allora egli, facendo le altis- 
sime maraviglie per tale mia ignoran- 
za, cominciò a narrare una lunga isto- 
ria di amori, di inglese, di fughe, 
di abbandoni, accompagnata da tutti 
gli episodii probabili ed improbabili, 


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422 PASSEGGIATA 

consueti in simil genere d’avvenimenti. 
Da questo però usci fuori chiaramente 
che l’interpretazione da noi data ai 
primi gesti di Madalone, era stata af- 
fatto erronea, non essendo quelli che 
un preparativo mimico al racconto, 
il quale serviva poi di destra introdu- 
zione alla proposta da lui subito fat- 
taci: che, desiderandolo noi, ci si 
sarebbe presentata quella giovane ve- 
stita nei pittoresco costume delle donne 
di Precida, e ciò per quattro carlini. 

Avendo noi a questo aderito egli 
parti frettoloso, e indi a poco Maria 
del Carmine ci venne innanzi tutta 
abbigliata nei suo patrio vestimento, 
per verità assai ricco e vago, siccome 
lo avrai veduto più volte rappresen- 
tato sulle scene o nei quadri. É una 
mischianza d’uso greco moderno e di 
spagnuolo; notai in esso particolar-' 



DA NAPOLI A PROCIDA. i23 

mente la camisola^ la robba (gonna) 
il mocarfor ‘(fazzoletto) ricamato in 
oro che portasi in capo, ed i zocco- 
letti ornati di foglietto rosse di talco 
e di frangio d’ argento. 

Quel costume attagliava a perfe- 
zione a Maria del Carmine, giovane, 
non alta della persona , ma di giuste 
ed attraenti forme. Mostrava essa bru- 
netta la pelle , occhi neri , capelli lu- 
cidi e nerissimi; i di lei lineamenti 
sebbene difettassero di regolarità, per 
cui un artista gli avrebbe forse a ra- 
gione censurali, si potevano meritare 
però meglio che indulgenza da qual- 
siasi amatore. Presentava insomma 

4 

quella fanciulla una figura non cou- 
• suonante al tutto coll’idea che l’im- 
maginazione s’aveva creala dell 'eroina 
del racconto di Madalone, ma tale ciò 
non pertanto da persuadere colla 


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i2i passeggiata 

espressione dei suoi traiti, che esi- 
steva in lei suscettività e potenza di 
fervida passione, quale vi ha per dir 
vero in tante e tante altre della sua 
età e del suo stato, nelle quali la Oam- 
nia si consuma e si spegno tra V ago 
e il telaio, entro le domestiche pareli, 
senza divenir mai soggetto d’ idillio , 
d' elegia, di dramma o di tragedia. 

Compiuta ogni nostra minuta osser- 
vazione, facemmo complimento a Ma- 
ria com’ era dovere, ed io la presentai 
della convenuta rimunerazione aumen- 
tandola, ad onta di che il Francese 
volle aggiungere del suo, per cui essa 
riconoscente ci pagò d’ un significan- 
tissimo sguardo, che il mio compagno, 
forse perchè eravamo nel regno di 
Napoli, trovò volcanique. Al ritirarsi 
eh’ essa fece poi da quella camera, la 
vecchia ostessa che 1’ aveva accom- 


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DA NAPOLI A PROCIDA. 125 ' 

pagnata colà, e Madalone che le era 
girato intorno coi lumi, le tennero die- 
tro con gran sussiego a modo di due 
comparse teatrali. \ m, 

— Il faiU convenir que Marie ài 
présent est un peu fanée , mais elle 
doit avoir étè bien jolie et bien pi- 
quante, Jl est inconcevable qu’une 
jeune personne de ce pays-ci ait pu 
s’amouracher d*un Anglais; ce sera^ 
certainement quelque maussade tou- 
riste, qui aurajoué l’ amoareux par 
pure imitation powr Byron. Et dire 
qu'elle a fait tant de folies pour lui! 

— Ignorez-vous qu*un lion et mé- 
me un tigre anglais doit compier par- 
mi ses conquétes une [emme quelcon* 
que du midi poétique? Et quant à 
V Italie ca arrive souvcnt, car nous 
avons partoul de ces sirs et de ces 
lords. 



FRAMMENTI 


145 

mità del Righi, che già accennava un 
primo indizio d’aurora, lo cjie faceva- 
no parimenti a destra le alte punte del 
corroso monte Pilato. Sotto la mia fi- 
nestra le acque del lago erano ta- 
cite e dormenti ancora. 

Alla spedita il cameriere, impaziente 
forse d’intascar la mancia e di rico- 
ricarsi, cacciava in valigia le mie ro- 
be, ed io non m’avea al tutto allac- 
ciato l’abito nè preso il berretto, ch’esso 
già fuor dell’uscio colla candela, scen- 
deva le scale, portando sotto il brac- 
cio il mio fardello. Dolevami di lasciare 
Lucerna senza vedere il leone (*), al- 
cune chiese, e l’arsenale; ma rimaneva 
a visitarsi alquanto della Svizzera an- 
cora, e ciò m’avrebbe compensato. 

Sul porto stavano raccolti molti 


O Eretto ; Helvetiorum fidti ae vhrtuti. 


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APrBNBlCB 


tu 

passeggieri » de’ quali alcuni erano sa- 
liti a bordo del battello a vapore , 
che s’ allestiva per partire ed era lo 
Stadt-Luzern. Vi montai sopra io pu- 
re; fatto collocare convenientemente il 
mio equipaggio, per isfuggire a quella 
pressa, a quel molesto andar di gente, 
mi diressi ver la punta del battello, 
e là mi posi a sedere solo e silen- 
zioso aspettando che si partisse. Il 
fumo ch’usciva dal cannone eretto nel 
mezzo della nave facevasi ognor più 
denso, ed il vapore fischiava dal suo 
tubo quasi fremesse per impazienza. 
Alla fine essendo tutti ascesi, comin- 
ciarono le ruote a diguazzare, e il bat- 
tello fatto un giro di fianco , prese 
rapido sulle acque la sua dritta via. 

‘ 11 lago si presentava come vasta 
lastra di specchio sprofondata dentro 
alta cornice di monti. Sopra era il 


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FRAMMENTI 


14 $ 

cielo intepamente sereno, il cui az- 
zurro facevasi ognor più chiaro verso 
il lato orientale, e si vestiva cTun colore 
argenteo che diveniva mano mano più 
rosato. Noi tenendo il mezzo del lago 
percorrevamo la lucida zona in cui si 
rifletteva il nascente chiarore del gior- 
no ; lateralmente a noi nelle acque 
oscure stavano capovolte le grandi 
e nere curve delle montagne , pre- 
sentando nell’ assieme all’ occhio del 
riguardante, l’aspetto d’una cerchia 
che non avesse fondo , quasi che noi 
Irasvolassimo in una via sospesa fra 
due opposti cieli. Grado grado col- 
r aumentare della luce s’ andò can- 
giando il giuocar de’ riflessi sul piano 
delle acque, e su le alture circostanti. 
Le basi dei monti si fecero di colore 
violetto, ed apparvero le tinte verdi 
dei dorsi più alti, su cui dardeggiò i 

iO 


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APPENDICE. 


146 

suoi raggi di sole nascosto, che faceva 
rosseggiare le creste dentate delle 
nude rupi più elevate, al di sopra 
delle quali in varii punti si mostravano 
già splendide nella loro candidezza 
guai gloriose piramidi, le retrostanti 
vette delle Alpi. 

11 nostro popolato battello colla 
nera colonna, e il vorticoso pen- 
nacchio di fumo , procedeva mae- 
stósamente , nel centro di si stupen- 
da scena. Tutti i passeggieri adunati 
sul ponte guardavano ammirati quel 
magico panorama di linee si grandi 
e imponenti , colorite dalle fresche e 
variate tinte del mattino. In alcun luo- 
go, i raggi solari penetrando fra V av- 
vallamento di due' montagne, fuggi- 
vano obbliqui segnando una linea 
luminosa, pari a quella che fa la luce 
entrando dalle alte fìnestre nel vana 


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rBànaB»Tf 147 

d' ima cattedrale. ÀUrove un ììocgq 
di nebbia alzandosi dai seno di un 
monte , ondulava come bianco aero- 
stato, dietro gli alberi e le capanne 
(chàlets) di qualche cima, che met- 
teva d’un tratto in evidenza, facen- 
dole fondo a modo di gran tenda cir- 
colare; poi si elevava lentamente alla 
sommità d’una roccia, e di là saliva 
d’un tratto ad una punta nevosa, dove 
sembrava arrestarsi , ■ quasi fosse il 
carro d’un dio, che volgesse un ultimo 
sguardo alla terra; quindi vagava pel 
libero cielo accendendosi di color por- 
porino, 0 si disolveva nell’ aria. 

V’avevano sulla nave de’ signori e 
delle signore inglesi (e dove non ve 
ne sono ? ) ; il più attempato di que’ 
signori teneva spiegata nelle mani una 
carta del lago, su cui era segnato ogni 
monte, ogni valle, ogni borgata, ogni 


APPENDICI . 


148 

più picciolo gruppo di casolari. Esso 
s'ebbe la cortesia d'indicarmi distinta- ‘ 
mente la parte di paese che spettava a 
ciascuno dei cantoni di Schwitz, di Un- 
terwald e di Uri, le cui montuose se- 
di, in uno con quelle che avevamo la- 
sciate di Lucerna, formano il contorno 
di quel lago , che vien chiamato per 
ciò il Lago dei quattro cantoni. E fu 
in essi eh' ebbe culla la libertà del- 
l'Elvezia, cuore delie Alpi, alla quale 
appunto il cantone di Schwitz vanta 
' la gloria d’avere dato il nome che prese 
allora di Svizzera. Salutai per ciò ri- 
verente r alto Schwitzagen che si 
vedeva sorgere di prospetto , ed in- 
dica il centro di quel cantone. 

Alla punta di Brumen il nostro bat* 
tello fece maestosamente la voltata nel 
ramo del lago che si stende a mez- 
zodì. Là ci si presentò nuovo ma- 


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rRAMUBNTl 


149 

gnìfico quadro di rupi e di elevale 
montagne. Le acque in tutta quella 
estensione erano più chiaramente az- 
zurre , e qua e là screziate nel loro 
piano da mobili macchie or argentine, 
ora cilestri, or verdi, prodotte dai soffi 
delle valli che le increspavano. Da lungi 
però quelle acque mostravansi brune, 
ed ivi le vele che le solcavano erano 
già illuminate dal sole , che veniva 
riverberato nel suo chiarore dall’onde. 

Alle ore sette e nove minuti (guar- 
dai r orologio come si suole nei 
grandi eventi) essendosi il battello ap- 
pressato alla sponda sinistra , allentò 
il corso passando dinanzi , quasi ra- 
sente, la Cappella di Guglielmo Teli, 
per dar comodo a noi di contemplar- 
la. Intorno ad essa son tutti scogli e 
roccie inaccessibili. 

^ Checche ne dicano gli amatori della 


APPEMOICB 


m 

semplicità, a me quella celebre Cap- 
pèlla è sembrata cosa oltre modo 
meschina.' Pochi gradini bagnali dal 
lago, quattro mura spoglie d’ ogni 
ornamento', e un tettò acuminato! 
Ecco ' tutto ! Ed ediBzio si pòvero 
e nullo è posto a ricordanza di un 
avvenimento (fosse pur favoloso), 
da cui scaturì ad una intera nazione 
la vita che le dura da più secoli?^ 
Forse ad appagare il sentimento 
estetico di qualcuno basterà anche 
una semplice croce o un sasso ; 
ma un cultore dell’ arte esige pari 
il monumento al nome. Mancano 
qui montagne, dissi tra me, mag- 
giori del monte Athos, per tagliare 
una statua a Guglielmo Teli, più gi- 
gantesca di quella che volevasi dedi- 
care anticamente ad Alessandro? Per 
la Svizzera il nome di Teli è pip ono- 



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PRAMMEMTl 


m 

rando e glorioso di quello che noi 
fosse quel del Macedone per la sua 
terra. E con patrio orgoglio io ricorda- 
va che sulle sponde d’un altro lago (. il 
primo che s’incontra scendendo dal- 
l’Alpi) torreggia da duecent’ anni un 
colosso elevato da miei Milanesi là 
dove ebbe culla un loro santo; rammen- 
tava al tempo stesso la sterminata 
Bavaria da poco veduta , che starà 
bronzo gigante presso Monaco rinno- 
vellata. Così , sciamai , si eternano le 
grandi memorie ! 

Mentre io dava sfogo alla mia bile 
artistico-storico-monumentale, mi sen- 
tii diliticare la guancia da alcun che di 
lieve e di dolcemente odoroso quasi 
fossi accarezzato ... era il velo verde 
che il vento obbliquava dal cappello 
d’ una giovinetta inglese , che venuta 
anch’essa ad osservare alla sponda del 


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APPENlMCe 


m 

battello, mi si era per caso fatta vici- 
na. lo mi rivolsi a guardarla ; e qual 
più nera nube epatica non sarebbesi 
dileguata all’aspetto di una si gentil 
persona , al candore di quel viso , ai 
fili d’oro di quella capigliatura, al liscio 
di quella fronte? E dire che la sua tót- 
lette era perfetta e di quella squisita 
lindura ch’è tutta propria delle britan- 
niche, mentr’io quel mattino non 
aveva quasi avuto tempo di darmi l’ac- 
qua alle mani! Ciò poi che mi faceva 
balsamica la contemplazione di quella 
creatura si era la placidezza somma 
de’ suoi begli occhi azzurri; bene scor- 
gevasi che dentr’ essi passavano sco- 
gli, monti, onde, cielo, nubi, sen- 
za urtare , senza scuotere , senza 
nulla scomporre. Oh ! quanto giusta- 
mente essa poteva applicarsi que’ due 
versi : 


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FRAMMENTI. 


155 


J^admiraiSt mais sans pleurs j mais sans jeune 

( transport 

Rien en moi ne ehantait ou ne faisait effort (*). 

Ed io che m' accusava di non tro- 
varmi a sufficienza inebbriato dalla vi- 
sta di quelle grandi scene, di non sentir 
più giovanilmente il belio della na- 
tura, io poteva per età essere suo 
padre! 

La bella fanciulla ritornò a passo a 
passo vicino alle altre signore ; ed io 
ritrattomi in disparte, mentre conti- 
nuava la nostra navigazione mi posi 
a contemplare l’ acque fuggenti sotto 
il nostro battello, ed a riflettere alla 
necessità di vincere i desiderii im- 
moderati. 

Alle ore sette e mezzo si scese a 
terra a Fluelen, o Fiora, come lo chia- 


(*) Saint’ Reme. 



APPENDICE . 


ili 

mano gl’ Uaiiani , eh’ è il paesello al 
principio del lago per chi viene dal San 
Goliardo. Gli Inglesi noleggiarono ca- 
valli e muli per non so qual gila , e 
sparvero per un senliero opposlo alla 
strada postale ; io , cacciato con altri 
alla rinfusa in una carrozzaccia^ fui in 
un quarto d’ ora trasportato ad Al- 
torf, dove vi ha l’ufficio della diligen- 
za. Presi un posto , ottenni, e fu per 
grazia, di collocarmi fuori suH'alto di 
essa, e così continuai di buon trotto 
il mio viaggio. 

La pianura di Altorf ripete il lago. 
Essa è circondata dalle stesse rupi a 
piombo, dagli stessi scogli sporgenti. 
In mezzo al piano serpeggia la Heuss; 
vedi sparsi per tutto grand’ alberi di 
noci, e qua e là qualche ruina di antica 
torre, « dove si mettevano i rivoluzio- 
nari nel tempo antico^» mi diceva uno 



FRAMMENTI 155 

svizzero seduto presso a me , ch’era 
ritornato da poco tempo in patria , 
dopo sei anni di servizio al soldo di 
Napoli. E s’intendeva forse di parlare 
del tempo di Gessler, poiché erava- 
mo nel cantone di Uri. 

Di fronte il piano è tutto chiuso da 
alte montagne , sopra cui elevasi il 
Brustolstok ( cosi mi fu nominato ) 
coperto da eterna neve , e vi batteva 
allocarsi vivo il sole , eh’ io non po- 
teva fisarvi gli occhi. Queir alto mu- 
ro di monti è 1’ ultimo baluardo da 
superarsi ; poiché di là di esso é la 
poetica Italia. 

Ad Amsteg ha termine la pianura, 
dopo due ore circa di viaggio , par- 
tendo da Altorf. Qui le rupi si avvici- 
nano , e passata sovra un ponte la 
Reuss spumeggiante , la via si mette 
veramente per Le viscere del San Got- 



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APPENDICE : 


m 

tardo ; pure fra quel caos violento di 
dirupi e di sassi , la strada stendesi 
eguale e facile , salendo a spire mo- 
deratissime. 

Era un' ora dopo mezzogiorno al- 
lorché si giunse al ponte del diavolo. 
Questo è il luogo più straordinario 
eh’ io m’ abbia veduto nel genere ra- 
pinoso, se cosi si può dire. É un ta- 
glio, una gola, fra rocce di enorme 
altezza, in fondo a cui si trabalza con 
orrendo fracasso la Heuss ; le pareti 
di tal varco sono tutte un levigato pie- 
trone a forma di sterminate lastre. M'è 
sembrato che si sarebbe dovuto incide- 
re nel macigno qualche stupenda iscri- 
zione, od almeno il cartoccio (stile egi- 
zio) di qualche grand’uomo. Nulla vi 
ha di ciò ; ma tuttavia pensai che si 
era molto operato, facendo si ch’io 
potessi passarvi assiso comodamente 



FRAUMBNTl 


187 

suli'imperiaie d'una diligenza, la quale 
in quella stretta spaventevole, fra bian- 
che acque sotto precipitanti, e spiom- 
bati scheggioni sopra, proseguiva con 
agevolezza la sua via come se cor- 
resse in pian paese. 

Poco allo insù di tal passo vi ha An- 
dermatt, ove presentasi un pianerotto 
circoscritto da rupi, quasi bacino, nel 
quale certamente stagnava la Reuss 
prima che s'aprisse nel duro orlo di 
esso, quella terribile fenditura od uscita 
dei ponte. 

Alle ore tre pervenimmo nella re- 
gione delle nevi, ed eravamo allora a 
circa diecimila piedi sópra il livello 
del mare. Quivi da tutti i dirupi che 
fiancheggiano la strada, da tutti i massi 
sporgenti, dirocciano cascate, spiccano 
getti, sdrucciolano rigagnoli^ gocciano 
acque. Sembra che il gran monte, 


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158 APPENDICE 

sotto il SUO mantello di neve ^ dia in 
un sudore perpetuo, o che grinvisìbili 
Genii della terra traggono giù instane* 
cabilmente i fili di quelle immense 
matasse di ghiaccio e di neve, che 
nella stagione invernale va accumu- 
landò là su , provvida massaia , la 
Natura. 

E per verità credo non v’ abbia 
punto sul globo , ove V economia na- 
turale sia si evidente e manifesta 
quanto sulle vette alpine. A ben con- 
siderarlo è quivi rinesauribile magaz- 
zino deir approvigionamento umano. 
Senz’acqua non si feconda la terra; 
e le acque giacerebbero inerti nel 
mare, se non venissero, con vece per- 
petua, alzate di nuovo e ricollocate in 
luogo eminente, per lasciarle scorrere 
giù a poco a poco, affinchè abbiano a 
servire ai bisogni de’ viventi, resti- 


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FRAMMENTI 


m 

tuendole al mare. Ed è appunto a cpie- 
sta sublime rotazione idraulica che 
servono le Alpi mirabilmente. 

Nel passare là su, dove si coglie , 
per così dire, la Natura in lavoro nella 
sua immensa officina, la mente viene 
colpita da sentimento profondo di 
venerazione e quasi di paura. Sem- 
bra che si sveli la causa, per cui essa 
ricingesi colà di nubi e di bufere , ed 
allontana i mortali cogli eretti preci- 
pizi e le valanghe ; quivi sono le sca- 
turigini prime , quivi le chiavi delle 
sacre urne de’ fiumi e il segreto del 
loro corso incessante, distributore di 
vita. 

«Ecco il Ticino disse il condut- 
tore della diligenza, mostrandomi un 
torrentello, il primo che non volgesse 
le sue acque verso il Nord. Lasciai 
tosto ogni altra meditazione per ab« 


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4G0 APPRNOICB 

bandonarmi al gioioso pensiero che 
quivi cominciava V Italia. Là infatti 
principia la china a piegarsi a mez- 
zodì, e il cielo che si vede è il cielo 
. d'Italia 

Videmus 

Italiani 

Italiani lesto sodi clamore salutant. 

Veramente chi la salutò coi versi 
virgiliani fui solo io^ poiché i miei 
compagni di viaggio , transalpini tutti 
non avevano olfato si fino da ivi sen- 
tire di già le emanazioni deU'odorata 
terra, ove fiorisce il cedro e V aran- 
cio, e dove eterni verdeggiano il mirto 
e V alloro. 



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PICCOLA BIBLIOTECA PEL PENSIERO MOPERNO 

A. Costagliela 


N|4ZZUÒ(OlELE 

tfESil\riArlE 



NAPOLI 

S3oar3o oHitorc 

MCMIV 

Cent. 30 

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R. Costagliela 


niazziIò((Hele 

VESUVlAriE 



NAPOLI 

Edoardo editore 

MCMIV 


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TIRR. COMFflLOriE-MflPOLI 

V 


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Quanta ncienzo e quant’ èvera addirosa 
pe Nàpule, screvenno, se so' spise; 
pe canta sta bellezza purtentosa, 
quante e quanta puete se so’ accise ! 
Abbasta, mo, Si Nàpule è na rosa, 
mazzuòcchele so’ tutte sti paise. 

E se ponno ’e mazzuòcchele scurdà, 
si d’ ’a rosa ’o mazzuòcchele è papà ? 



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I. 


a San Giovanni a Peduccio. 


’O paese se sceta. E appena iiiorno, 
e già strillano ’e rrote d’ ’e inuline; 
già, grige 0 scure, fuminechèano, attuorno, 
àveto, 'e ccemmenere ’e 11’ ufficine. 

S’ affollano trainante e carrettiere, 
sanzare ’e frutta, ’e farina, ’e granone; 
nnanz’ ’o Dazio s^ affanna ’o brigadiere: 
cca strilla: Avanti! », là rapizza ’o spentone. 

Che muvimento ’e gente attiva ! Ognuno 
studia, se ndustria, pe truvà mi spicrcio. 

’E vagabonde? Nun ce n’ è mane’ uno ! 
Fatiche o arruobbe. ’A vita è nu cummercio. 


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— 8 


« Chi nun negozia, - faccio ’o patto nuante, - 
sia pure cu nu misero cafè, 
ammeno ca nun fosse benestante, 
nun ce venesse a spennere addu me. 

Cca simmo eguale. Ve fa maraviglia ? 
Cca, 'o nòbele s' accocchia cu V artista; 
ncoppa 'e circole, a briscola e a maniglia, 
iòcano ’o prupitario e ’o sucialista. 

E Fumbriccia. Guardate : èseeno, a frotte 
e a schiere, 'a dint' \a funnaria Pìetrarza^ 
faticature stracque. Se fa notte; 
tremili a d’ 'o gasse ’a luce rossa e scarza ». 



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a Sarj Giorgio a Cremano. 


Chi vo’ vede campagne, iiorte, ciardine, 
stabilimente addò se concia ’o ccuòrio, 
palazze aristucràtice e casine, 
venesse cca, venesse a Santu Juòrio. 

E ce venesse 'e ’state, ce venesse, 
e passiasse a bespro pe sta via: 
einbè, pozza ceca, si min vedesse 
’accuppatura d' 'a galantaria. 

Brecche, faittò, carrozze appatrunate, 
dame fucose e fredde, doce e amare, 
nòbele mpusumate e cunzumato.... 

Giesù ! Cca via Caracciolo mine pare ! 


— 10 - 


Vanesse ’e notte. ’Int’ ’a nuttata austegna, 
mentre ’o paisano dorme a suonno chino, 
mentre serena ’a pace attiiorno regna, 
va pe Paria n’arpeggio ’e mandulino, 

s’accordano chitarre e pianefforte, 
e na voce senzibele ’e tenore, 
comm’ a nu raggio ’e vita ncopp’ ’a morte, 
seenne pe ccoppa ’e rrampe d’ ’o Pittore. 

A sta voce se scòtano ’e viiline, 

’e ccampagne suspirano, luntano; 
tremmano appena ’e lastre d’ ’e casine; 
ma dorme a suonno chino ’o paisano.... 



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III. 


a ^arra. 


Avete, 'o cemmeniero cV ’o Scassone, 
a sbuffe nire e chine, fummechea; 
r afa scattante d’ ’o sole lione 
pesa, e pe Taria *o fummo se ntallea. 

Arde, attuorno, 'a campagna addurmentata; 
arbere e fronne nun fanno na mossa; 
fete ’a rusca d’ ’e ccòrie, ammuntunata, 
e, gialla, sotto ’o sole se fa rossa. 

’A via tèseca e longa, 'int’ ^a cuntrora, 
pare nu serpe muorto, tale e quale; 
ma, si se guarda a bèspero o a primm’ ora, 
chesta mme pare ’a via d’ 'e tribunale. 


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— 12 - 


Addò s’abbia sta folla matenaiite? 

’A do’ torna sta folla vespertina? 

So’ zappature, so’ massariante: 
gente ’e campagna, folla cuntadina. 

Nu magazzino ’o pavé n’ nocchio ’e fronte, 
nn studio ’o vaie piscanno cu ’a lanterna; 
so’ putechelle povere e seronte: 

’o pustiere, ’o cafè, quacche taverna, 

cu ’a frasca, ’o purginella e ’a screzione; 
l’opera ’e pupe e Urlando ca scassea; 
e ’o cemmeniero luongo d’ ’o Scassone, 
ca a sbuffe nire e chine fummechea. 


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3 


IV. 

a ponti celli. 


« Pecche, pecche ce chiammano birbante? 
Pecche, pecche ce chiammano assassine? 

Ma, pe sapè, che fòssemo brigante ? 

Gnorsi: simmo manische e malandrine, 

ma cu ragione. ’N taccia ’a prepotenza, 
sta sempe pronta n’accetta ammulata; 
ma chi tene rispetto e canuscenza, 
cca trova gente pastosa e abbonata. 

Noie, mo ce vo’, stammo un amorconzente; 
echio che paisane, frate e sore simmo; 
e ogne tanto, se sa, fraternamente, 
pe niente, nce aiutammo o nce accedimmo. 


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14 — 


’O sinneco penzaie: « S’avesse *a fa’ 
na via lari>a e dicente, a stu paese ». 
Sùbeto. Cu fermezza e vuluntà, 
faticàimo gratisse, a grand’ imprese. 

Spisso, gnorsi, cu n’anema ’e pruntezza, 
è servuto ’o scarpiello d’ ’a fatica 
pe rispònnere a quacclie derettezza 
o pe stagna quacche ferita antica; 

ma, che vo’ di’ ? Si ’o popolo, guardate, 
facesse comm’ a nuie, che libertà ! 

’A derettezza addoma ’e scellarate 
e r unione dà prusperità ». 



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V. 


a Cercala. 


Longa, deritta e sulitaria, 'a strata - 
uDica e sola strata d’ ’o paese - 
se stenne, malinconica e abbiosciata, 
dint’ 'a cuntrora d’ 'o settimo mese. 

Sotto 'a sferza d’ 'o sole, a lampe chiare, 
scliiòppano ’e ccase e abbàmpano ’e ccampagne; 
regna ’o silenzio: Cercola mme pare 
n’ anema addelurata, ca nun chiagne. 

Morte ’e puteche, nchiuse a meza porta, 
feneste morte sotto ’e perziane, 
morte case e campagne, ’a strata morta, 
muorto 'o paese, muorte 'e paisane. 


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Ma, pe na vota, va, luntanamente, 

’o sisco d’ ’o vapore sischianno, 
quase valesse, pe poche mumente, 
scetà sti terre, ca addurmute stanno. 

E, spisso spisso, ce riesce: seenne, 
arme e bagaglie, quacche passaggiero 
('a nu balcone na mane se stenne 
e manna ’o benvenuto a ’o turastiero). 

Doppo, torna ’o silenzio. E, longa, ’a strata- 
unica e sola strata d’ ’o paese - 
se stenne, malinconica e abbrusciata, 
dint’ 'a cuntrora d’ ’o settimo mese. 



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vr. 


a pòUena ^J\/lazsa - Vroccfjia. 


Tre sore accazettate - benedico ! - 
putive di’ Pòi lena, Massa e Trocchia, 
tanto, ca ’e repassava ’o inatto antico: 

« Pòllena, Classa e Trocchia: una parrocchia», 

Mo, sti tre sore se portano ’o musso: 
so’ strànie, e nun se danno manco ’a mano; 
e ognuna, o pe superbia o pe fa’ lusso, 
tene ’o sinneco e tene ’o parrucchiano. 

Aunite, erano ricche e rispettate, 
se facevano bona cumpagnia; 
spartute, so’ pezzente e scarpesate.... 

)E frutto ’e libertà l’autonomia!} 

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— 18 — 




• c 


Sti vignarule §ongo belle e buone, 
penzano a nzurfà Tuva e a fa’ vennegiia ; 
ma quali no vene ’o tiempo ’e 1 l’elezione, 
m&nco si ce tenessero ’a cunzegna, 

so’ araice e nun se passano ’o saluto , 
se fanno a piezze p’ acchiappa nu seggio ; 
cantano a gloria, quanno hanno vinciuto, 
cliiagneno a muorto, quanno vene peggio. 

’O popolo chist' è. Nun ce so’ cristo! 

Cu ’e guvernante fa serape accussl: 

’e chiamm'a mapnafranclie e cammurriste, 
ma fa a cazzotto, po’, p’ ’e fa’ saglì. 



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VII. 


a JVtaria delV jftrco. 


Mairjma cafona mia, meza scliiavona, 
sta faccia malinconica e scardata, 
chiaro mme dice quanto site bona 
e quanto site stata maltrattata. 

Io nun so' chillo fiero iucatore, 
ca, iastemmanno, 'a vreccia ve menaie, - 
anema disperata ’e peccatore, - 
e 'a faccia santa 'e sanghe v’amraacch^aie. 

elicila cionca io nun so', ca prummettette 
mare e monte, p'avè na grazia vosta; 
e, quanno 'e ggainme sotto se sente tte, 
scun tenta, se lagnaie: « Caro mme costa! » 


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— 20 — 


Poeta so’. Sta specie ’e letterate 
o è pazza o sta p’ ’a via d’asci ’n pazzia; 
e so’ venuto cca - madò, scusate! - 
giusto pe curiusà sta pazzaria. 

E accussi, curiusanno,'-pe fa’ 1’ uso 
e pe sta’ pronto, quanno sarrà 1’ ora, - 
io so’ ruminaso sorpreso, cunfuso...» 

Simmo cchiù pazze noie, ca starnino ’a fora. 

Cca se trova bontà, bona crianza, 
accortezza, abbondanza e pulezia; 
cca esiste overamente 1’ eguaglianza.... 

Che munno e niunno! E meglio ’a pazzaria. 





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vili. 


a Sanf* jfJr\asfasìa, 


Mmiezo a Bti ccase, nove o Bg^arrupate, 
ce sta na chiesa, tutta argentana, 
addò stanno relirjuie cunzervate, 
addò sta ’a capa ’e Santù ’Nastasia. 

E Santù ’Nastasìa santo putente; 
e, quanno chella capa fa na mossa, 
chi ’a guarda, perde ntrunco ’e sentimento, 
se sente schiuppà 'o trièmmolo ’int’ a ITossa, 

Ne so' geluse assaie sti muntagnuole: 
dicitele pasciute a pane e rapa, 
chiammàtele, si attocca, mariuole; 
ma nun 'e stuzzicate ’nfaccia 'a Calìa ! 


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Nnanz’ a stu scaravàttelo, ’e catane 
corrono, comm’ ’e mosche attuorno a ’o mèle: 
cantano paternoste e raziune, 
cercano grazie e appicciano cannele. 

E Santa ’Nastasìa - na facciaverde, 
na faccia, ’a verità, ca te ndispone - 
mmiez’ a tanta facenne nan se sperde, 
mmiez’ a sta folla è dòmine e patrone. 

« Ah ! Santa ’Nastasia ! Santo patente ! 

Che paorte? Che nce annanzieV Bene o male? 
Ca st’ aocchie ’e carità, tiènece mente ! 
Fancillo, ca sta capa, na signale ! 



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IX. 


a Somma. 


Vestuto a morte, - cu na vesta scura 
e tapezzata ’e cèrcole e castagne, - 
saglie ’o Vesuvio. Somma sta sicura 
da ’e capricce fucuse d’ 'e muntagne. 

« Fanne quante ne vuò, — dicere pare — 
Monte, ca faie tremmà core e città ! 

Si tu stesso cu ’e spalle mm’ arrepare, 
chi cchiù sicura ’e me? Che mme può fa’? 

Io so’ na figlia cara e mpertinente, 
ca cchiù d’ ’e ssore stùzzeca a papà; 
ma papà mme vo’ bene overameute: 
ntòsseca a IT ate e a me mme lassa fa’. 


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- 24 -~ 

So’ pazzarella, è overo, ma assignata; 
mm’ ’a faccio, mo ce vo’, cu gente sane: 
d' ’e caiiuònece servo ’a CuUigiata^ 
faccio ’a chièreca a quatto parrucchiane. 

Papà inme spanne ’a bona grazia soia: 
mme manna ’e ineglie frutte, ’int’ a 11’ està; 
e, si Ile vene nu inumento ’e foia, 
mme castiga cu ’a cènnere, e se sta. 

E po’, vestii to cu na vesta scura 
e tapczzata ’e cèrcole e castagne, 
s’ addorme e ronfa; e, allora, io sto’ sicura... 
È inutile, papà: tu nun mme cagne ». 


Dioìtizc:- L,y Gooj^lc 


X. 


a Offaiano. 


« Santo Michele mio^ fatte pesante ! » 

(E San Michele sente, sente, sente ) 

« Attìento, ca te pigliano 'e brigante ! » 

(E San l^licliele pesa overnmente !) 

Pe Tarla chiara, ntrònano ccarapaae; 
T Arcangelo è purtato hi prucessione; 

’a cielo seenne, ’n caollo ’c paisanc, 
vestuto 'a San Michele, nu guaglione. 

E seenne, armato ca mino jiare Urlando, 
attaccato cu fune e funicelle: 
nnanz’ ’o sole d’està, lùccno ’o brando, 

’o tasco, ’o scudo, ’o vunnolliiio, ’e scoile. 


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— 26 — 


Mmiez’ a doi’ folle, ’o Santo prutettoro 
passa, e mmiez’ a nu coro ’e chiante e strille: 
ruommene lepetèano, cu fervore, ^ 

’e ffemraene se scippano 'e capille. 

« Smìfo MecJìè ! Quanta nemicH tiene ! 

Ca se he pozza perdere 'a streppeqna! 

Vòttte a nuie, ca te vulinimo htne! 

Mànmce, San Michè, bona vennegna! 

Cchiii pesante te fai e ^ echi h sl^ putente! » 

(Nu facchino, ca porta o Santo 'n cuollo, . 
stracquo, sudato, màzzeca ’int’ e diente: 

« CcliiU pesante ?! Mannaggia chi v'è muollo !» 



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XI. 


a San Giuseppe. 


Mpacchiato ’e suonno, ancora appapagnato^ 
San Giuseppe se sceta, ’o lunneri. 

Scènneno ’e venne ture a fa' mercato 
e, speranzuse, se dànno 'o bonni. 

L' alba s'avanza, e 'o cielo se culora, 
malincoaicainente, blummarè; 
ma 'n terra 'a notte è ancora cupa, e ancora 
fèteno 'e lume a cisto, 'int' ’e cafè. 

Sotto 'a nèglia pesante d' 'a matina, 

'a chiazza s'affacenna e se revota; 
passano, a frotte, mercante 'e vaccina, 
cu 'e mmazze longhe e cu 'e cappielle a rota; 


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— 28 



allùccano, ’n paranza, ’e veimeture; 
se mmesca a folla, ea cuniratta e spenne; 
tòzzano pise, valanze e mesure; 
chi accatta se cuntrasta cu chi venne. 

Ntrona ’a campana d’ 'a chièsia, luntano, 
comme pe di' ca è pronta 'a primina messa; 
fore 'a porta magg:iorc, ’o sacrestano 
mmita 'e fedele, ca nun vanno 'e pressa. 

Benedicenno, passa 'o sacerdote, 
cu 'a mano alzata e minano 'a tabaccherà; 
Ile vanno attuorno ’e ppacchiane devote, 
e ’o reverendo Ile fa bona ^'èra... 



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XII. 


a Pogffiomarino. 


’O silenzio h. sunat-\ A suonno chino 
durm'te, carcerato 'e marni imento; 
s'arreposa, cu vaie, Poggiomarino, 
comm’ a vuic malinconico c scimtento. 

Aspetta ’o carceriere, nnanz’ ’a porta, 

’o detenuto ricco, ca s’attarda: 
màzzeca ’a pippa iitartaruta e corta, 
e, ogne tanto, se stenne e cerca e guarda. 

’O detenuto arriva, ammartenato, 
muollo muollo, accussi, cu na bandezza, 
cantanno na canzone ’e carcerato.... 

Se nzerra ’porta, cu na pesantezza. 


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E tutto dorme. Fredda e traseticcia, 
scioscia Taria d^ ’a notte, 'int’ ’e ccapanne; 
luntanamente, ’o Vesuvio s’appiccia 
e lengue ’e fuoco p’ ’e campagne spanne. 

Tutte ’e ccose s’appicciano. Russngna 
se fa l’aria, e russagli o, a poco a poco, 
pure ’o cielo se fa, ncopp’ ’a muntagna, 
cornine si fosse na cùpola ’e fuoco. 

Appecundriise e strncque, a su<^nno chino, 
durmite, carcerato ’e mandamento; 
s’ arreposa, cu vuie, Poggiomarino, 
comm’ a vuie malinconico e scuntento. 


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XIIT. 


a portici. 


L’aria marina cca ve vo’, malate, 
e cca ve mmita Ffiria miintngnola ; 

Mare e Muntagna cca se so’ spusate 
e v’ hanno cuinbinato n’aria sola. 

- « Mmaculata songo io - dice ’a marina 
cuieta - comm’ a n’anema zetella; 

e dint’ ’o specchio ’e ll’onna mia turchina 
mmosto ogne àceno ’arena, ogne petrella ». 

- « Vutàteve I - rispònneno ’e ccampagne 
verde d’erba e de luce. - Cca, d’animore 
pacchianelle siispirano, cca chiagne 
passero sulitario cantatore ». 


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E accussi, ncopp' 'a musica liggiera 
d’ ’o vieiito, tutt’ ’e duie vanno can tanno: 

« Nuie simino coinm' ’o mièdeco e ’a nfermiera: 
dammo salute a chi ne va truvanno »... 

Silenzio. ’O viento ipcca, ammalappena, 

V àrbere e ’o mare, addò s’arriccia l’onna; 

e, abhandunata pe l’aria serena, 

ncopp' a nu scoglio se posa na fronna 

L'aria marina cca ve v.*’, malate, 
e cca ve mmita l’aria muntagnola; 
cca, Marina e Munti gna so’ spusate 
e v’ hanno cumbinato n’aria' sola. 



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XIV. 


a Resina. 


Aria ca passe, ncuitanno 'e ffronne, 
aria ca triemme, tènnera e liggiera, 
addò, si chiamino, Teco mme risponne, 
tu, tale quale a Iheco, si^ sincera. 

L’anema mia, senzibele e scurnosa, 
te chiamma, te desidera, ’a luntano, 
e, scuntenta ’e na vita rencrisciosa, 
vo’ suspirà cu te, ncoppa Pugliano. 

Pugliano ! Terricciolla delicata, 
cu Tuocchie nchiuse, ogne anema te sonna, 
ncopp’ a na muntagnella arrepusata, 
cu na festa, na chiesia e na madonna. 

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— 34 - 


Terra, quanto apprezzata ^int’ a ir està, 
fuiuta si', quanno 'a stagione è annura. 
Povera casa d' 'a cummedità ! 

Chi ha prufittato 'e te, cchiù nun te cura. 

A vierno, tu mme pare na figliola 
desiderata a primma giuventù, 
e po' lassata, puverella e sola, 
comm' a na vecchia, ca nun serve cchiù. 

T'abbandonano 'e gente, comme 'e fFronne; 
te fuie 'o sole e t'arravoglia 'a sera; 
e pure l'eco, quanno mme risponne, 
comm' a chest'aria, nun è cchiù sincera. 



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XV. 


a Corre del Qreco. 


« Puòrtece se pre tenne. Ma cca pure 
cantano ’o campagnuolo e ’o niarenare; 
pure cca fanno ’ammore àleclie e sciure, 
e mm’ arde 'o Monte e rame refresca 'o Mare. 

Quant’ aneme appassute e murtacine 
so' turnate a schiuppà, sotto a stu sole ! 

Va, passaggiero, ncopp' ’e Cappiiccìne ! 

Va scummoglia 'o secreto 'e sti parole... 

Ahimè ! Napulitane, quante site, 
appaurate p' 'o paese vuosto, 
v' arricurdate o no? « No! Nun fuite, 
napulitane ! '0 castigo è d' 'o nuosto ! » 


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V’amcurdate? Placete e remoto, 
se spanneva ’o silenzio scuro, attuorno, 
quanno lava, rapille e terramoto 
nnn fecero a sta terra vede iuorno. 

Ma, comme na figliola abbandunata 
torna a chi rarmbbaie ’a giuventù, 
cchiù bella, cchiù amurosa io so’ tnmata 
a te, Vesuvio, e nun te lasso cchiù. 

E Puòrtece s’avanta ! Ma cca salo 
se fa vennegna ’n terra e mmiez’ ’o mare: 
e fa vino arzulento ’o vignariilo, 
e va a piscà curalle ’o marenare ». 



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XVI. 


a Vorre J^nnunziafa. 


Comm^ 'e napulitane, a stu paese, 
so' trafecante e maiigianiaccarune: 
tèileno, comm' a nuie, core mullese, 
so', comm' a nuie, sbafante e chiacchiarune. 

Pure cca, p' acchiappà nu passaggiere, 
se cantano 'e cucchiere l'arie a muorto; 
cca pure bazzariote e funnachere 
fanno na birbia, comm' a bascio Puorto. 

'A via pare nu piccolo Tuleto: 
nzardata 'e moste, lucente 'e vetrine; 
va na folla cuntinua nnanze e arroto, 

e frase e ghiesce 'a dint' 'e magazzino. I 

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Tu che paese e dio ! Chesta è città l 
’O furastiero cca se spassa e spenne: 
tratture, birrarie, cafè-sciantà, 

’o bigliardo e ’a buvette parisienne. 

E po’, nu pastificio generale ! 
Chiòveno maccarune ! Che piacere ! 
Paste fresche, addurose e geniale, 
gialle, pe l’aria pènneno, a felère. 

Napulitane .mangiamaccarune, 
avanzate, currite ! A stu paese 
se trova pasta pe tutte ’e pentune, 
se fa sciopero trenta vote ’o mese ! 




XVII . 


a ^oscoreale. 


’O cunto antico conta ca ’a Befana 
è na vecchia vavosa e spetacciata; 
ma, sotto ’a veste, porta na siittana 
tessuta a file d’oro e brillantata. 

'0 mutto dice: l’apparenza inganna, 
e chi cchiù tene, meno ’o dà a pare. 

Stu mutto e chella vecchia senza zanna, 
oi’ Vuosco, s’accazèttano cu te. 

Chi t’apprezza, spruvvisto e piccerillo, 
chi te guarda na vota, a male c a bene, 
chi te mmesura, tantillo tantillo, 
po addivinà cheli o ca sotto tiene? 


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— 40 — 



Ah no, nun po ! Terra arza 'e lava e sole, 
quanta tesore tu annascunne, e quante! 
Ncoppa vennègneno uva ’e campagnuole, 
sotto vennègneno oro ’e benestante. 

Oi’ zappature, zappate, zappate ! 

Scavate stu terreno, ancora ardente ! 

’A sottaterra, schiuppate, seliiappate, 
bellezze subissate anticamente ! 

Ma nun ve lusingate, zappature: 
stu bene ca scavate nun se tocca; 
vuie inurite nccussì, scàveze e annure, 
e chi ve spremme se fa doce ’a vocca. 



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XVIII. 

a ^oscotrecase. 

Spenta e se mponta, accumparisce e trase, 
mmiez’ ’e nuvole lègge, ’a luna chiena; 
addurmentato sta Boscotrecase, 

braccia a na notte pe mmità serena. 

Na zèfora ’e scerocco, rencrisciosa, 
passa, e ’a cimma ’e na cèrcola accarezza; 
e, mmiez’ a IFaria càvera e schiattosa, 

’a cimma fa si e no, cu na mullezza. 

’A via nova arzulenta d’ ’a muntagna 
fa ianca ’a luna, mmiez’ ’a notte scura; 
s’abbocca ’a vita càrreea e se lagna, 
ca nun po sustenè l’uva ammatura. 


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— 42 — 

Spezza ’o silenzio settembrino, muollo, 
quase ccmm' a nu lièpeto, nu fisco; 
saglie ’a muntagna, ’o ribotte a tracollo, 
’o guardabosche d’ ’e tenute ’e Prisco. 

Voce ’e campagna, luongo e petulante, 
chiagne, luntanamente, nu cucù; 
voce ’e paese, risponne, ’a distante, 

'o rilorgio d’ ’a chiesia, e niente cchiù. 

Superbiosa, accumparisce e trase, 
mmiez’ ’e nuvole lègge, ’a luna chiena, 
e se vesteno ianco o a lutto ’e ccase, 

*n braccia a na notte pe mmità serena. 



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XIX. 


a Valle dì J>ompei. 


’A terricciolla morta e maledetta 
’e stu paese antico subissato 
è addeventata viva e benedetta, 

’a carità pelosa ’e n’ avvucato. 

Vesuvio capricciuso, nun t’ arrienne ? 
Tu d’ ’e cappricce tuoie pare t’avante; 
e mo guardo sti terre, e te pretienne: 

« Erano scellerate e mo so' sante ». 

Addò abitante ricche e puverielle 
scuntàino a fuoco e a cènnere ’e peccate, 
mo crèsceno, devote, V urfanelle, 
se fanno uommene 'e figlie 'e carcerate. 



Pe na madoana ricca e purtentosa, 
furastiere accorrerlo ’a Imitano ; 
e, appuranno quant’ è miràculosa, 

’o turco se battezza crestiano. 

/ 

Stu tempio nun è tempio: è scumma d’oro; 
’a casa ’e Dio pare na casa ’e lusso; 
ncopp’a na lava schioppa nu tesoro, 
e nu messere se fa doce ’o musso. 

Stu messere, gnorsi, fa carità; 
gnorsi, spanne a zeffunno opere bone ; 
ina po’ tene, dicimmo ’a verità, 
pure na bella speculazione. 


a pompai. 


Sotto a stu sole, lanche o stunacate, 
stanno, paurose, quatto catapecchie; 
sotto a stu monte, 'e pprete sgarrupate 
contano a chi ’e scarpèsa storie vecchie. 

Addò state vuie, femmenc famose, 
ca sapiveve ’o sfizio raffina 
e, pe ve fa’ cchiù liscie e cchiù senzose, 
ve faciveve ’o bagno prufumà *? 

Addò state vuie, uommene fucuse, 
già viecchie e strutte, a primma giuventù, 
e, pure stracque, ancora appetituse 
d’ ’a frenesia, ca nun turnava cchiù ? 



•i 


- - 46 - 

Addò, addò state, ville, appartamente, 
cu 'e celle zeppe ^e peccate murtale ? 
Addò, addò state cchiù, divertimente, 
orge e festine, cirche e baccanale ? 

Ah, tutto, tutto è muorto e seppellito ! 
Vivo è sulo 'o ricordo ’e sta città, 
addò smuntaie V imperatore Tito, 
pe dà, primmo, n’ esempio ’e carità. 

Mo vanno, sperze, pe 1’ aria sulagna, 
cuietamente, ’e nnote ’e na canzone, 

^e ’a voce malinconica accumpagna 
’o ttuppittuppe sicco d’ 'o piccone. 



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E nio, mme torno a Nàpule, a sta terra 
ca cònnela mme fuie, ca mm’ ha cresciuto ; 
mo, primma ca stu libro mio se nzerra, 
io Ile manno, devoto, nu saluto; 

e Ile dico : si t’aggio trascurato, 
bello paese, nun mme ne vulè; 
ma penza sulo ca t' hanno avantato 
folle 'e puete cchiù senzuse 'e me. 



Primavera del 1897. 



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ALLA MAEST4 ' If'' 

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D’ ISABELLA BORBONE 

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CE^AFOIITAKX rorOLI madre e REClltJ^ 

.LE ALEXWE PEL PRIMO EBUCANDATÒ 

, REGINA ISABÈLLA BORBONE 


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COMPLIMENTO 

Fatto dalle alunne del primo edu- 
candato Regina Isabella Borbo- 
ne alle Loro Maestà Francesco I. 
ED Isabella , allorché le Maestà 
Loro degnarono condurre in esso 
S. A. R. Maria Cristina designa- 
ta Regina delle Spagne. 


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* 


K 


Quanti, o gran Re, quanti in sì lieto giorno 
Puri soavi affetti 
Desti ne’ nostri petti ! 

Gratitudin , contento , 

t 

Tenerezza , stupore , 

Tengono a gara quasi oppresso il core. 
Tu colla Sposa Augusta 

5 




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'Isabella, a noi cara,- 
Quale ad amanti figli amata madre. 

Tu 1* inclita n’ adduci alma Cristina , 

Tiglia regai, che da' sublime trono, 

Stretta al Monarca ibero 

D’ Imene co’ bei nodi e d’ amor rero , 

Dovrà tosto, beare 

Chi 1* Ebro beve , il Tago e il Manzanare. 
A te però nel giubilo comune. 

Alto Monarca invitto , a te , Reina , 

I più sinceri omaggi . ’ . 

In questi bei momenti 
Umili porgiamo e riverenti, 

6 


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Quaiiti son gli astri in cielo , 

1 

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Quante nel mar le arene, • 

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• 

Sien F ore vostre , e piene 

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D ogni più bel piacer. 


Sempre sorrida amica 

• 


. A’ vostri di la Pace, 

1 

• , 

Nè P alma o cura edace 

t 

1 

^ Vi turbi , a rio pensier. 

1 

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^ * 

E tu , bella Cristina , 

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Vanne alla reggia ispana 

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Sospirata Relna 

4 ‘ 

Da popoli anelanti' 

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Al tuo soave impero. 


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Pronube al sacro rito 


Sien le Grazie , e Minerva , 

£ degli Amori coll’ alata schiera 
Giuno , e la bella diva di Citerà. 

Ma accanto a sì gran Prence, 

Che de’suoi pregi sì gran lume spande. 
Consorte avventurata, . , 

Queste sebezie sponde a te sien care , 
Questi lidi paterni , ove tu lasci 
Mille memorie di virtù, preclare j 
Ti sovvenga di noi , di noi che liete 
Cento sull’ ali dell’acceso zelo 
Al tuo partir voti mandiamo al cielo. 

8 


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4 




I . 


Ah la figlia d’ almi regi , 
Nostra amabile Cristina , 
Sia de’ cuori ©gnor regina 
Qual de’ regni or or sarà ! 
Sempre l’ orme illustri prema 
Dell’Augusta Genitrice, 

E lo Sposo suo felice, 

Ed il popolo farà 1 
Ah di bella prole madre 
Miri un di ne’ figli suoi 
Rifiorir gli eccelsi eroi , 
Deir ispano soglio onor l 






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• 9 


Ah su ]>i di pregi oausU 
Versi il cielo i suoi tesori , 
E degli almi Genitori 

• 

Esultante siane il cor ! 




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BI IL, MAROTTA E VAR5PARDOCH 


1829» 


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PEL 


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SAC. FRANCESCO SORRENTINO 


(ostratta dalla J^ibei^tà Catfolica) 


DEL 10 Settembre 1801 



NAPOLI 

Stami L. Tìpogkafico della Libertà Cattolica 
Vico Sedil Capuano, 21. 

1891 


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1 


LA l'lìOTKZIONE DI S. GLN\AI{(> 


SULLA CITTÀ PI NAPOLI 


A voler ricordare la speciale protezione sulla 
<*ittà di Napoli addimostrata dall’inclito nostro 
Patrono S. Gennaro nelle epoche di pubbliche 
sciagure, ed i monumenti dell’affetto e della di- 
vozione dei napolitani verso di Lui , bisogne- 
rebbe un grosso volume. Ci studieremo com- 
pendiare qui per ordine cronologico — a volo 
<l’uccello — alcuni avvenimenti più importanti, 
che ricaviamo da accurate istorie, da cronache 
del tempo e da particolari memorie patrie. 


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Anno ii05 — Martirio di S. Gennaro sul mon- 
te della Solfatala a Pozzuoli, durante la persecu- 
zione di Diocleziano. I Napolitani divino admonilit 
presero il corpo di S. Gennaro e lo conservarono 
(|ual prezioso deposito. Negli atti del Martirio si 
nota: “ Neapolitani beatum .Tanuarium sibi Pa- 
tronum tollentes a Domino meruerunt. „ 

Anno 471 — Eruzione del Vesuvio sì spaven- 
tevole, che incenerì molti villaggi circonvicini. In 
memoria della liberazione della Città da quest.i 
eruzione mercè il patrocinio di S. Gennaro, si fa 
ogni anno la votiva Processiono alla Chiesa ex- 
tra moenia „ ove allora si veneravano le reliquie 
Anno 650 — Napoli fu liberata dall’ assedio 
dei Longobardi colla visibile protezione di San 
Gennaro. Gli antichi nostri reggitori in segno di 
sì segnalato favore fecero coniare a perpetua ri- 
cordanza diverse medaglie o monete in oro, in 
argento ed in bronzo ritraenti S. Gennaro vestito- 
alla greca ed all’esergo la scritta: Napoli. 

Anno 685 — Incendio del Vesuvio con orri- 
bili tremuoti. Agnello, Vescovo di Napoli, insie- 
me a Teocrito Duca della Città col Clero e popolo 
si recarono in processiono alla Chiesa di S. Gen- 
naro “ extra moenia „ ove giaceva il suo corpo 
e recando il capo del Santo alla vista del monte,, 
all’istante quella voragine ardente si estinse. Que- 
sto avvenimento prodigioso è ricordato in un’an- 
tica moneta fatta coniare dai napolitani coll’ ef- 
Hcio del Santo ed in greco l’elogio ài 1 Aber ator e 


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— i) - 

biella città (ìaìle fiamme. Il Vescovo Agnello fece 
jxn edilicare la Diaconia o Chiesa detta oggi di 
^S. Oennaro airOlmo, in rendimento di grazie. 

Anni c 877 — A’ tempi del governo di 
Sergio Duca di Napoli e di Attanasio II Vescovo 
•tì Duca di Napoli, vennero coniate del'e monete col- 
refMgie di S. Gennaro vestito alla greca per la 
grande divozione che la città professava al suo San- 
to Tutelare. 

Anno 081 — Napoli, protetta da S. Gennaro 
•e dal Vescovo S. Agrippino, restò incolume dalla 
invasione dei Saraceni venuti dall’ Africa. Questo 
fatto si vede espresso in una gran tela situata 
nella tribuna del nostro Duomo. 

Anno 1077 — La città, difesa dal suo Patro- 
no, tu liberata dall’assedio di Riccardo Princii)e 
di Capila. 

Anno 1305 — Il Re di Napoli Carlo II d’An- 
giò per divozione a S. Gennaro ordinò che a sue 
spese la testa dei Santo si racchiudesse in un ma- 
gnifico simulacro d’argento e di oro , colle armi 
della Casa d’Angiò, come tuttora si osserva. 

Anno 1333 Giovanni XXII Sommo Ponte- 
fice , per divozione a S. Gennaro , fece donativo 
alla Chiesa maggiore di Napoli di un panno di 
oro jjreziosG comprato in Francia , ove era lavo- 
rata tutta l’istoria del Martirio di S. Gennaro. La 
lettera che accompagna il dono si conserva nel- 
l’Archivio del Capitolò Metropolitano. 

Alino 1440 — 18 Novembre — In una Costitii- 


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... t) — 

xioiie Sinodale di Gaspare de Diano, Arcivescovo 
di Napoli, in attestato delle continue grazie e fa- 
vori elargiti da S. Gennaro nei proteggere la città, 
si stabiliva una volta al mese il suo officio a .reci- 
tarsi dal Clero. In questa Costituzione S. Gennaro 
viene chiamato: Civium favorabilis Defensor, Pri- 
niiis iioster Patronus. 

Anno 1497 — Nella solenne Traslazione del 
Corpo di S. Gennaro da Montevergine a Napoli , 
avvenuta a‘ lì3 Gennaio, la Città era desolata da 
orribile pestilenza, ed appena qui trasferite le sa- 
cre Relique dall’ Arcivescovo Alessandro Carata , 
uell’istesso giorno cominciò a cessare la pesto. 

La superba Cappella sotto l’Altare maggiore del 
Duomo, detta Succorpo, fu fatta costruire dal Car- 
dinale Oliviero Carata per custodire il Corpo di 
S. Gennaro, a monumento della sua protezione. 

Anno 1527 — A causa della peste che iutieri va. . 
in Napoli , i rappresentanti della Città allora ap- 
pallati Eletti, (e tra i quali eravi D. Antonio San- 
felice pel ledile di Montagna) fecero voto di edi- 
ficare con grande spesa la famosa Cappella detta 
del Tesoro in onore di S. Gennaro dentro la Cat- 
tedrale. Ne fu rogato pubblico istroniento a’ild Gen- 
naio davanti le sacre Reliquie, coll’assistenza del 
R.mo Capitolo e degli Eletti della Città. In questo 
istromento si legge che si voleva edificare detta 
Cappella “ ut dignetur Deus defendere hanc Civi- 
tateja a peccatis, et a morbo epìdemiae seu peste , 
et restitiiere in i)ristinum statum. ,, 


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Anno 1571 — La celebre vittoria delle anni 
cristiane contro il Turco a Lepanto , alla quale* 
presero parte parecchi Napolitani , fu prognosti- 
cata da fausti miracoli di S. Gennaro. 

Anno 1580 — La città di Napoli fece edifi- 
care a sue spese una Chiesa a S. Gennaro in Poz- 
zuoli coll’ annesso Convento pei Cappuccini , a 
perenne memoria della liberazione di Napoli dai 
tremuoti. Nel 1701 detta Chiesa fu poi restaurata 
ed abbellita colla direzione dell’Eletto cav. D. Fer- 
dinando Sanfelice, il quale vi dipinse a tela i qua- 
dri della Chiesa. 

Anni 1500 e 1(>(K) — Straordinarie proces- 
sioni colio Reliquie di S. Gennaro , in occasione 
di pioggie continue e dirotte, che cagionarono una 
grande mortalità. Si vide subito fugato quel fla- 
gello. 

Anno — In Napoli e nel regno eravi no- 

tabile carestia. Si fece ricorso al Santo Patrono 
con una processione di penitenza , recandosi la 
reliquia della sua Testa. Nella festa della Trasla- 
zione fuvvi il miracolo del Sangue, e nello stes- 
so giorno comparvero nel porto molte navi estere 
cariche di grano. I Napoletani resero le dovute^ 
grazio al Santo Patrono. 

Anno 1(508 — A’ 7 giugno la città di Napoli 
esegui il voto emesso nell’ anno 1527 , ponendosi 
con gran pompa la prima pietra della nuova Cap- 
pella del Tesoro nel Duomo. La Cappella del Te- 
soro, ohe è una delle pivi ragguardevoli maravi- 


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^ -- 8 — 

glie della nostra città, venne compiuta neirauno 
1010, ed a rinfocolare la pietà dei napolitani pel 
culto a S. Gennaro in detta Cappella vi contribuì 
non i)oco lo zelo del B. Giovanni Giovenale Au- 
rina dell’ Oratorio di Napoli, poi Vescovo di Sa- 
luzzo. 

Sulla porta del Tesoro si legge questa epigrafe: 
Divo JoMnario — K fame hello peste — Ac ì'esaevi 
iffne • — Miri ope. iSaiiffiiinis — Erepta Neapolis — 
Ciri Patrono Vindici. 

Anno 1G21 — Carestia di grano in Napoli. 
Si fece ricorso al Santo, che vi provvide miraco- 
losamente. Per una tempesta nelle Spagne venne 
sx>into dai venti lino all’ isola di Nisida un gros- 
.so vascello carico di grano, che riparò ai bisogni 
dei napolitani. I rappresentanti della città resero 
grazie al Divo Patrono. 

Anno 1G31 — Ai 16 dicembre. Eruzione del 
Vesuvio, che al dire di un cronista sincrono pa- 
reva “ supremum totius mundi finem , quo din- 
ota igne solventur Durante Teruzione e la fit- 
ta pioggia di cenere con orribili detonazioni fu 
ordinata una processione di penitenza coll’inter- 
vento delfArcivescovo Card. Buoncompagno , del 
Capitolo col Clero e del Viceré Conte di Monte- 
rei : seguiva un popolo immenso. Giunte le sa- 
cre Reliquie di S. Gennaro a Porta Capuana sul 
jriazzale di S. Caterina a Formello, a vista dell’ i- 
gnivomo monte , il Cardinale colle ampolle del 
Sangue fece il sogno di croce , ed alfistnnte in- 


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1 » 


cominciò a cessare J'incendlo. Sulla porta mag- 
giore del Duomo fu visto S. (Teiiiiaro in atto di 
benedire il popolo. In ringraziamento dai rappre- 
.sentanti della città di Napoli, nel seguente anno, 
\enne eretta una Chiesa al Santo presso le faide 
del Vesuvio in Torre del Greco. A Napoli venne 
poi innalzata la guglia colla statua in bron- 
zo, opera del Fanzaga , nonché un Conservatorio 
per le fanciulle povere rimaste dopo quel terri" 
bile incendio, oggi detto di San Gennaro dei Ca- 
valcanti. Anche in tale occasione fu istituita la 
testa del Patrocinio ogni anno al 1(J dicembre con 
votiva processione. 

Anno J^632 — Nel di dell’Ascensione Processio- 
ne generale GoU’intervonto del Card. Arciv. Buon- 
comiìagno e del Viceré aS.Mariadi Costantinopoli, 
portandosi S. Gennaro con tutte le Reliquie “ prò 
gratiarum actione „ dalla liberazione della peste. 

Anno 104:7 — Luglio — Essendo scoppiata la 
rivoluzione di Masaniello, l’Arcivescovo Card. Fi^ 
iomarino fece esporre nella Cappella del Tesoro 
le Reliquie della Testa e del Sangue di S. Gen- 
naro, e pep la Città si fecero molte Processioni. 
Nel seguente ottobre al rumore delle cannonate 
(lei vascelli spagnuoli furono di nuovo esposte le 
Reliquie. Il Cardinale celebrò la Messa in detta 
Cappella e baciò il Sangue, osservandolo sempre 
liquido, con ammirazione di tutti, e disse di non 
averlo mai veduto cosi bello, come in tempi tan- 


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- iO — 

to calamitosi; lo elio fu stimato di felice augurio 
per la città. 

Anno 1656 — Napoli venne liberata dalla or- 
ribile peste, dopo die gli Eletti della Città fecero 
voto al Santo Patrono di edificare un Ospedale |>er 
i poveri mendicanti presso la Chiesa “ extra moe- 
uia. „ 

Anno 1658 — A’ IG dicembre di notte avven- 
nero due fortissime scosse di tremuoto in Napoli. 

Il Sangue di S. Gennaro, ricorrendo la festa del 
Patrocinio, dopo un’ora si sciolse con gioia di tutto 
il popolo, ed il flagello si arrestò. 

Anno 1667 — Principiò quest’anno colla di- 
rotta e continuata pioggia, che cagioi^ moltis- 
simi danni. Nella Cappella de) Tesoro si tennero 
esposte le reliquie dalla domenica 30 gennaio, nel 
martedì seguente il ^Sangue si sciolse e rassere- 
nossi il cielo. 

Anno 1688 — a’ 5 Giugno. — Orribile tremuo- 
to, che rovinò le colonne del Tempio di S. Paolo 
Maggiore e la cupola del Gesù Nuovo, danneggiò 
la Cattedrale e fece gi’ande rovina di chiese e di ' 
case. Nel Tesoro si espose la testa di S. Gennaro 
e dalla sua protezione Napoli ripetè la preserva- 
zione di ulteriori danni. Il Card. Antonio Pigna- 
telli — poi Papa Innocenzo XII — ordinò che o- 
gni anno a’ 6 giugno si rendessero solermi azion i 
di grazie al Santo, come tuttora si pratica. 

Anno 1692 — a’ 27 febbraio — In ringrazia- 
fiiento della liberazione di Napoli dalla peste in- 


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-- Il -- 

iierita nel 1G91 a Bari ed in altre provincie napo- 
litane, si fece una Processione ooirintervento del 
Card. Arciv. Cantelmo e del Viceré. Il Sangue u- 
sci duro e posto sull’altare si liqueiece. 

Anno 1604: — A dì otto settembre successe un 
terribile tremuoto. Napoli fu difesa e liberata da 
8. Gennaro. I rappresentanti della Città , in rin- 
graziamento, vollero restaurare ed abbellire le me- 
morie 'del martirio di S. Gennaro che osservansi 
in Nola. 

Anno 1698 — Giugno — Memoranda eruzione 
del Vesuvio, durata per una settimana. Il giorno o 
piovve in Napoli tale una cenere densa, folta, pe- 
sante, che di mezzogiorno si accesero i lumi nelle 
case e per le vie. Si fece al di seguente una pro- 
cessione di S. Gennaro coll’intervento di tutto il 
cljfcro, del popolo e delle autorità. A S. Caterina 
a Formello sulla piazza era elevato, in vista del 
Vesuvio, un altare sul quale fu posto il legno 
della Santa Croce. Appena data la benedizione dal 
Card. Arciv. Cantelmo, cessò la pioggia di cenere 
e fermò la lava di fuoco. 

Anno 1701 — Scoppiata in Napoli la celebre 
congiura del Principe di Macchia , a’ 23 settem- 
bre, mentre si faceva fuoco sulla città , il Card., 
Arciv. Cantelmo si tratteneva a pregare il Santo 
Patrono esposto con la reliquia del Sangue nel 
Tespro; ed avvenuta la liquefazione , il tumulto 
si sedò. In rendimento di grazie si fece una Pro- 
cessione, come quella di maggio, a’ 26 settembre, 


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intervenutovi il Clero , P Arcivescovo ed il Vi- 
ceré. 

Anno 1703 — Continue pioggie in Napoli e 
nel Regno. Si fece un triduo di esposizione al 
Tesoro, ed a di 11 febbraio fuvvi Processione di 
penitenza, intervenendovi il Viceré. Jj 3 pioggie 
cessarono. 

Anno 1700 — Ai o novembre. Terribile tre- 
inuoto con moltissimi danni negli Abbruzzi. Si 
ordinò una processione di penitenza colla statua 
di S. G-ennaro, e v’ intervenne il Clero ed il Pa- 
triziato col Viceré. Napoli fu salva. 

Anno 1707 — Agosto. Eruzione del Vesuvio 
con fuoco, saette, strepiti e tremuoti. Alle ore 21 
del dì 2 agosto si oscurò Paria in Napoli per la fit- 
ta pioggia di cenere; non si vedeva a camminare, 
non ostante i lumi accesi sulle vie. Si fece la 
Processione colla Testa di S. Gennaro fuori Por- 
ta Capuana coll’intervento del Card. Arciv. Fran^ 
cesco Pignatelli o del Viceré conte di Martinez, 
del Clero, dei Deputati del Tesoro e folla immen- 
sa. Alle ore due di notte, rientrando la proces- 
sione, cessò la pioggia di cenere, Paria divenne 
serena. Il miracolo parve evidentissimo. In quella 
circostanza S. Francesco di Geronimo operò gran- 
de conversione di peccatori, predicando ad un im- 
menso popolo fuori la porta di S. Onofrio alla 
V’icaria. Il Santo di Geronimo cominciò la sua 
predica ad ore 22 quando la tenebra era più fitta, 
ed esordi da queste parole: “Napolitani, ditemi, 


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è iiotLo o j^ionio y ,, — A monumento della libera- 
zione della città da questa eruzione la Città di 
Napoli, col disegno del celebre architetto D. Fer- 
dinando tìantelice, lece innalzare sulle scale di S.' 
Caterina a Formelle un obelisco col busto in» 
marmo di S. Gennaro in atto di benedire il Vesu- 
vio. Dai signori Deputati del Tesoro fu fatta co- 
niare una medaglia di argento con le immagini 
della Testa e del Sangue del Santo Patrono e con 
questa epigrafe: Divo laiiuario liberatori Urbis 
fundafori quielis-Dostquani collassi cineree et fiam- 
ma quiecit Cives Neapolilani iìicoliimes ^1. D. 
MDVC VII. Nella Cappella del Tesoro ogni anno 
nei primi due giorni di agosto si canta Pinno di 
ringraziamento a Dio per lo scampato x^ericolo. 

Anno 1709 — Marzo. Per la grande scarsezza 
di grano e di olio m Na^ìoli s’ intimò una espo- 
sizione ai Tesoro, ed al di Ib vennero nel nostro 
porto molte tartane che recavano da 130,000 to- 
luola di grano e 100,000 staia di olio con grande 
gioia dei concittadini, i quali in rendimento di 
grazie’ fecero una solenne Processione con S. Gen- 
naro, intervenendovi l’ Aroivescovo Card. Fran- 
cesco Pignatelli, il Viceré, i Deputati del Tesoro 
ed atìbllato popolo. 

I Patrizi! del Seggio di Portauova, jjer potere 
celebrare colla più grande magnificenza e pompa 
la Festa della Traslazione di S. Gennaro, che in 
giro si solennizzava per ciascun Seggio di Na- 
poli, fecero diroccare dai fondamenti molti pa- 


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~ U -- 

lazzi coir antico Portico, costruendone un altro. 

Anno 1729— Avvennero grandi alluvioni. Si 
supplicò con una Novena a S. Gennaro, e la tran- 
quillità dell’ atmosfera si ottenne all’ istante, nè 
• venne più alterata. 

Anno 1738 — A’ 3 luglio il Re Carlo III di 
Borbone istituiva l’ insigne Ordine Cavalleresco 
di S. Gennaro, del quale il Re medesimo si di- 
chiarava Gran Maestro. La decorazione consisteva 
in una croce, nel cui centro evvi effigiato il Pro- 
tettore S. Gennaro con gigli d’ oro e col motto : 
In Sanguine foedun, alludendo alla protezione del 
Santo. 

Anno 1743 — Essendo scoppiata la peste in 
Messina, e temendosi per Napoli, a^ 22 giugno si 
fece una Processione di penitenza recandosi la te- 
sta di S. Gennaro. Non si vide qui contagio di 
pesto, ed il miracolo del Sangue in settembre fu 
fausto. 

Anno 1764 — La raccolta del grano e biade 
fu scarsissima e si sentiva la carestia in Napoli. 
Crescendo la fame , si ricorse al patrocinio del 
Santo. A’ 6 marzo s’ incominciò nel Tesoro una 
Novena a S. Gennaro, con segni di penitenza nel 
popolo, che fin dal 4 marzo veniva in processione 
al Duomo. Il Santo vi provvide. A’O marzo ven- 
nero nel porto tre legni carichi di grano ; e poi 
altri dieci bastimenti di grano approdarono, com- 
messi si, ma non aspettati in quel tempo. 

A’ 15 luglio dello stesso anno, essendosi svilup- 


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paio per la città un morbo epidemico ed una mor- 
talità terribile a causa della fame , crescendo di 
^^iorno in giorno i casi di malattia e di morte, si 
fecero due Novene a S. Gennaro. Nel corso di 
queste il morbo cominciò a_ scemare. Nel di 19 
.settembre era cessato ogni malore. 

Anno 1767 — Nella notte dal 19 al 20 otto- 
bre scoppiò una terribile eruzione del Vesuvio, 
yi udivano rombi spaventevoli con gran copia di 
tìamme, bitume, sassi e cenere. Il popolo a schie- 
re, preceduto da Crocifissi, correva al Duomo, ove 
furono esposte le reliquie del Santo Patrono. Si 
fece poi una processione di penitenza, accompa- 
gnata dal Clero, nobiltà e popolo, al Ponte della 
Maddalena , ove giunti , il Card. Arciv. Sersale 
pose la testa di S. Gennaro di rincontro al monte 
ignivomo. Si udì allora una detonazione orribile, 
e poi cessò tutto ; cosicché la processione ritornò 
al Duomo cantando il Te Deum di ringrazia- 
mento. In memoria di questo fatto venne eretta 
.sul Ponte della Maddalena la marmorea statua di 
San Gennaro , ed in ogni anno al 21 Ottobre si 
« anta al Tesoro l’ Inno del ringraziamento. 

Anni 1770-1771 •- Dal mese di settembre 
1770 continuarono pioggie e tempeste di terra e 
di mare. Si ricorse al Santo Patrono con preghie- 
re nel Tesoro. Il di 8 gennaio 1771 si fece una 
processione di penitenza colla sacra Testa. Il Car- 
dinale Arcivescovo Sersale benedisse il mare, ed 


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allora questo si ac(;hetò tornando pure il serejio 
nel cielo. 

Anno 1770 — Alle ore due di notte dell’ 8 ago- 
sto si levò sul cratere principale del Vesuvio una 
colonna di fuoco con grande esplosione. Le deto- 
nazioni si udivano a venti miglia di periferia. 
Napoli tremava. La pioggia di lapilli e pietre in- 
focate giunse tino a Benevento. Il popolo corse al 
Duomo , e voleva che di notte si fosse aperta la 
Cappella del Tesoro per fare la processione colla 
Testa di S. Gennaro. Ci volle 1’ autorità del ce- 
lebre P. Rocco, Domenicano, per frenare l’empito 
popolare. Egli incominciò a recitare orazioni ed 
a cantare divote canzoncine , e riuscì con le pa- 
rabole, tanto a lui consuete, di persuadere che la 
processione si sarebbe fatta al mattino seguente. 
Con gran pompa si portò sul Ponte della Madda- 
lena il sacro Capo, accompagnato dall’Arcivesco- 
vo Mons. Filangieri, con tutto il Clero , Nobiltà 
ed immensa folla. Alla metà del Ponte si fermò la 
statua. Nel ritornare la Processione nella porta 
del Carmine, perdendo di vista il Vesuvio, questo 
incominciò a cessare dal muggito , dal fuoco e 
dalla pioggia di cenere. Arrivati al Duomo , il 
cielo comparve tutto sereno ed il giorno seguente 
cessò tutto. A perenne memoria di questo pro- 
digio di S. Gennaro ogni anno il dì 8 agosto alla 
Cappella del Tesoro si espone la Testa del Santo 
Patrono e si cauta 1’ inno di ringraziamento. 

Anno 1788 — Tremuoti spaventosissimi nelle 


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— 17 — 

Calabrie con danni incalcolabili. Si fece dal po- 
polo una novena a S. Gennaro. Napoli restò in- 
colume. 

Anno 17}>4: — A’ 12 di Giugno forte treinuoto 
die replicò la sera del 15 e scoppiò orribilmente 
il Vesuvio con pietre lapilli e* cenere: distrusse 
interamente Torre del Greco, distendendosi ^una 
larga lava di fuoco sino al mare. Il popolo atter- 
rito gridando e piangendo corse in folla al Duo- 
mo, volendo che la statua colla reliquia del Santo 
Patrono si portasse processi onalmen te a vista del 
Vesuvio. La processione si fece all’indomani con 
l’intervento del Clero secolare e regolare, della 
Nobiltà 6 degli Eletti della Città, seguita dall’Ar- 
civescovo Card. Capece Zurlo. Appena uscita la 
statua di Chiesa, l’aria che era oscurissima pio- 
vendo minuta pioggia di cenere e rumoreggiando 
il Vesuvio, si vide che un raggio di viva luce 
feri la statua di S. Gennaro e'd incominciarono 
le tenebre a dileguarsi. Giunta la processione al 
Ponte della Maddalena, il P. Rocco che dirigeva- 
la, fece una predica al popolo ed il Card. Arcive- 
scovo benedì il monte Vesuvio, che ce.ssò dal far 
rumore e dal gittar fuoco. In memoria dello scam- 
pato pericolo della città si fa solenne ringrazi.a- 
meato ogni anno a’ 15 giugno nella Cappella del 
’Tcsoro. 

Anno — Tumulti popolari in Napoli. Ai 

20 Gennaio ad un’ora di notte si portò in proces- 
sione la testa di 8. Gennaro, intervenendovi an- 


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18 - 

-che l’Arcivescovo Card. Capece Zurlo. A’ 22 si e- 
spose il Sangue nel Tesoro, e facendo preghiere il 
Servo di Dio Sac. D. Tomnaaso Fiore, il Sangue si 
sciolse , avvenendo il miracolo della liquefazione 
estemporaneamente. Il Generale Championnet ve- 
nuto qui coi francesi e come capo della Ro];)ubbli- 
ca Partenopea volle visitare S. Gennaro. 

Anno 1805 — a’ 26 luglio — Spaventevole 
trerauoto in Napoli. Quasi tutte le fabbriche ne 
risentirono, molte si dovettero puntellare perchè 
crollanti e riparare sollecitamente. Nel Tesoro si 
fece un triduo a S. Gennaro. In memoria della 
liberazione di questo flagello ogni anno viene e- 
«posta in detto giorno la testa del Santo Patrono. 

Anno 1808 — A’ 9 ottobre Gioacchino Murat 
•come Re di Napoli si reca in forma solenne al Te- 
soro per fare atto di omaggio a S. Gennaro: offro 
-al Santo Patrono una ricca sfera di argento ador- 
nata di gioie, e con Decreto concede gli onori Pre- 
latizii ed un abazia ai RR. Cappellani del Te- 
soro. 

Anno -1816 — Peste di Noia (Bari) che rimase 
limitata nel paese ove ebbe origine, facendosi ri- 
' corso in Napoli alla protezione del Santo Tutelare. 
; Anno 1822 — Eruzione del Vesuvio comin- 
ciata a’ 21 ottobre, che fece fuggire le popolazio- 
ni dai paesi circostanti. Nel di 24 Napoli ebbe 
tanta pioggia di cenere rossiccia, che si rimase 
all’oscuro per tutto il giorno e coi fanali accesi 
'sulla via. Vennero molte processioni al Duomo 


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- 11 ) -- 

per pregare S. Grennaro. A’ 27 si cantò l’Inno del 
ringraziamento. 

Anno 1831 — a’ IG dicembre, per la ricorren- 
za del II. Centenario della Festa del Patrocinio 
di S. Gennaro, la Processione arrivò a S. Catari- 
na a Formello, ove 1’ Arcivescovo Cardio. Luigi 
Rutfg-Scilla intonò il Te Deurn, e fuori benedisse 
il Vesuvio colle ampolle del Sangue. 

Anno 1833-37 — Invasione colerica in Napo- 
li. Si ricorse al patrocinio di S. Gennaro , ed il 
Sindaco della Città, Principe di Pettoranello , a’ 
14 novembre, emise e rinnovò il solenne voto di 
una offerta al Santo Patrono da farsi dal Muni- 
cipio nelle tre feste di maggio, settembre e dicem- 
bre in ciascun anno, come venne stabilito nel 
1G56. Questa offerta fu continuata fino al 1863. 

Anno 1849 — a’ 20 settembre. Il Sommo Pon- 
tefice Pio IX circondato da varii Cardinali si reca 
solennemente al Tesoro : bacia il Sangue di S. 
Gennaro, vi celebra la messa e dona al Santo Pa- 
trono il calice d’oro col quale aveva celebrato, del 
valore di scudi 2000. 

Anno' 1854 — Il Colera a Napoli. Si ordinò la 
Novena in settembre, ed in tal mese il morbo di- 
sparve. L’Arcivescovo Card. Riario intimò e prese 
parte col Clero e col popolo ad un«a pubblica pro- 
cessione di penitenza. Al Duomo affluenza conti- 
nuata di popolo a pregare S. Gennaro. Dal 5 al 
7 ottobre si resero pubblici ringraziamenti al 
Santo. 


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Anno 1857 — a’ 16 dicembre, festa del Patro- 
cinio. Forti scosse di tremuoto, che cagionarono 
gravi danni nella Basilicata. A perenne memoria 
della liberazione di Napoli, il Card. Arcive.scovo 
Hi ario Sforza dispose che la processione del Pa- 
trocinio di S. Gennaro , solita a celebrarsi la do- 
menica dopo il 16 dicembre, avesse luogo nello stes- 
so giorno. 

Anno 1859 — a’ 24 luglio. Solenne ingresso 
al Duomo del Re Francesco li colla Regina Ma- 
ria Sofia di Baviera per visitare il Santo Patrono. 
Mentre il Re baciava l’ampolla dietro l’.\ltare del 
Tesoro, si vide il prezioso Sangue abbassarsi e li- 
quefarsi , avvenimento nuovo e singolare. 

Anno ISSO — A’ 7 novembre. Il Re Vittorio 
Emanuele II venne per la prima volta a Napoli 
€ si recò al Duomo: dietro l’altare del Tesoro gli 
fu dato a baciare il Sangue di S. Gennaro. 

Anno 1831 — Il di 8 dicembre eruzione del 
Vesuvio e tremuoti con gravissimi danni di tutto 
il fabbricato di Torre del Greco. Si ricorse con 
triduo di preghiere alia protezione di S. Gennaro. 

An'Vìo 1882 — a’ 10 Maggio. Il Principe d’ E- 
qiiile in forma solenne consegnò al Tesoro una 
croce di crisoliti a filagrana , del valore dì due. 
4000, dono fatto dal Re Vittorio Emanuele It a 
S. Gennaro come Patrono di Napoli. 

Anno 1885-1888 — Terza invasione colerica 
in Napoli. Si fecero tridui e novene airinclito Pa- 
trono , e tu notato che dalla metà 'del settembre 


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-- 2i — 

lS(ì(5 il morbo andò sensibilmente scemando. Con- 
corso straordinario al Tesoro e di sera fuoclii di 
^ioia ed illuinina/ioni. 

Anno 1S70 — a’5 (rennaio — S. A. la Prinòi- 
]>essa Mar^lierita di Savoia col neonato Vittorio 
Emanuele Gennaro , Principe di Napoli , in due 
<‘.arroz;5e di gala si recò a visitare il Santo Pa- 
trono nel Tesoro, e baciò il Sangue dietro l’Altare. 

Anno 1S72 — a’2G aprile — Spaventevole eru- 
y.ione del Vesuvio. Piovve cenere in grande quan- 
tità, e si udivano detonazioni continue ed inten- 
se. Al Duomo , ove erano esposte le reliquie del 
Santo Patrono , fu un continuo accorrere di ca- 
rovane venute dai minacciati paesi limitrofi al 
Vesuvio. Si compì un triduo di esposizione con 
]>reghiere in tutte le Chiese , ordinato dal Card. 
Arciv. Riario Sforza. Il popolo nell’ottava della 
Traslazione traeva in grandissimo numero al Duo- 
mo che si dovette- tenere sempre aperto dalle pri- 
me ore del, mattino fino alla sera. Non si deplorò 
alcun danno nella città. 

Anno 1S7S — a’ *2d nov'^erabre — Il Re Umber- 
to e la Regina Margherita col Principe di Napoli 
<3 col seguito in tre carrozze di Corte si orecar- 
no a visitare S. (lenuaro al Tesoro in riugrazia- 
?uento a Dio per lo scampato attentato al Re, av- 
venuto il di 17 dello stesso mese. Dopo la Messa 
«d il cauto del Te Deum i Sovrani osservarono 
privatamente il Sangue dietro l’altare. 

Anno.lH7D — a’-26 gennaio — Il Conim. Pom- 


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„ 22 — 

peo Carata di Noia in forma soleu)io recò il dono 
del Re Umberto a S. Gennaro : questo dono era 
una croce episcopale in brillanti e smeraldi con 
laccio d’oro. 

Anno 18S4 — a’G febbraio — Nella Cappella del 
Tesoro si collocarono quattro paliotti di argento 
donati dal re Francesco II a 8, Gennaro in adem- 
pimento di una promossa fatta dal suo genitore re 
Ferdinando II. Hanno il valore di circa L. 100, (XXI. 

Anno 1884 — Il terribile flagello del colera 
invase la nostra città, mietendo molte migliaia 
di vittime. I Napoletani, non degeneri della pie- 
tà degli avi, ricorsero fiduciosi ad invocare la 
protezione di S. Gennaro. Il nostro Porporato .Vr- 
civesoovo— che in quella luttuosa circostanza diede i 

esempii splendidissimi di abnegazione e di carità — 
prescrisse speciali preghiere al Santo Patrono espo- . 
sto nel Duomo, che si vide stipato di popolo. Nel 
di 19 settembre, avvenuto il miracolo del Sangue I 

di S. Gennaro, il morbo andò cessando .sensibil- 
mente giorno per giorno e cessò del tutto. Que- I 

sto visibile segno della protezione di 8. Gen- ^ 

naro venne attestato pubblicamente dallo stess<» 
Arcivescovo Card. Sanfelice, il quale nella Lette- 
ra Pastorale al suo popolo, ordinando l’ inno del 
ringraziamento per lo scampato pericolo, .scriveva i 
così: 

I 

“ Dio accogliendo le preghiere dei Santi da noi I 

“ invocati e specialmente della comune no.stra | 

“ ISfadre' Mai'ia e dell’ inclito Nostro Patrono S. 


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“ Gennaro, comandò all’ angelo ministro delle sue 
“ vendette di trattenere la sua mano — t/òrtV 
“ itcrcufientì: contine mannm tua?n — ed inconta- 
“ nente noi vedemmo il morbo venire decrescen- 
“ do, quasi con la stessa rapidità, onde ci aveva 
“ assaliti. ,, 


HEGISTR^TO 




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I 




DI 





S. MÀBIA BELLA FACE 


in Giugliano 


DRAMMA IN TRE ATTI 


PEL 

r*. OioacolLi^ip Tagliala to la 

deir Oratorio di Napoli' 



TIPOGRAFIA DEGLI ACCATTONCELLI 
San Raffaele a Mater-Dei 
1887 


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ARGOMENTO 


Nella Chiesa della SS. Annunziata 
della città di Giugliano nelFantica Cam- 
pania, in provincia di Napoli, è grande- 
mente venerata un’antichissima effigie 
della Vergine SS. della Pietà, detta an- 
che più comunemente della Pace, La 
costante e non mai interrotta tradizio- 
ne ritiene, che nell’occupazione di Co- 


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— 4 -- 

stantinopoli, sotto Maometto II nel 1453, 
questa immagine fu gittata in mare, e 
che poi essendo stata prodigiosamente 
trovata sul lido della già distrutta città 
di Cuma, fu portata in Giugliano dalla 
Diocesi di Aversa. 

Si sa pure dalla storia che fra i 
tanti personaggi che fuggirono in Na- 
poli per mettere in salvo la vita nella 
grande strage che i Turchi facevano in 
Costantinopoli, vi fu Demetrio Assanio, 
detto il Paleologo, coi due suoi figliuoli 
Tommaso e Giorgio. 

Questi illustri profughi , stretti con 
intimi vincoli di parentela con T impe- 
ratore Costantino, detto anche il Paleo- 
logo, non solo furono benignamente ac- 
colti dai nostri re Aragonesi, ma ancora 
occuparono- i più onorevoli posti nella 
regia corte. Non pochi sono i superstiti 
monumenti che attestano la fede viva di 


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__ 5 — 

questa costantiniana famiglia, e la grande 
munificenza nell’ innalzare in Napoli 
tempii in onor di Dio e della Vergine 
Santissima. 


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mTERLOCUTORI 


DEMETRIO ASSANIO— detto il Paleologo, De- 
spota di Costantinopoli. 

TOMMASO ì Figliuoli di Demetrio. 
GIORGIO ) ^ 

PRANZA — Storico confidente di Demetrio. 
MAOMETTO II. 

ALÌ — Uffiziale capo del Consiglio. 

MASO^ — Governatore di Giugliano. 

GIULIO— Confidente di lui. 

Contadini. 

T URCHI. 

Popolo. 


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ATTO PRIMO 


Una sala principesca ornata nel modo più ele- 
gante che sia possibile. La scena si pone nella 
città di Costantinopoli nel maggio del 1453. 

SCENA I. 

Demetrio solo, 

Demetrio — (Seduto con un diario fra le ma- 
ni, legge con maraviglia e dolore , poi lascia 
il diario sul tavolo ed esclama:) 

Già l’avevo pensato: Ora sì, che non vi ha più 
dubbio su i disegni deH’empio sultano Maometto 
II verso quest’antico e nobile impero d’oriente. 
( Si al:{a ) Fin dal momento che egli fe’ costrui- 
re su la sponda occidentale del Bosforo, nel luogo 
ov’esso è maggiormente angusto, il secondo for- 
te de’Dardanelli incontro a quello che era stato 
fabbricato su la sponda asiatica da Maometto I 
suo avOp si dovea ben comprendere il malvagio 
scopo di lui. Con ciò ei mirava a rendersi as- 
soluto padrone de’ passi, tanto per chiuderli 
a’ vascelli che verrebbero dal Mar Nero a Co- 
stantinopoli, quanto per trasportare le sue trup- 
pe dall’ Asia in Europa. Ecco perchè avea tanta 
febbre ed in men di quattro mesi innalzò la 


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8 — 

forte cittadella e le tre enormi torri. Ed ora 
vorrei sapere che ne dicono que’ fanatici sudditi, 
che si opposero alla prudente risoluzione del- 
l’imperatore Costantino Paleologo, il quale a vi- 
va forza voleva impedire tale opera. La distrug- 
gano ora quella fortezza grinsensati... Possibile!.. 
Dovemmo vedere cittadini di Costantinopoli stes- 
sa, somministrare agli operai turchi e viveri e 
materiali per la costruzionel..(i)Ed ora. ..ora pian- 
go la sorte del grande impero. O povera patria 
mia qual ti veggo!.. Il Turco ti ha già cinta d’as- 
sedio, e potrai tu a lungo resistere ? potrai tu 
menar trionfo?.. Sommo Iddio, mandi tu forse 
nella città del grande Costantino l’empio sulta- 
no qual ministro dell’ira tua per lo scisma che 
tanti sciagurati concittadini hanno fatto dalla 
Chiesa latina ?.. Ahimè ! io ne pavento assai I. . 
(Siede pensoso.) 


SCENA II. 

Demetrio, Pranza. 

{Fram^a entra, fa profondo inchino) 

Demetrio. — Oh! carissimo Pranza, giungi pro- 
prio opportuno. 

Pranza — Ed ora eccomi a’tuoi ordini, illustre 
Despota Demetrio Assanio. 

' Demetrio. ■ — (Si al:{a.) Poco fa leggevo nel 
Diario notizie niente favorevoli al nostro impe- 
ro. Continua l’assalto del feroce sultano alle mu- 
ra della città, e temo che non avessimo a dive- 
nir preda del nemico. 


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— 9 — 

Pranza. — Ben comprendo perchè mesto ti veg- 
go: giusto è il tuo timore , nè io sono in mi- 
nore agitazione di animo. 

Demetrio. — Ebbene parla, narrami ciò che hai 
saputo, esponi chiaramente il tuo pensiero. Tu 
ben sai quanta stima ho fatto sempre del tuo 
ingegno e della tua sagacia. 

Pranza. — Credimi, Demetrio, con la più minu- 
ta accuratezza sto seguendo i passi del crudele 
Maometto, ogni sua azione sto notando ne’ miei 
scritti; e se arriverò a dare a luce le geste di quel 
barbaro sultano, quella storia non potrà non leg- 
gersi fino alla più tarda posterità senza stupore 
e raccapriccio al tempo stesso. (2) 

Demetrio. — Via su, siedi al mio fianco. Pranza. 
(Seggono entrambi). Narrami ora le crudeli im- 
prese dell’ottomano. 

Pranza. — Uomo purtroppo orribile è Maometto 
II, unico figlio di Amurat, ed assai è da temersi. 
Egli ha ricevuto da natura un corpo robusto ed è ' 
di una forza prodigiosa, atto a tutte le fatiche, a 
tutte le imprese militari;ha un temperamento tut- 
to di fuoco e un naturale violento. È intrepido, 
intraprendente, insaziabile di gloria, e cosi for- 
tunato che si crede che ei comandi alla medesi- 
ma fortuna. (3) 

Demetrio. — So che a’ Turchi per legge dell’al- 
corano è interdetto lo studio: sarebbe dunque un 
ignorante questo Maometto ? 

Pranza. — Che mai dici? Egli riguarda l’alcora- 
no come una sciocchezza, ed allorché favella co’ 
suoi confidenti dell’avo suo Maometto, lo tratta 
come capo di banditi. Il suo ingegno è vasto e 


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penetrante, e con Tindefesso studio è arrivato a 
parlare , oltre quella de’ Turchi , in ben cin- 
que lingue , cioè la greca , la latina, l’araba, la 
caldea, la persiana. 

Demetrio. — Ciò mi sorprende davvero!.. 

Pranza. — Ma non è ancor tutto: egli possiede 
ancora le matematiche, l’astronomia, ossia l’astro- 
logia, e la storia dei grandi uomini dell’antichi- 
tà, di cui è addivenuto appassionatamente geloso. 

Demetrio. — Anche questo 1 Ed in riguardo al- 
la strategia militare che mi dici di lui ? 

Pranza — Dico che conosce la scienza della guer- 
ra per principii, come per esperienza. Egli non 
deve le sue conquiste alla sua sola fortuna, nè al 
solo suo coraggio, ma ancora alla sua politica , 
alla sua prudenza ed alla sua sopraffina tattica. 

Demetrio. — Parli di conquiste, o Pranza. Io ne 
ho un’idea molto imperfetta e ti sarei assai te- 
nuto se tu, con la solita tua esattezza, me ne fa- 
' cessi un preciso quadro. 

Pranza. — Procurerò di farlo alla miglior manie- 
ra; ritieni però che, per quanto potessi dire, dirò 
sempre assai meno di quello che è. 

Demetrio. — Tanto dunque è il suo valore!.. 

Pranza. — Ascolta e vedrai. Ei fe’ guerra a Gio- 
vanni II re di Cipro, e, non ostante gli appoggi 
del Pontefice Nicolò V e la protezione d’ impe- 
ratori e di re, lo sconfisse. Conquistò con le sue 
armi le isole di Lemnos e di Lesbo, la Morea, 
l’impero di Trebisonda nell’Asia, il regno di Bo- 
snia, di cui fece scorticare il re Stefano. Ma a 
che vado io numerando tutte le sue imprese ? 
Basta dirti che con le formidabili sue armi con- 


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quistò ben dodici regni e dugento città sopra i 
soli Cristiani. A ragione perciò i Turcni gli 
hanno dato il titolo di Bojuc , vale a dire il 
grande. 

Demetrio.' — {Si al^ano)^ ti pare poi {Con sde- 
gno) vera grandezza quella di abbattere i dritti 
altrui, o Pranza? 

Pranza. — Grandezza intendo dire secondo la 
religione musulmana, non secondo i principi! del 
Cristianesimo e della vera religione. 

Demetrio. — Ed, in quanto alla sua religione , 
che mi dici mai? 

Pranza. — Quanto alla religione. Egli tutte le 
ha in dispregio. Altra divinità non adora che la 
fortuna: altra provvidenza non riconosce che la 
cura che ognuno prende di sè stesso; altra legge 
non ha che la sua scimitarra , nè altra regola 
delle sue azioni che il suo interesse, la sua gran- 
dezza, il suo piacere. Non osserva nè parola, nè 
trattato, nè giuramento, se non in quanto tutto 
ciò può giovare a’ suoi fini. 

Demetrio. — Che mostro! Ma sì che è egli un 
vero flagello di Dio pe’ popoli I 

Pranza. — Il peggio si è che ora questo flagello 
è alle mura della nostra città. 

Demetrio. — Ed io temo che fra non molto 
piomberà su di noi. Le già riportate vittorie e 
le grandi sue armate ormai ne sono sicuri indizi!. 

Pranza. — Che il buon Dio disperda i nostri ti- 
mori ! 

Demetrio. — Se a tutti deve arrecare spavento 
la conquista della nostra città del feroce sultano, 
molto più il deve a me, che sono Despota della 


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— 12 


Grecia, d’ ordine senatorio nella città imperiale, 
e stretto con intimi vincoli di parentela con l’im- 
peratore Costantino, detto al par di me, il Pa~ 
/eo/o^o.(4)Ebbene, Pranza, non più s’indugi, corri 
in mio nome al gabinetto imperiale, interroga, 
osserva e vieni tosto a tenermi avvertito di ciò 
che accade. Fa d’uopo vi pensassi seriamente. 

Pranza. — Il fo volentieri. 

Demetrio.^So quanto ti è a cuore la mia per- 
sona non solo , ma ancora quella de’ cari miei 
figliuoli. 

Pranza. — ^Ritornerò il più presto mi sarà pos- 
sibile, con quali nuove non so. 

Demetrio. — Ti aspetto con ansia. Addio. 

Pranza. — Addio. {Parte). 

SCENA III. 

Demetrio solo. 

Demetrio. — Ahi l qual ti veggo, o patria mia. 
Fosti tu detta città fiorita, città reale , luogo 
fertile, nuova Roma, Madre del mondo, ed ora 
non so qual nome ti convenga ! Te fondava il 
grande Costantino su l’antica Bizanzio, e tu sor- 
gevi bella, incantevole, ricca e forte. L’ enorme 
dragone che sotto i piedi vedeasi della statua del 
grande imperatore, non era che simbolo del pa- 
ganesimo che trafitto moriva. E la croce del Na- 
zareno s’incontrava su le tue fontane, all’ingresso 
de’ pubblici edifizii , in mezzo alle piazze e, più 
di tutto, sul vestibolo deU’imperiale tuo palazzo. 
Tutto in te ispirava la vera religione , tutto in 


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— is- 
te ispirava la fede e la pietà. E tu eri bella, eri 
ricca, eri pia, eri forte, e dalla natura stessa sem- 
bravi destinata ad essere la metropoli deU’ uni- 
verso. È bello il tuo cielo , bello il tuo mare , 
bella la campagna, bella la tua fede; ma sopra 
tutte queste bellezze eri tu bellissima, perchè oen 
potevi dirti la città di Maria. Fosti tu dal grande 
Costantino dedicata alla Vergine; e fra tutte le 
città ti segnalasti per la tenera devozione all’ec- 
celsa Regina. Il ^ido di Efeso , che salutava 
Maria come Madre di Dio , echeggiò più che 
altrove, su le ridenti tue spiagge. Tre incùte prin- 
cipesse, sorelle dell’imperator Teodosio II, fra cui 
Pulcheria, che fu poi imperatrice, promossero per 
ogni modo il culto verso Maria; e Pulcheria e- 
dificò ospedali, costrusse monasteri, eresse tempii, 
sotto l’invocazione ed il patrocinio di lei.(5)Ed ora, 
ahimè!., qual ti ravviso, o città mia! la tua fede 
in molti tuoi figli non è più pura, il tuo affetto 
verso la regina del cielo in molti non è più vi- 
goroso e cordiale, come prima. L’empio musul- 
mano addensa da più giorni su di te il più fiero 
assalto. Gran Dio! permetti forse nella giusta ira 
tua che l’incredulo ottomano abbia ad innalza- 
re la mezza luna su l’infranta tua croce! Io pa- 
vento, io fremo d’orrore, io più non reggo... (Si 
siede mesto e pensoso). 


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— 14 — 

SCENA IV. 

Demetrio, Tommaso, Giorgio. 

Tommaso. — Qual ti veggo, o Padre l 

Giorgio. — Ti lasciammo afflitto, ed ora, essen- 
do tornati con la speranza di trovarti lieto , ci 
pare invece che sei assai più mesto e pensoso. 

Tommaso. — Eh via, o padre, non voler più rat- 
tristarci. 

Demetrio. — {Si al^a) O figli, figli miei, che io 
vi stringa al mio seno , e stampi su la vostra 
fronte il bacio del mio più tenero amore per 
wo\.{Mentre li tiene abbracciati, dice commosso:) 
O Figli, diletti miei figli, voi formavate la più 
dolce speranza nella mia canizie, ed ora, ahimè! 
ora il pensier vostro, il vostro avvenire mi tor- 
menta, mi crucia e mi strazia il cuore. 

Tommaso. — Padre... 

Giorgio. — Padre mio... 

Demetrio. — Figli miei, io soffro assai nel do- 
vervi affliggere... più non valgo a contenermi le 

ìdigTÌme... {Piange.) Verrò fra pochi momenti 

PAdìo.{Parte.) 

SCENA V. 

Tommaso , Giorgio. 

Tommaso. — Forse le nuove delF assedio so- 
no sempre più ^ tristi. 

Giorgio.- — E per questo che il Padre è in 
tanta agitazione c in tanti affanni. 


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— 15 — 

Tommaso. — Il nostro maestro, il dotto Pranza 
poco fa mi ha raccontato il grande valore dello 
scellerato Maometto, e come sempre più guada- 
gna terreno per , signoreggiare il grande impero. 

Giorgio. — Anch’io, o fratello^ intesi lo stesso; 
anzi seppi pure della sua ferocia e dell’implaca- 
bile suo odio alla religione de’ nostri maggiori. 
Non intendo però perchè mai il Padre ci abbia 
detto che, mentre prima noi formavamo la sua 
' gioia e la sua speranza, siamo ora invece dive- 
nuti oggetto de’suoi affanni e del suo cordoglio. 

Tommaso. — Neppure io bene il comprendo; pen- 
savo a qualche dissubbidienza da noi commessa, 
ma niente ci è stato di questo. Chi sa, sarà forse 
che noi.. .ma ecco il suo intimo confidente Pran- 
za che qui viene. 

Giorgio. — Per lui solo potremo uscire d’imba- 
razzo... 


SCENA VI. 

Pranza, Tommaso, diorgio- 

(Entra Franca sollecito e mesto) 

Giorgio. — Oh 1 Pranza! 

Tommaso. — Carissimo nostro Pranza, solamente 
da te possiamo conoscere perchè il Padre è cruc- 
ciato con noi. 

Giorgio. — Noi nulla operammo da meritarci il 
suo corruccio. 

Pranza. — Ove è il Padre? 

Tommaso. — Poco fa singhiozzando e piangendo 
ritiravasi nel suo salotto dicendoci che sarebbe 


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— i6 — 

subito tornato. Ciò c’impensierisce non poco. Ma 
tu, Pranza, anche tu sei mesto ed ansante. 

Pranza. — Pur troppo piango l’imminente scia- 
gura della patria nostra, ed ancor piango la sor- 
te dell’illustre Despota vostro padre, e la vostra, 
dolcissimi principi dell’impero. 

Tommaso. — Che ! il Turco forse a noi s’ap- 
pressa ? 

Giorgio. — Ma perchè il Padre l’ha tanto con 
noi ? 

Pranza. — Miei cari , è pur troppo terribile il 
rombo che è per iscoppiare su la patria nostra. 
Il Despota ha ben compresa l’ imminente sven- 
tura che piomba su la casa de’ Paleologi che è 
tanto stretta a quella deU’imperatore. Celebre è 
la storia della vostra casa: i vostri antenati do- 
marono Treballi e Corinto ; voi siete eredi del 
grande impero d’oriente, ed ora il povero vostro 
padre nelle conquiste dell’empio Maometto, insiem 
con quella dell’impero, paventa la sorte dell’au- 
gusta sua famiglia, e massime di voi. 

Giorgio. — Povero Padre! 

Tommaso. — Ed insieme al padre, poveri anche 
noi! 

Pranza. — Che Dio e la sua e Madre nostra Ma- 
ria ci salvino !.. Ma ecco... Demetrio. 

SCENA VII. 

Demetrio e detti, 

Demetrio. — Ebbene narrami, o Pranza: da te, 
dalle tue nuove dipende ogni mia decisione. Si 
rende forse più difficile la posizione dell’impero? 


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— 17 — 

Pranza. — Pur troppo l’hai compreso, o Despota. 
Ormai più speranza non v’ ha. La nazione dei 
greci una volta illustre e formidabile, per sì lun- 
go tempo signora del mondo, percossa dalla ma- 
no di Dio, dall’ apice della grandezza è per ca- 
dere sotto il giogo di barbari infami. 

Demetrio. — Che mai dici. Pranza; e i popoli, 
i principi, i sovrani dell’Europa e più di tutti, il 
padre comune de’ cristiani, il Romano Pontefice, 
non si risveglieranno, e non accorreranno a met- 
tere argine ad un torrente che non solo alla 
distruzione del nostro impero, ma tende altresì alla 
conquista di ogni regno. ? ! 

‘ .Pranza. — Il papa ben previde tutto ciò che la 
Cristianità e l’impero di Costantinopoli aveano 
a temere da un tal nemico ; e con lettere e con 
1 egati procurò di risvegliare, il coraggio de’principi 
e de’popoli; ma son riusciti inutili i tentativi. (6) 
Per la politica di Maometto l’impero di Costan- 
tinopoli isolato e diviso da tutti i popoli di 
cui avea bisogno, fu ridotto alle proprie sue for- 
ze, o, meglio, alla propria debolezza, ed alla de- 
solante prospettiva di una inevitabile rovina. 

Demetrio.— Credi dunque inevitabile la rovina 
deir impero ? 

Pranza. — Pur troppo è così. L’empio sultano 
nulla avendo a temere da’ principi cristiani, ra- 
dunate le sue truppe d’Asia e d’Europa, con più 
di trecentomila uomini, un terzo de’quali di ca- 
valleria, e con trecento vascelli, investe Costan- 
tinopoli per terra e per mare. Il nostro povero 
imperatore non ha potuto arruolare che seimila 
uomini di truppe regolate e non più che tremila 

Il Simulacro, 3 


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— i8 — 

tra Genovesi e Veneziani. Nè la marina è poi più 
formidabile: non abbiamo che sette navi e due 
galere, comandate dall’ ammiraglio Notaras. Son 
giunte, è vero, altre tre navi Genovesi, che sotto il 
comando del Giustiniani fanno prodigi di valo- 
re; ma presto o tardi dovranno darsi per vinte 
e conquise II 

Demetrio. — Sicché, o Pranza.. 

Pranza. — Sicché non vi è più da sperare, e sa- 
remo preda del feroce sultano! 

Giorgio. — Che Dio disperda il triste presagio! 

Tommaso.- — Che la Vergine Maria sia la poten- 
te nostra difesa! 

Demetrio. — Sì, figli miei, in Dio e nella Ver.- 
gine Santa affidiamo le nostre sorti. In tutti i 
pericoli della lunga mia vita, Maria ho invocata, 
ed Essa è stata sempre per me, per la casa mia, 
veramente la torre di Davidde non vinta mai da 
qualunque assalto... Tu intanto , Pranza, va in 
mio nome nella corte imperiale ed ovunque cre- 
derai meglio , attingi nuove intorno all’ assalto 
che da più giorni ci è sopra, e poi ritorna quan- 
to prima puoi. 

Giorgio. — Sii però nunzio di buone nuove. 

Pranza — Ne spero poco. {Parte.) 

SCENA Vili. 

Demetrio e detti 

Giorgio. — Ebbene sii calmo, o Padre. 

Tommaso. — Auguriamoci le più liete nuove da 
Pranza e con questa speranza sgombriamo 1’ af- 
fanno. 


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— 19 - 

Giorgio. — Non ne posso proprio più ! 

Demetrio. — Non ci è da illuderci !!! Pranza ha 
ben ponderato la spaventevole situazione deU’im- 
pero e della casa de’ Paleologi, e perciò è in tanta 
agitazione. Figli miei, il pericolo è imminente nè 
vale dissimularlo. Io son già vecchio, e pochi 
altri giorni potevano restarmi di vita ; ma mi 
affliggo per voi e pel vostro avvenire. 

Tommaso. — Confidiamo, o Padre. 

Giorgio. — Chi sa... 

Tommaso. — Chi sa che Pranza sarà nunzio di 
liete nuove ? l 

Demetrio. — Ohi le liete nuove! le liete nuove! 
Sono queste belle illusioni, o miei figliuoli. L’im- 
pero d’oriente lo ritengo già sfasciato... ne sento 
grande dolore... ma paga così il fio della sua di-* 
subbidienzal!! 

Tommaso. — Ciò non comprendo. 

Demetrio. — Ascoltate, miei cari, e non dimen- 
ticate mai quanto vi dico. Finche il nostro im- 
pero fu fedele alla Chiesa Romana, fu l’ invidia 
di tutto il mondo; ma quando incominciò a di- 
sprezzare l’autorità de’ romani pontefici, s’avviò 
verso il suo tramonto. E l’eccidio che siamo per 
patire fu già profetizzato da Leone il grande nel 
V secolo, da S. Gregorio nel VI, ed ai nostri dì 
con tremende parole fu predetto da Nicolò ¥.(7) 
Ogni stato che dalla Chiesa di Dio s’allontana, 
o presto o tardi cadrà umiliato , ed avvilito e 
mentre pare che s’ innalzi su i conculcati dritti 
di Pietro , allora Iddio , vindice inesorabile dei 
dritti suoi, ne segna dal cielo la mina. La sto- 
ria è là ad attestarlo , e poi io parlo per espe- 
rienza. 


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— io — 

Tomwaso . — \ sentimeati di fede ed amore alla 
sede di Pietro li abbiamo avuti fin da’ primi no- 
stri anni. 

Giorgio. — E questi stessi sentimenti nutriremo 
sempre, a costo anche della vita. 

Demetrio. — Così va bene! Sì a costo anche del- 
la vostra vita, miei figliuoli. Non ismettete mai 
dal vostro cuore sì belli e nobili sentimenti. So- 
lo Dio è grande , e gli uomini lo saranno, per 
quanto più a Dio e alla sua Chiesa resteranno 
uniti. 

Tommaso. — Odo concitato rumore di passi. 

Giorgio. — Sarà forse Pranza che torna. 

Demetrio. — Son proprio impaziente di piu a- 
spettarlo. 

Tommaso. — Oh 1 è proprio lui, eccolo... 

SCENA IX. 

Bemetrio, Pranza, Tommaso, Giorgio. 

Demetrio. — Orsù , Pranza, parla. 

Pranza. — Despota !.. 

Demetrio. — Il tuo aspetto mi dice tutto. 

T oMHAso. — Ahimèl 

Giorgio. — La bufèra ci è s^ra forse? 

Demetrio. — Ma insomma. Pranza. 

Pranza. — Ebbene fuggite, fuggite, vi prego per 
quanto vi amo, fuggite, mettete in salvo le vo- 
stre vite: ogni indugio potrebbe essere fatale per- 
voi, fuggite... 

Demetrio. — Fuggir, ma dove? ma in qual mo* 
do se la città è tutta cinta d’assedio ? 


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Pranza — Non v’è più dunque speranza per voi 
nè per i vostri, illustre Despota. 

DEMETRio.-T-Ma via parla, che c’è di nuovo? 

Pranza. — È questo il cinquantesimo settimo 
giorno da che il feroce sultano assedia la no- 
stra città, e certo sarà anche l’ultimo. La nostra 
flotta con a capo Giustiniani ha fatto finora pro- 
digi di valore, ma stanca ha dovuto cedere.(8)Le 
poche superstiti milizie spaventate, più non op- 
pongono che debole resistenza. L’impera tor Co- 
stantino anziché abbattersi d’animo, risoluto di 
seppellirsi sotto le rovine del suo impero, fa sfor- 
zi prodigiosi per respingere quel diluvio di bar- 
bari che trabocca per tutte le brecce; ma forse 
a quest’ora, oppresso dalla moltitudine degl’infe- 
deli, sarà caduto da prode. Maometto in somma 
ha determinato che in questo giorno, 2 ^ di mag- 
gio deve entrar vittorioso in Costantinopoli ; a 
tal fine, prima del levar del sole, ha dato un as- 
salto generale con tutte le sue forze ad un tem- 
po per mare e per terra. 

Demetrio. — Quanto sei giusto nell’ira tua , o 
sommo Iddio 1 Dopo mille centoventitre anni per- 
metti che cada sfasciato l’impero d’oriente, e ca- 
da proprio nel dì della Pentecoste, della discesa 
cioè dello Spirito Santo su gli Apostoli, quasi 
attestando cne ciò fai in pena della disubbi- 
dienza de’ Greci alla decisione del Concilio di 
Firenze su la processione dello Spirito Santo dal 
Padre e dal Figliuolo. 

Franz A. — Così è, o Demetrio, confesso però che 
a questo non avea fatto riflessione. In tanto che 
mai decidi? 


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Tommaso. — V’è forse pericolo per le nostre 
persone ? 

Giorgio. — Ebbene mettiamoci al sicuro: si trat- 
ta di morte ! 

Pranza — Non giova illuderci; sì trattasi di mor- 
te. Ed il feroce sultano non la risparmierà a chi 
è fermo nella vera fede, e a chi con vincoli così 
stretti è unito all’ imperiale casa. 

Demetrio. — Lo credi tu dunque ? 

Pranza. — Così non fosse! Ma le crudeltà usate 
con altri principi dall’empio Maometto mi fanno 
assai temere di voi tutti. Pra gli altri fece uc- 
cidere i principi di Bosnia e di Metelino, non 
ostante la parola , che data pure avea con tut- 
ta la solennità. E una vera belva! Basta dirsi 
che sotto i suoi occhi fece sventrare quattordici 
de’ suoi paggi per sapere qual di loro avesse 
mangiato un mellone tolto da un suo giardino. 
Vedete ora se debbo temere di voi ! 

Demetrio. — Sicché, figli miei, non ci è più da 
sperare. Rassegniamoci al divino volere. Dio sa- 
rà la nostra forza ed il nostro conforto !.. 

( Si sentono voci al di fuori e grida disperate^ 

con rimbombi di cannone e con lampi di luce) 

Pranza. — Ecco che già ci siamo. Lo prevede- 
vo io!... 

Giorgio. — Mio Dio !.. 

Tommaso. — Pietà di noi ! 

Pranza. — ( Guardando verso il luogo del ru- 
more) 

Ahimè ! Siamo già in preda all’inimico ! Il cru- 
dele sultano ha promesso a’turchi di abbandonar 
ner tre giorni la città nostra al saccheggio e a 


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— 23 — 

tutti i più sozzi eccessi, ed ora essi si danno con 
scellerata ferocia all’empia impresa l 

Giorgio. — Io tremo 1... 

Tommaso. — Io più non reggo. 

Pranza. — Poveri i miei principi l 
{Tommaso e Giorgio abbracciano al Padre 

singhio:{:{ando) 

Demetrio. — Figli miei, voi mi lacerate il cuo- 
re ! Sarà forse questa 1’ ultima volta che io vi 
stringa al mio seno l L’ ultima volta sarà forse 
questa che io su la vostra fronte stampi il ba- 
cio del mio amore per voi l Son dunque finite 
tutte le mie speranze! Non ci resta dunque che 
incontrar la morte !.. 

Tomm.\so e Giorgio. — Padre... 

Demetrio. — Dovrò forse veder sotto i miei oc- 
chi cader recise dalle spade nemiche le vostre te- 
ste, o miei figliuoli, prima che io cada morto ! 
Ma no,non reggerei a tanto strazio. Me, me prima 
uccidete, o barbari, se annida ancor nel cuore vo- 
stro alcun raggio di pietà. 

Tommaso e Giorgio. — (Piangendo) Che mai 
dite, o Padre... 

Pranza. — Quale commovente scena! 

Tommaso. — Ma , Padre, non ci hai tu sempre 
detto di sperar tutto dalla prodigiosa imma- 
gine della Vergine Santissima della Pietà, tanto 
da noi venerata nel Tempio degli Odegi ? ( 9 ) 

Giorgio.^ — Vorrà ora Ella non accorrere in no- 
stro aiuto ? 

Demetrio. — Ah si. Maria della Pietà, solo tu 
puoi comprendere da qual dolor è straziato il 
cuor mio. Anche a te spettò vedere spento bar- 


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— 24 — 

baramente sotto gli occhi tuoi medesimi Tunico 
tuo figliuolo. 

Tommaso. — Ella dunque... 

Giorgio. — Avrà pietà di noi infelici! 

Demetrio. — Sì... avrà pietà di noi infelici! In 
mezzo a tante tenebre solo da Maria veggo 
partire un raggio di luce, che mi sostiene. 

Tommaso. — Affidiamo perciò le nostre sorti a 
questa Madre potente e pietosa. 

Giorgio. — Sarebbe un torlo per Lei il solo pen- 
sare che ci abbandoni in tanta sciagura. 

Demetrio. — No, Maria della Pietà non ci farà 
cadere vittime sotto la scimitarra deU’infedele. 

10 ne ho piena sicurtà, purché, figli miei caris- 
simi, promettiamo a Lei con solenne voto di... 

Tommaso e Giorgio. — Dite, o Padre, faremo 
tutto, siamo a tutto disposti. 

Demetrio. — Di rimaner sul suolo di Costanti- 
nopoli finché i Turchi non oseranno allontanarne 

11 prodigioso simulacro di Maria della Pietà del 
tempio degli Odegi, e di seguire ovunque quel- 
rimmagìne potrà approdare: all’ombra di Maria 
della Pietà saremo protetti. 

Tommaso e Giorgio. — Di tutto cuore il pro- 
mettiamo, o Padre. 

(Si ripete con più for^a lo strepito de* nemici) 
Demetrio — La tempesta si scatenerà pure, a’ no- 
stri piedi; ma non paventate, o figli benedetti: 
Maria della Pietà sarà sempre il nostro confor- 
to e la nostra difesa. 


Fine del primo atto. 


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ATTO SECONDO 


Pia:{\a di Costantinopoli^ da un lato il Tem- 
pio degli Odègi con la Croce su di essOy e 
daW altro il mare in lontananza. 

SCENA I. 

Demetrio, Tommaso, Giorgio. 

(Demetrio con i suoi figli esce dal tempio, e 
vestono da semplici cittadini.) 

Demetrio. — Ora sì che son calmo 1 Ho pianto 
assai ^innanzi alla venerata effigie della Vergine 
della Pietà: le ho aperto il cuor mio, le ho nar- 
rato i miei affanni , ho rinnovato la mia pro- 
messa; e tutto io spero dall’amoroso suo patro- 
cinio. 

Tommaso. — Anche io, Padre, ho pregato assai 
Maria , le ho ripetuto con tutto l’affetto il mio 
voto; ed il cuor mi dice che non cadremo vit- 
time della scimitarra del vincitore ottomano. 

Giorgio. — No , non cadremo sotto la feroce 
mano degl’infedeli. Nel rinnovare la mia promes- 
sa alla potente e pietosa nostra Madre, mi sen- 
tii da una forza celeste assicurato che noi tutti 
scamperemo dal terribile pericolo. 

Demetrio. — Sì, per Maria della Pietà scampe- 
remo dalla strage che gl’infedeli fanno di tanti 
nostri fratelli ! Ogni donna che è madre, sente- 


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— 26 — 

si naturalmente inclinata, e direi quasi costretta 
a liberare i figli da’ mali, che insorgono, e che 
potrebbero essere loro funesti. Essendo dunque 
Maria nostra madre , mentre da una parte ci 
impetra dalla divina misericordia gli aiuti per 
l’eterna salvezza, dall’altra, tutta bontà e tutta 
sollecitudine, invocata da noi in tanta sciagura, 
accorrerà in nostra difesa. 

Tommaso. — Oh ! quanto mi è dolce sperare 
in Marial 

Giorgio — Quanto dovranno essere infelici quel- 
li che negli affanni e nell’ amarezze della vita 
non hanno la fede e la fiducia in questa poten- 
te e pietosa Regina ! 

Demetrio. — La terrena sapienza nella sua su- 
perbia non sa piegarsi a credere che 1’ augusta 
imperatrice del Paradiso con materno affetto soc- 
corra ne’ più aspri cimenti i fedeli che l’invoca- 
no. Ma i fatti per altro hanno più forza della 
parola; e non potendosi negare le preziose me- 
morie di fatti cospicui e gloriosi, dovrebbero pur 
troppo confessare che Maria in tutte le^ avversi- 
tà si è sempre mostrata l’Aiuto dei Cristiani. Or 
potrà Ella restar indilferente contro l’islamismo, 
che minaccia d’arrecar lo sterminio alla cristia- 
nità ? 

Tommaso. — Intanto, Padre, il feroce sultano è 
già signore del grande impero. 

Giorgio. — E Costantinopoli sperimenta già i 
tristi effetti della sua crudeltà. 

DEMpRio. — Adoriamo, figli miei, gli alti giu- 
dizi di Dio. Egli è Padre, anche quando con la 
sua mano ci flagella ! E poi voi ben sapete che 


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— 27 — 

i Greci d’oggi degenerarono dalla fede verso Dio 
e la sua Chiesa(io) e dalla sincera pietà verso la 
sua Madre. 

Giorgio. — Ma non è forse misericordioso il no- 
stro Dio ? 

Demetrio.. — Sì, ma è ancor giusto: e chi di sua 
misericordia si abusa, o presto o tardi proverà 
quanto Egli sia terribile nella sua vendetta. 

Tommaso. — E questa vendetta forse... 

Demetrio. — Questa vendetta Iddio ora piglia 
del nostro impero. Fino a qual punto io non 
so... certo è cne Maometto sfoga ora a nostro 
danno tutta la rua ferocia. 

Giorgio* — E con lui ancora tutt’i crudeli otto- 
mani. 

Demetrio. — Noi intanto fidiamo in Dio e nel- 
la sua potente Madre. 

Tommaso e Giorgio. — In Maria è riposta ogni 
nostra speranza. 

Demetrio. — (Si sente un calpestio) Chi è che 
a noi s’appressa ? Sarà forse Pranza ? Ne avrei 
proprio bisogno.. Oh ! senza' dubbio è lui 

Tommaso.^ — Proprio... lui. 

SCENA II. 

Demetrio, Tommaso, Giorgio, Pranza. 

¥kkììz.k~( E ntrando circospetto e guardingo) 
Voi qui, illustre despota Demetrio e carissimi 
principi? {Li guarda) Ben faceste a mutar di- 
visa. 

Demetrio. — Uscimmo or ora dal tempio degli 


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— 28 — 

Odegi. Abbiamo assai pregata Maria della Pietà 
affinchè venga in soccorso nostro. 

Pranza. — E solo Maria potrà liberarci da una 
inevitabile morte. 

Demetrio. — Ebbene narra, o Pranza. 

Pranza. — Ci vorrebbe un altro Geremia per 
lamentare la sorte infelice di Costantinopoli resa 
ora simile a Gerusalemme. L’animo mio è oppres- 
so dalla crudeltà e ferocia, onde i Turchi fanno 
sì tristo governo dei nostri fratelli. 

Demetrio. — Che mai dici ? 

Pranza. — Ciò che dico è sempre meno del vero. 
Ascolta: dal momento che l’imperator Costanti- 
no cadde da forte con le armi alle mani, i Tur- 
chi più non trovando alcuna resistenza , e per 
terra e per mare entrarono in città , e prese in 
mezzo le nostre superstiti milizie, ne fecero un 
orribile macello, (ii) 

Demetrio. — ( Con gran dolore) Dunque Co- 
stantino il Paleologo mio strettissimo congiunto 
fu spento ? Ahi sventura ! La tua memoria , o 
imperatore, rimarrà sempre in benedizione anche 
a’ più tardi nipoti. 

Tommaso e Giorgio. — Povero nostro zio !.. 

Pranza. — Ma gl’infedeli non si arrestarono al 
macello delle milizie , e barbaramente uccisero 
uomini, e donne è fanciulli. Si calcola che i cit- 
tadini uccisi fossero più di quarantamila. 

Demetrio. — Che ! Orrore ! 

Pranza.^ — Quando poi furono stanchi da tanta 
crudeltà,ne misero sessantamila in ferri per essere 
venduti come bestie da soma. 

Giorgio. — Poverini l. 


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29 — 

Demetrio. — Tu mi laceri il cuore, o Pranza. 

Pranza. — Eppure ciò non è ancor tutto! La 
parola mi vien meno nel pensar solamente agli 
omicidii a sangue freddo, a’giuochi micidiali, agli 
stupri, adulterii ed incesti, che quegli inumani 
vanno commettendo. 

Demetrio.— Grande Dio! e fino a quanto tol- 
lererai un tanto oltraggio! 

Franza' — N on finiscono qui le infamie degli ot- 
tomani. Ve ne hanno di più esecrabili ancora. 
Inorridisco nel dire come non solo hanno pro- 
fanato le tombe de’ nostri imperatori, ma quelle 
pure de’ Santi Martiri, e finanche il taberna- 
colo del Santo de’ Santi. Ahimè ! i nostri più sa- 
crosanti e formidabili misteri vengono sacrilega- 
mente calpestati, le reliquie de’ Santi gettate a’ 
cani ed agli animali immondi, le immagini della 
Vergine Maria portate in derisione, o infrante o 
gittate nel mare e fin la figura stessa del Reden- 
tore con orribile sarcasmo, di nuovo è inchiodata 
su la crocei.. (12) 

Demetrio. — Per carità. Pranza, per carità, ta- 
ci. L’animo mio rifugge da tanta iniquità e sa- 
crilegi! {Guarda il Tempio). Veggo ancora sul 
Tempio degli Odegi la Croce del Redentore, è 
ancora nel santuario la venerata effigie di Maria 
della Pietà. Gran Dio! {Si prostra) Ascolta, o Si- 
gnore, ascolta il grido di dolore de’fidi tuoi, e fa 
che quest’arca tua, quest’ àncora della nostra sal- 
vezza, non cada in mano del barbaro turco. {Si 
al!{a) Finché, figli miei. Maria della Pietà è in 
mezzo a noi, non temiamo. 

{Qpi si ode fragoroso suono di tromba e lon- 
tane grida da forsennati). 


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— 30 — 

Tommaso. — (Con meraviglia) Che sarà mai? 

Giorgio. — Si appressa forse l’ottomano? 

Pranza. — Ebbene fuggiamo: ogni indugio po- 
trebbe essere fatale, fuggiamo. Il pensiero dell’a- 
mata mia consorte e de’ dolcissimi figliuoli mi 
agita e conturba. Che il pietoso Signore me li 
serbi immunil Despota, e ancor si tarda?.. Fug- 
giamo. 

Demetrio. — Si fuggi, o Pranza, fuggite, o miei 
figliuoli , e nascondetevi ove sapete, lo rimarrò 
qui all’ombra del Tempio di Maria. 

Giorgio. — Ad incontrar così una sicura morte. 

Tommaso. — Ebbene, o Padre, staremo qui anche 
noi: ci sarà dolce morire insieme. 

Demetrio. — Che mai dite? fuggite vi ripeto , 
fuggite... ora è forza ubbidirmi. Di me non pa- 
ventate: ecco ora indosso la divisa di turco (Men- 
tre parla con lente^s^a, si veste), è un abito ma- 
ledetto questo , ma... pazienza... mi confonderò 
tra gli Ottomani... starò a vedere che ne sarà del 
Tempio degli Odegi. Maria sarà la mia difesa , 
non dubitate, di qui la invocherò anche per voi. 
(Si ripete il suono di tromba ed i gridi.) 

Tommaso e Giorgio. — Padre.... 

Demetrio. — Pigli miei,... fuggite... Addio... 

Tommaso e Giorgio — {Abbracciando e bacian- 
do ilpadre con singhio![S[t) Addio, Padre... Addio... 
{da un lato parte Fram^a con Tommaso e Gior- 
gio, e in un lato si nasconde Demetrio.) 


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— 31 — 


SCENA III. 

Maometto, Alì, Turchi. 

A suono di tromba esce una schiera di Tur- 
chi preceduti da Alt, in ultimo entra Mao- 
metto. I Turchi si mettono in fila e al com- 
parir di oMaometto gridano: 

Turchi.— Viva Maometto!... urrà il grande e 
vittorioso imperatore!.. 

Maometto. — Son vittorioso è vero, ma la gran- 
de impresa non è stata solamente opera mia; la 
debbo ancora alla mia milizia, di cui voi formate 
il più eletto drappello. {Passeggiando) Ora sì 
che son lieto davvero , e voi ancora lo siete al 
par di me, o valorosi... Soffrimmo assai, fu gran- 
de la resistenza de’nemici, ma non servì che a 
rendere più splendida la vittoria nostra. Costan- 
tinopoli {Con gioia ) è divenuta finalmente la 
capitale del grande mio impero ! Furono queste 
le prime mie aspirazioni, poiché così solamente 
l’impero sarebbesi posato su d’incrollabili fon- 
damenta... ('Con sicure:(:{a) Su queste basi posso 
ora innalzare tutto il mondo per edificio ! 

Alì. — vostri desiderii, altissimo Sultano, si 
debbono ritenere per opera già compiuta. Tutto 
cede alla vostra politica e all’invincibile forza 
vostra. Noi non siamo che poco più del nulla, 
ma l’eroismo vostro c’inspira tanta forza che d’in- 
nanzi al vostro esempio diveniamo instancabili 
di giorno e di notte , corpi di ferro e cuori di 
leone. 


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— 32 — 

Maometto. — Va bene . . . sempre cosi ... In- 
tanto mi giunge ancora (Mostra un plico di 
carta ) lieto messaggio che la città di Calata , 
quantunque fortissima si è a me di buon grado 
renduta. Ho spedito colà un mio rappresentante 
con r ordine di spianare le numerose torri e i 
forti baluardi , di fondere tutte le campane de’ 
templi per uso deU’artiglieria, di saccheggiare i 
beni de’ vili cittadini e di usar qualunque vio- 
lenza contro di essi. (13) 

Alì. — Il tutto verrà presto e bene eseguito. 

Maometto. — Oh ! non ne dubito... Intanto so- 
no per finire i tre giorni da me concessi alle 
vittorie soldatesche di fare degli uomini e delle 
cose della vinta città ciò che a loro piaceva, 
e penso che si sono assai bene serviti di tanta 
facoltà. (14) 

Alì. — Appunto così, altissimo imperatore. Il 
saccheggio a tutte le cose non solo de’ doviziosi 
tempii, ma ancora di tutti gli abitanti, dal più 
ricco e nobile al più plebeo e vile, è già compiu- 
to. Sono ora ben contenti e ricchi i nostri sol- 
dati. E non pure le conquistate dovizie, ma più 
i piaceri sodaisfatti su le persone de’ vinti han- 
no fatto loro dimenticare tutte le pene sostenu- 
te nel lungo assalto, ed ora anelano ad assalto 
anche più terribile. 

Maometto. — Questo era il mio scopo... in tal 
modo i vincitori hanno avuto il meritato pre- 
mio, ed i vinti il dovuto castigo... (Guarda il 
tempio) Ma... che orrore !.. Che è quel che io 
veggo !.. Ancora una croce dell’infame s’eleva qui 
sotto i miei occhi... non ancor forse il tempio 





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— 33 — ■ 

è stato saccheggiato... sarebbe forse ancora aperto 
allo stolto culto de’ cristiani... Soldati, e che fa- 
ceste finora ? Alì, così dunque si sono eseguiti i 
miei comandi ? Corpo di tutta la mia formida- 
bile artiglieria son proprio ad un punto di non 
farvi davvero pentire della vostra vigliaccheria! 

Alì. — Perdona, o grande sultano, e pensa che 
quasi ad ogni angolo della città sorgono tempii, 
altari, immagini ed altri segni del cdto cristia- 
no: forse non vi ha città di questa più supersti- 
ziosa. Oltre del grande tempio di S. Sofia ri- 
dotto a moschea, ancora per gli altri tempii si 
è fatto lo stesso. Sono appena poche ore, e già la 
città ha mutato aspetto, più non si vede vesti- 
gio di cristianesimo; si è a ciò lavorato con la 
maggiore alacrità possibile. Nessuna meravi- 
glia perciò se sf^uggito sia da’ nostri occhi il 
tempio che dicono degli Ode^i. ^ 

Maometto. — Ma domando, insieme con questo 
sarà forse sfuggito a’ valorosi soldati altro tem- 
pio ? dovrò forse temere che nella conquistata 
città siavi ancora oggetto di culto cristiano? E 
più di tutto havvi ancora segno di sacrilega su- 
perstizione verso la donna che dicono Madre di 
Dio ? 

Alì.' — ^Potrei dire che più non ci resta a fare. 
Infranti si sono tutti i simulacri, alla croce è suc- 
ceduta ovunque l’ottomana mezzaluna. La tan- 
to venerata immagine di Maria detta deìVOdigi- 
tria è stata spezzata in quattro parti,(i 5 )lo stesso 
è fatto per le altre immagini. Non credo chea’ 
tempi degli Isauri c Copronimi si potette fare 
di più. (i6) 

Il Simulatro, ^ 3 


— 34 — 

Maometto. — Bene... benissimo... Ma non più 
s’indugi, presto si spezzi quella croce, si muti il 
tempio in moschea e si porti qui l’effigie che 
con tanta superstizione vi si venera. 

(Un turco sale sul tempio^ toglie la croce, la 
spe^^a e vi mette la me:^^a luna. Nello stesso 
tempo entrano due o piu turchi a depredare 
il tempio ) 

Tu intanto. Ali, accostati a me, ho a confi- 
darti un importante secreto. 

(Maometto ed All nella parte più remota del pal- 
co fingono di parlare con grande attenpone , 
poi partono. In ^questo esce Demetrio vestito da 
turco.) 

SCENA IV. 

Demetrio solo. 

Demetrio. — Tutto ascoltai e raccapriccio per 
l’orrore !.. Più scellerata guerra contro Dio , la 
Vergine ed i Santi muover non si potea! La ma- 
no del feroce musulmano depreda i tesori del 
santuario, e sono spoglie e diserte le mura ve- 
nerate! Le immàgini più sacre sono sacrilegamen- 
te spezzate! Non resta che la cara ed adorata ef- 
figie di Maria della Pietà, cui in tanto pericolo 
mi votai co’ miei figli, ed ohimè ! anche questa 
si tende ora distruggere ! Gran Dio! E fino a quan- 
do permetterai tu un tanto oltraggio all’eccelsa 
tua Madre! Tu hai detto che il desiderio dell’em- 
pio perirà ; ebbene compi ora le tue promesse i 
ascolta il grido de’ fidi tuoi servi, e dissipa quei 
sti barbari tuoi nemici. Ma (Guardando nellak 
quinta) ahimè! ecco che gli empii vengono' all^ 

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_ 35 — 

mia volta, fa d’uopo mi taccia, starò qui a ve- 
dere ciò che della adorata effigie di Maria della 
Pietà sarà per accadere, a costo anche della miavita. 
(Si mette tra il palco e la quinta). 

SCENA V. 

Maometto, Alì con Turchi. 

Maometto. — E non ancor ritornano... ora son 
proprio impaziente di più aspettare... pazienza., 
ma questo indugio varrà a farmi con più rabbia 
sfogare l’ira mia contro l’immagine che tanto 
stoltamente vi si venera. 

Alì. — Non dovranno però tardar molto... ma 
odo rumore... ecco... ecco che ne vengono. 

SCENA VI. 

Maometto, Ali, Turohi, !Demetrio. 

Si apre da dentro con furia il tempio, il si- 
mulacro della Vergine vien portato da’ tur- 
chi in me\:[o al palco, tra i turchi vi si con - 
fonde anche Demetrio. 

Tutti. — (Eccetto Demetrio) Oh! che orrore! 

Maometto. — Questa dunque è Timmagine che 
riscuote tanto affetto dagli stolti greci ! 

Alì. — L’invocano qual Madre della Pietà per 
l’ucciso suo figliuolo che porta sul seno , e ne’ 
più grandi pericoli ad essa ricorrono per aiuto. 

Maometto. — Ebbene li aiuti ora se può ! 

Alì. — Insensati che sono ! 

Demetrio. — (tra sè) Ahimè!.. Quale oltraggio 
alla fede cristiana ! 

Alì.— Quali son dunque i tuoi ordini, o gran- 
de sultano ? 


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— 36 — 

Maometto. — Via su, soldati, si spogli l’esecran- 
da effigie, e ciascun di voi prenda quel che può. 
(I turchi con furia si danno alV opera, Alì pi- 
glia dal capo la corona e la nasconde nel seno) 

Demetrio. — (tra sè) Il danaro di Giuda fu la 
sua perdizione; non sarà dunque questo oro la 
loro condanna ? 

Alì. — Il comando c stato eseguito. 

Maometto. — Ma non sono ancor pago !.. Vo- 
glio che dell’infame immagine si perda ogni me- 
moria. Se si spezza in frantumi, questi rimango- 
no; se si gitta alle fiamme, ne resta la cenere: e 
neppure cenere e frantumi voglio chè rimangano. 

Aù.— Sicchè...^ 

Maometto.* — Sicché comando che venga presto 
gittata nel fondo del mare. Gc sì, solo così ogni 
infame vestigio sarà sepolto , e per sempre se- 
polto... Via non più s’indugi., .all’opera, soldati, 
all’opera. 

(Mentre i turchi Vajf errano e s^ avviano verso 
il mare, Demetrio esclama) 

Demetrio. — (tra sè) Mio Dio, e fino a quando 
permetterai tu un tanto oltraggio 1 Mostra ora 
il tuo potere e l’amor tuo verso la Madre nostra!.. 

Maometto. — Fermate, o soldati. Voglio che mia 
sia la gloria. Con le mie mani medesime voglio 
lanciarla a tutta forza nelle acque del Bosforo. 
(/ turchi si fermano , Maometto afferra l’im- 
magine e co’ turchi si avvia verso il mare con 
lente:^:^a pel peso di essa : allor Demetrio dal 
suo posto dice) 

Demetrio.*— (" tra sè) Deh ! comanda , o gran 
Dio, e i tuoi Angioli tolgano dal fondo del mare 



— 37 — 

il venerato simulacro, comanda e, delusa la bal- 
danza del musulmano, il prezioso deposito tor- 
ni in seno di altri più affettuosi credenti. 

(Anche Demetrio avvia al mare , e mentre 
Maometto aiutato da’ suoi gitta con furia l’im- 
magine nel mare, si vede un grande splendo- 
re di luce: tutti si maravigliano e paventano.) ~ 

Demetrio. — O potenza di Dio !.. 

(Maometto con i suoi viene in me:^:(0 al palco, 
Demetrio di dietro si fa verso il mare e guar- 
da con grande meraviglia e sorpresa) 

Maometto. — L’impresa è compiuta 1 Ora son 
lieto !.. 

Alì. — Osservasti mai, serenissimo sultano, quel- 
l’immenso chiaror di luce che nel medesimo istan-^ 
te, in cui fu lanciata l’effigie apparve sul mare? 
Ben io il vidi, e con me il videro tutti i soldati. 
Ciò ci ha riempiti di stupore non solo, ma an- 
cor di spavento. 

Un Turco. — Quella luce ci ha veramente at- 
territi; e però tremiamo ancora. 

Maometto. — Stolti e vili che siete! Qual follia 
vi prende? Non vi accorgete che è la vostra ri- 
scaldata fantasia che lavora? Via dunque di qui... 
ci rimane ancor altro da fare. 

(Al comando di Maometto partono tutti, ma 
sen:(a suono di tromba). 

SCENA VII. 

Demetrio solo. 

Demetrio. — {Guardando il mare) Oh maravi- 
gliai.. Oh prodigio!.. Che veggo io mail in mezzo 


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- 38 - 

a fosche e tenebrose nubi q^ual lucé fiammeggian- 
te sfolgora l Oh ! qual gioia ! Su gli omeri di 
celesti messaggieri la sacra effigie di Maria è | 
tolta, e l’aere lievemente fendendo e mari e monti | 
valica e passa ! Maria si drizza verso l’occidente, 
e ricca e maestosa veleggia su pe’ flutti dell’ E- 
geo e Ionio mare!... Ahimè! più non la ravviso, 
più non veggo raggio di quella luce... (esce in \ 
me^^o al palco ) . Qual sa rà il popolo prediletto che ; 
accoglierà sì grande tesoro ! O terra privilegiata, | 
Quanto io invidio la tua sorte! (s* in ginocchia) 

0 Maria, fa che prima che io chiuda gli occhi 
alla luce del giorno, potessi mirarti per l’ultima 
volta in (juel prodigioso tuo simulacro!.. Questa 
speranza e il più grande mio conforto. 

SCENA Vili. ! 

Demetrio, Tommaso, (Giorgio. 

Tommaso. — Oh!.. È qui il padre!.. 

Giorgio. — Dolcissimo nostro^ padre! 

Demetrio. — ( Con grande commozione abbrac- 
ciandoli) Oh! figli miei, siete salvi. La Vergine 
benedetta della Pietà vi ha incolumi qui condot- 
ti. Quanto è buono Iddio con me ! 

ToMMAso.^Hai molto sofferto, padre? 

Giorgio. — 11 tuo aspetto con molta chiarezza 
il dice. 

Demetrio. — Sì, ho sofferto assai. Il pensiero 
vostro mi cruciava fin nell’intimo del cuore: ma 
ora che di nuovo vi abbraccio, che sani e salvi 
vi stringo al mio seno , ora dimentico tutti gli 
affanni. I 



1 . 



““ 39 “ 

Tommaso. — Fu la Vergine della Pietà che ci ha 
protetti, o padre. 

Giorgio. — Fummo proprio ad un punto per ca- 
dere nelle mani del feroce ottomano , e Maria 
della Pietà. . 

Demetrio. — Sì, nessun dubbio vi ha. ..fu Maria 
della Pietà che ci ha protetti. 

Tommaso. — Il nostro Franza intanto..., 

Demetrio. — Ohi che ne è di Franza? 

Giorgio. — Poverino !.. 

Tommaso. — Il povero Franza è stato fatto schia- 
vo con la sua consorte unitamente a’ suoi fi- 
gliuoli. (17) 

Giorgio— C hi sa quanti mali soffrono a quest’ora. 

Demetrio. — Che Iddio pietoso Tassista con la 
sua grazia ! E del cardinale Isidoro , legato del 
Papa, tanto zelante della cattolica unità , che è 
mai avvenuto? 

Giorgio. — Oh la grande barbaria ! 

Tommaso. — Nientemeno i Turchi gli recisero la 
testa, e, messala in cima a una picca col suo cap- 
pello rosso, la portarono per tutta la città e il 
campo , facendole mille oltraggi accompagnati 
dalle più orribili bestemmie. (18) 

Demetrio. — Che inudita ferocia 1 

Giorgio. — E non fu questa l’ultima. 

Tommaso.- — Basta dire che nell’immenso nume- 
ro di prigionieri , furono ancora quarantasette 
nobili veneziani, che furono tutti a sangue freddo 
trucidati , a riserva di alcuni pochi che ricom- 
prarono la vita co’ loro tesori. 

Demetrio. — Ohimè che crudeltà ! Son dunque 
peggiori delle belve questi turchi!.. 


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— 40 — 

Giorgio. — E chi mai ne dubita ? 

Demetrio. — Figli miei, se non cademmo sotto 
la scimitarra del crudele musulmano, se i nostri 
beni non furono depredati, se non disperammo 
ne’ più terribili cimenti, se ancor viviamo la vi- 
ta, fu tutta opera di Maria della Pietà, alla quale 
ci volgemmo neU’avvicinarsi della procella. 

Tommaso.' — Maria senza dubbio fu la Madre pie- 
tosa, che ci difese. 

Giorgio. — Perchè dunque non ci prostriamo 
dinnanzi aU’immagine di Lei per ringraziarla con 
tutti gli affetti del cuor nostro? 

Tommaso. — Ebbene corriamo al Tempio degli 
Oàtgì.( Mentre indica, vede con orrore la me:^- 
T^aluna, invece della croce) Ma che veggo mai! 
in luogo della benedetta Croce del Salvatore , 
s’innalza l’infausta e bugiarda mezzaluna !.. 

Giorgio. — È stato dunque anche il Santuario 
degli Odegi mutato sacrilegamente in stolta mo- 
schea? Dio buono!.. 

Demetrio. — Sì, miei cari, il venerato Santuario 
degli Odegi è stato insieme a tutti gli altri sa- 
crilegamente profanato. La cara effigie di Maria 
della Pietà fu dagli empii turchi, anzi per mano 
dello stesso Maometto (inorridisco a dirlo!) con 
tutta rabbia lanciata nelle acque del Bosforo. 

Tommaso.' — Ed ora che ha di noi ? 

Giorgio. — Ora sì che pavento davvero !.. 

Demetrio. — Io invece vi ricordo il voto che, 
tutti uniti, a Maria della Pietà noi facemmo. 

Giorgio.' — Ci gìtteremo dunque nel fondo del 
mare? 

Demetrio. — No, figli miei, no. Iddio nella sua 


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— 41 — ~ 

potenza operò i più grandi prodigi in difesa della 
adorata effigie della sua Madre, e per mano degli 
Angeli suoi la menò in altri lìdi. 

Tommaso. — Oh meraviglia!.. 

Giorgio. — E la vedesti , o padre? e dove ne 
andò la cara immagine ? 

Demetrio. ■ — Sì che la vidi, ed in qual modo ! 
Nell’istante stesso che veniva dall’empio sultano 
gittata barbaramente nel mare, un grande splen- 
dore di luce io vidi ed insieme gli Angeli del Si- 
gnore, che, togliendola su le spaue, verso 1’ occi- 
dente si diressero. Da quel momento il mio cuo- 
re, i miei affetti, i miei pensieri, ì miei desiderii 
le mie speranze son tutte rivolte verso quelle re- 
gioni. O miei figliuoli , rammentate voi il voto 
che a Maria della Pietà insieme con me faceste ? 

Tommaso. — Sì, che lo ricordiamo. 

Giorgio. — E siamo pronti ad eseguirlo. 

Demetrio. — Ebbene, figli carissimi, ci è forza 
oggi stesso abbandonar l’infelice Costantinopoli, 
ed avviarci per terre lontane in cerca della ve- 
nerata effigie. Io ho certa fiducia di veder di bel 
nuovo la prodigiosa immagine di Maria della 
Pietà prima che si estingua in me la vita. 

Tommaso. — Iddìo appagherà i nostri buoni de- 
siderii 1 

Giorgio.' — Sì, la vedremo, o padre. 

Demetrio. — Ebbene, figli miei,... partiamo. 


Fine del secondo atto. 

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ATTO TERZO 


La scena è in Giugliano in Campania 
nella Pia:(:(a detta delVAnnum(iata. 


SCENA I. 

■ Maso, Giulio. 

Maso. — Non ne posso proprio più, caro Giulio ! 
Non ne posso proprio più 1 Sono tanti anni, da 
che mi trovo governatore di questo benedetto 
feudo di Giugliano, e con dolore e sdegno veg- 
go che con tutte le mie cure ed il mio affetto a 
nulla riesco. (19) 

Giulio. — Tutti però , o Maso, lodano assai il 
tuo impegno pel bene di questa sciagurata terra. 

Maso. — E che per questo? Il fo io forse per 
accattar lodi ^ Sappi, o Giulio, e con te vorrei 
lo sapessero tutti, che fin dal momento che mi 
fu conferita questa carica , non ebbi altro pen- 
siero ed altro desiderio che il vero vantaggio di 
tutti e singoli gl’individui, e la prosperità di que- 
sta derelitta terra. Non son dunque le lodi o l’in- 
teresse che mi muovono nell’esercizio del, mio 
dovere. 

Giulio. — Di questo nessuno dubita: io dicevo 
che, non ostante la poca o ninna corrispondenza 
de’ Giuglianesi alle tue premure, anche tutti son 
persuasi della sapiente ed amorevole opera tua 
per il loro bene. 


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— 43 — 

Maso. — Sapiente noi dico, ma amorevole certo. 
Non ebbi Tanimo d’impormi a’ Gii^lianesi quale 
un severo giudice, ma come un affezionatissimo 
loro padre. 

Giulio. — E ben l’hanno provato i Giuglianesi il 
severo e crudele giudice in persona di altri go- 
vernatori. Il nominar solamente alcuni di tali , 
dirò cosi, tirannelli, farebbe ancora orrore in que- 
sto paese. 

Maso.^ — Ed io loro auguro che più non l’aves- 
sero a provare. Questa è la vendetta che ne de- 
sidero. Che te ne pare, eh? 

Giulio.' — Ciò palesa sempre più l’animo tuo no- 
bile e generoso. Se’ degno erede dell’illustre ca- 
sa Carbone, da cui discendi. Non pur le ricchez- 
ze e la nobiltà del sangue hai ereaitato, ma tut- 
te le più illustri virtù dei tuoi maggiori. Il no- 
me tuo, o Maso, renderà sempre più gloriosa la 
prosapia de’ Carbone. 

Maso. — Non dir così; non fo che il mio dovere. 

Giulio. — 11 tuo dovere ! e con tanti sudori ! 
con tanti sacrifizii ! con lo sborsare tanto dana- 
ro ! e poi con tanta ingratitudine da parte de’ 
sudditi ! E chiami dovere tanta tua clemenza ! 

Maso. — Se con questa bontà a nulla riesco , 
son ben io disposto a... 

Giulio. — A ricorrere alla più crudele severità; 
ciò va da sè. 

Maso. — Invece son disposto a cedere ad altri 
il mio ufficio, e ritirarmi nella pace della mia fa- 
miglia. 

Giulio. — Ma no. per carità noi fare ; sarebbe 
questa la rovina aella patria mia. Tra tanta in- 


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44 

corrispondenza degli ingrati Giuglianesi, ti sia al- 
meno di conforto l’elogio che di te ha fatto il re 
di Napoli Ladislao nel confermarti in questo feu- 
do. Sono pur troppo onorevoli per te e per i 
tuoi queste parole del sovrano, che io ho voluto 
trascrivermi {Prende un foglio e legge): Nos ita- 
que eiusdem Musoni Carbone (gli fa profon- 
do inchino) probatam in arduis fidem, et lauda- 
bilem promptitudinem nostro culmini fìdeliter 
obsequenti, debita moderatione pensantes, con 
quel che segue (conserva il foglio). 

Maso. — Il compenso migliore delle mie fatiche 
vorrei non fosse altro che il vero bene di questi 
miei sudditi e la prosperità di questa contrada. 

Giulio. — E l’avrai questo compenso , il cor 
mel dice. ^ 

Maso. — È vero, anche io (tei dico cuore a cuo- 
re), anch’io penso che migliorerà la sorte di que- 
sta terra, che sorgeranno per questi abitanti gior- 
ni più lieti, che si ameranno^, da veri fratelli, che 
diventeranno più miti, più ricchi, più civili e più 
religiosi. 

Giulio.— Sia così, ma sia presto !. Da che ven- 
nero su questo suolo i profughi Cumani dopo 
l’ultima distruzione di quella città, (20) qui non si 
ha più pace. Non si odono che risse, non vi ha 
giorno cne non si abbia a lamentare qualche omici- 
dio, massime nelle ore della sera, quando il vi- 
no, quando quel benedetto asprino incomincia a 
lavorare ne’ loro accesi cervelli. 

Maso.- — E non pensano i Giuglianesi che ap- 
punto da Cuma trassero essi la loro primitiva 
origine,(2 1 ) altrimenti ne’ nuovi Cumani ricono- 
scerebbero i loro propri! fratelli. 

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— 45 — 

Giulio. — A che vuoi che pensino ! E l’interes- 
se la loro molla , è il vino il loro gusto , e la 
vendetta la loro gloria; e quindi, e quindi tutto 
ciò che meglio di me sai. 

Maso. — E pure da Cuma verrà la calma a tan- 
ta tempesta. E un pensiero questo che mi si è 
fitto in mente, e non... 

Giulio. — E avrebbe dovuto a quest’ora già an- 
dar via dal cervello. Se vuoi da Cuma massi e 
ruderi antichi, aspettane pure quanto ne desideri, 
(22)ma avrai un bel dire che non otterrai altro!. 
(Si ode qui un continuo chiasso e voci confuse j 
ma molto di fontano.) Li senti, li senti, bene- 
detto vino ! E l’ora questa che i miei compaesa- 
ni escono brilli, cotti e spolpati, e gracidano co- 
me oche e si bisticciano come cani. E poi e poi 
aspettati da Cuma la calma ! Son belle illusioni 
le tue! 

(Le voci continuano più vicine) 

Maso. — Via su, Giulio, accorri, e presto. Vedi 
che è avvenuto', non ricordo mai un simile tu- 
multo. 

Giulio. ■ — Vado di presente. Vedrai che non 
mi ingannavo io ! O Noè , avresti pensato che 
tanti danni avrebbe arrecato alla patria mia quel 
liquore,chetupel primo traesti dalle uve? (Parte). 

SCENA II. 

Maso solo. 

Maso. — Quanto è buono questo Giulio! Fin da 
quel giorno che qui venni, mi ebbi di lui la più 


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— 46 — I 

favorevole impressione , ed egli ogni dì non fa 
che sempre più meritarsi il mio affetto e la mia 
riconoscenza. Così l’imitassero ancora i suoi pae- 
sani! Ma la cosa non è così 1 Va proprio al ro- 
vescio. — Pazienza! fino a qual punto però, io non 
so... Ma son proprio desideroso di sapere che è 
mai avvenuto. Un momento... mi pare che con- 
tinua il tumulto. (Si mette ad ascoltare) Sì, di- ; 
stinguo ancora qualche voce, ma nOn sento la- 
menti, non sono le imprecazioni ed i frizzi che 
tante volte si scagliano l’un 1’ altro, invece son 
voci di gioia, grida di letizia ed evviva prolun- 
gati. Che sarà mai? Celebrano forse qualche so- 
lennità in onor del Signore o della Vergine be- 
nedetta? Ma l’avrei dovuto sapere... Giulio intan- 
to non viene. . . ed aveva promesso di ritornar 
presto.. .chi sa veramente perchè indugia. Egli mi 
ama tanto e per sua colpa neppure un momento 
di più avrei aspettato... {Guarda nella quinta) 
Ma ecco , ecco che in tutta fretta accorre alla 
mia volta. Vieni, o Giulio. 

SCENA IIL 

Maso, CHulio. 

Giulio. — Eccellentissimo Governatore. 

Maso. — Caro Giulio, dimmi che v’ ha di nuo- 
vo? Ti veggo troppo commosso; ma è una com- 
mozione lieta la tua, narra, narra dunque... 

Giulio.— Un grande tesoro è pervenuto in que- 
sta nostra terra. 


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— 47 — 

Maso. — Che mai dici? II tesoro perviene, vuoi 
dire forse che si è trovato questo tesoro ? 

Giulio. — No, un celeste tesoro prodigiosamen- 
te è a noi venuto. 

Maso. — M a io non comprendo. 

Giulio. — Sul lido appunto di Cuma, da alcuni 
contadini di Giugliano fu veduto, e qui il reca- 
rono in mezzo a’ più strepitosi prodigi. 

Maso. — Ma spiegati e presto. Che intendi per 

S uesto tesoro? chi mai è venuto tra noi? perchè 
popolo tanto tripudia ? 

Giulio.- — Il cuor pieno di gioia mi trattiene la 
parola. 

Maso. — Via su, parla, son proprio impaziente. 
Giulio. — Ecco qui: alcuni contadini hanno tro- 
vato in sul lido di Cuma una divotissima im- 
magine della Vergine Santa della Pietà , ed in 
mezzo a’ più strepitosi prodigi l’hanno qui reca- 
ta. Ecco perchè il popolo tanto tripudia e gon- 
gola di tBnta letizia. 

Maso. — E la vedesti tu dunque ? 

Giulio. — Ma sì che la vidi, e ti assicuro che 
rimasi estatico nel solo contemplarla. Un vero 
entusiasmo si è eccitato in tutti gli abitanti. Da- 
gli occhi di quest’ effigie traspare un sicuro se- 
gno di speciale protezione verso questa terra. 
Moltissimi sono già ricorsi a Lei , e si narrano 
già con meraviglia le grazie ottenute. La celeste 
Diva ha dato certo segno che vuol proprio di- 
morare in mezzo di noi. 

Maso. — Hai ben donde di gioir tanto, o Giu- 
lio. Ben a ragione il popolo fa tanta festa, e si 
mostra fortunato per sì ricco possesso. Ma più 


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- 48 - 

non s’ indugi.... voglio ancor io prostrarmi rive- 
rente a’ piedi di questa eccelsa Regina ; voglio 
ancor io offrirle il mio cuore, la mia vita. 

Giulio.- — Non ci moviamo di qui: ascolta co- 
me le voci di gioia sempre più a noi s’ avvici- 
nano; per la gran calca del popolo si va con len- 
tezza, ma verranno subito a questa parte. Io non 
mi sarei punto allontanato dal contemplar la ce- 
leste effigie di Maria, ma come seppi che qui si 
conduceva, mi affrettai a darti la preziosa nuova. 

Maso. — Oh la grande consolazione che io sen- 
to ! Oh qual popolo fortunato è questo di Giu- 
gliano ! 

Giulio. — Ma ecco... sì... ecco che vengono... 

Maso.- — Via su, prostriamoci riverenti al suolo. 
(S^ inginocchiano verso V immagine che viene. 
Entrano i contadini con l’effigie su le braccia, 
in me^!{o a persone del popolo). 

SCENA IV. 

Maso, Qinlio, Contadini, Popolo. 

Al comparire dell’ Immagine la scena si z7- 
lumini il più che è possibile. Vimmagine si si- 
tui su di una base nel me^j(o del palco. Tutti 
la guardino con trasporto e con gioia. 

Tutti. — Viva Maria !.. 

Maso. — Fortunato popolo di Giugliano! 

Popolo. — Sì, noi felici ! 

Contadini. — Non possiamo trattener le lagri- 
me per la gioia. 

^ Giulio. — Ebbene narrate ora come ritrovaste 
sì grande tesoro. 


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— 49 — 

Maso. — Sì, buoni amici, narrate subito la lie- 
ta storia. 

Un Contadino. — Ecco: Noi, secondo il no- 
stro solito, avevamo accoppiati all’aratro i buoi 
per solcare il campo vicino al lido cumano , 
quando ad un tratto i buoi sostano e tengono 
fisi in un sol punto i grandi loro occhi. 

L’ ALTRO Contadino. — Allor con gridi e con 
strazianti pungoli procurammo di farli andare 
oltre; ma non riuscimmo neppure a farli avan- 
zare di un sol passo , anzi que’ giovenchi nulla 
curando i nostri strazi!, si accosciano riverenti. 

Il i.° Contadino. — tal vista attoniti e con- 
fusi corremmo a quella volta, ed oh gioia ! tra 
sterpi e dumi vedemmo quella cara immagine di^ 
Maria della Pietà. 

Il 2.° Contadino. — Più allora non ci curammo 
ne’ de’ buoi, nè di aratro; e con lagrime di te- 
nerezza togliemmo da que’ cespugli la santa ef- 
figie- 

Maso. — Ben avventurati voi che i primi ave- 
ste si bella sorte! Ma ditemi: come fu che pen- 
saste di recarla proprio qui? 

Il i Contadino. — Possiamo assicurare di aver 

avuto entrambi il medesimo pensiero, di qui av- 
viarci; quasi fossimo stati a ciò ispirati da lume 
SLiperno. 

IL 2.° Contadino. — E con prodigi ben mostrò 
Maria che sceglieva Giugliano per sua predilet- 
ta sede. 

Maso. — Popolo veramente beato ! 

Giulio. — Ed in qual modo il mostrò ? 

Il I Contadino. — Nel recar su le nostre ferac- 
II Simulacro. a 


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— so- 
cia il venerando simulacro, accorsero da’ luoghi 
circonvicini non pochi divoti. Tosto in tutti si 
eccitò una grande brama di si prezioso tesoro , 
ed ognuno desiderava che l’avessimo portato nella 
propria patria. Alcuni Napoletani, che per caso 
ivi si trovavano, ci fecero le più vive istanze che 
a Napoli r avessimo recato; Giugliano però era 
sempre fermo nella nostra mente. Ed ogni volta 
che noi molestati dalle premure de’ cittadini di 
diverse terre , ci avviavamo per appagare i loro 
voti, la sacra effigie subito ci aggravava d’ in- 
solito peso da non poter andar più oltre. (23) 
Maso. — Qual dubbio più dunque che Giuglia- 
no sia il popolo a preferenza diletta a Marial 
Il 2 ° Contadino. — E solo a forza di tali pro- 
digi, i divoti abitanti di tante terre cedettero, ed 
ora invidiano la sorte de’ Giuglianesi. 

Il i.° Contadino. - -Tra tutti parmi ancora ve- 
dere que’ pietosi Napoletani che non ci lasciaro- 
no in pace se non quando si avvidero con i pro- 
pri! occhi che la Vergine voleva assolutamente 
Giugliano per sua dimora. 

- Il 2° Contadino. — ^La voce di tale prodigio è 
a questa ora già diffusa per molte città e vil- 
laggi, e credo che in Napoli non si parla che di 
questa bella sorte di Giugliano. j 

Giulio. — Ora sì che più bella mi pare la no- I 
stra patria, più vaghi i suoi fiori, più dolci i suoi 
frutti, più amene le sue pianure , più sereno il 
suo cielo, più puro il suo orizzonte. 

Maso. — Ma più di tutto, saranno più buoni e 
più felici gli abitanti di onesta privilegiata terra; 
perchè saranno in ispecial modo da Maria amati , 
e favoriti. I 

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— 51 — 

Giulio. — E chi mai ne dubita? Anzi non po- 
chi hanno già sperimentato i benefici effetti della 
venuta di Maria tra noi. 

Uno del popolo. — Lo attesto io pel primo con 
lagrime di consolazione e di gratitudine. Da più 
anni avea io perduto il dono della vista e più 
non discernea cosa alcuna. Alla nuova deU’arrivo 
di Maria tra noi, mi feci condurre dinnanzi al 
suo simulacro, in mezzo al popolo innumerevo- 
le teneramente la pregai, ed oh meraviglia ! in- 
contanente mi fu ridonata miracolosamente la 
vista. (24) 

Un altro. — Bastò questo prodigio per susci- 
tare in tutti una viva fiducia di tutto ottene- 
re. Giovani e vecchi, ricchi e poveri, sani ed in- 
fermi, laici e sacerdoti, tutti sciogliemmo fervide 
preci alla diletta Regina, e subito fummo arric- 
chiti di grazie singolari. Tante timide donzelle 
per Maria ebbero già pace delle loro ansie secrete, 
tante trepide madri da Maria ottennero la salute 
a’ loro moribondi pargoli: per Maria si dissipe- 
ranno tra noi le discordie cittadine , si can- 
geranno le spade in vomeri, i pugnali in falci, e 
tutti in Maria troveranno ne’dubbii, nelle incer- 
tezze, nelle perplessità, la calma, il riposo, la pace. 

Maso. — Oh sì che è giocondo per noi l’arrivo 
di quest’ Ospite augusta ! 

Giulio. — Ècco che ora finalmente veggo com- 
piuti i voti miei; poiché qui all’ombra del pro- 
digioso simulacro di Maria , si dissiperanno gli 
odii inveterati, causa pur troppo funesta di tante 
prse e di tanti omicidii; e tutti ora ci abbracciamo 
sia veri fratelli , figli della medesima potente e 
pietosa Madre Maria SS. 


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— 52 — 

Maso. — Sicché per Maria venuta tra noi in 
quella santa immagine, Giugliano ha trovata fi- 
nalmente quella pace che tanto anelava , pace 
che nessuno gli potè mai dare. Se è così salu- 
tiamo quella cara effigie col dolce titolo di... 

Tutti. — Madonna della Pace ! 

Giulio. — Oh il bel titolo di Madre della Pace ! 
Voi, o pietósa Vergine di pace, voleste la pace, 
e ben la pace fu fatta tra noi in virtù vostra', 
ed in questo simulacro non pure i più tardi ni- 
poti, ma anche i popoli lontani vi invocheranno 
qual Regina di Pace , e dalle più remote terre 
qui accorreranno devoti per venerarvi. (25) 

Maso.' — Sì, così sarà... Intanto, (Guardando nel- 
la quinta) Giulio, veggo persone che alia nostra 
volta s’indirizzano. Al loro vestire mi sembrano 
stranieri. Ebbene va loro incontro, e se hanno 
a trattare con me, vieni presto ad avvertirmene. 

- Giulio. — Abbilo come già fatto. ( Parte facen- 
do profondo inchino alV Immagine). 

SCENA V. 

Kaso, e detti, 

Maso. — Qual gioia io provo oggi nell’ animo 
mio, mi è impossibile potere esprimere. Mi parea 
Tanto difficile migliorare la sorte di questo po- «. 
polo a me affidato, e con dolore credea ite al 
vento le mie fatiche, ed ecco che in un istante 
la scena ha mutato aspetto, ed una novella ed 
assai più felice epoca incomincia ora perla terra 
di Giugliano. Se essa è stata tanto a Maria di- 


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— 53 — 

letta che T ha scelta per sua -dimora , qual sarà 
la protezione che Maria spiegherà a prò di lei? 
No, io non son profeta, ne figlio di profeta, ma, 
dopo questo prodigioso avvenimento , preveggo 
le più belle cose a favore di questa privilegiata 
terra. Crescerà in questo popolo la gratitudine 
alla sua tenera Madre Maria; ed, a misura che più 
fervorosa ne sarà la divozione verso di Lei e più 
splendido il suo culto, più civile, più ricco, più 
bello e più pio diventerà il paese. I più tardi po- 
steri benediranno la memoria di questo giorno 
dell’arrivo di Maria tra noi in quella santa effi- 
gie... Intanto Giulio non ancora è tornato, men- 
tre promise di venir presto. Qualche rilevante 
motivo l’avrà finora trattenuto ! L’aspetto di que’ 
tre che si drizzavano a questa parte mi sembrò 
del tutto nuovo. Chi sarebbero mai ?.. stranieri 
senza dubbio... ma a quale scopo qui vengono? 
Non saprei ora ben pensarlo... (Osserva di lon- 
tano) Oh! sì... ecco Giulio... è proprio lui.. .tutto 
lieto viene appunto con que’ tre stranieri. Che 
aspetto venerando ha quel vecchio!., quanto sono 
cari que’ due giovanetti ! 

SCENA ULTIMA. 

Maso, (jiulio, Demetrio, Tommaso, Giulio, Conta- 
dini, Popolo. 

Giulio. — ( Mentre esce coi forestieri ) Os- 
servate ora voi stessi , miei buoni pellegrini, se 
questa è l’Immagine, che con tanto desiderio cer- 
cate. 


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— 54 — 

Demetrio. ('5Ì prostra al suolo con i suoi fi » 
gli e piangendo di tener e^:(a esclama) Ora sì 
che muoio contento !.. {Guarda V immagine) O 
Maria !.. Maria !.. Maria !.. {Piange) 

Tommaso. — O sorte felice 1 
Giorgio. — I voti nostri sono ora compiuti l 
Demetrio. — Ora è che dimentico tutto ciò, che 
ho sofferto l O Maria !.. Maria! {Piange di tene- 
re ^a con i figli) 

Giulio. — Qual commovente scena ! 

Maso. — Vi ha certo del mistero F.. Giulio, don- 
de vengono costoro ? 

Giulio. — Nientemeno che dalla città di Costan- 
tinopoli 1 

T UTTi. — {Eccetto i forestieri ) Costantinopoli 1 
Maso. — Sono essi dunque salvi dalla grande 
strage che di que’ cittadini ha fatto l’empio Mao- 
metto II con le sue feroci soldatesche 1 

Giulio.^ — Ed, a quanto pare, sarebbero essi salvi 
appunto per quella cara nostra Immagine di Ma- 
ria della Pace. 

Maso. — Io nulla comprendo. O venerandi ospi- 
ti, levatevi su e narrate, narrate i prodigi della 
protezione di Maria che sperimentaste a prò vostro 
in questa cara immagine. 

Demetrio. — {Al^'cmdosi con i suoi figli ) Non 
so, se valga a parlare: tanto è grande l’emozio- 
ne che sento nel cuore 1... Mio Dio , quanto sei 
buono con mè ultimo tuo servo ! 

Tommaso e Giorgio. — Questa Vergine Santis- 
sima della Pietà , da noi con tanto affetto e fi- 
ducia invocata, è stata la nostra difesa, il nostro 
scampo ed il nostro conforto. 


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— 55 — 

Giulio. — Appagate una volta i nostri deside- 
rii. A gloria di Maria, ed a consolazione di tutti 
esponete ogni cosa. 

^ Maso. — Dite ove era quella santa Effìgie, che 
fórma oggi la gloria nostra più bella. Narrate 
come qui venne sì prezioso tesoro , e come voi 
da contrade sì remote, pensaste a venire in una 
terra si meschina ed oscura , quale è la nostra. 

Demetrio. — È una storia di -prodigi quella che 
imprendo a narrare. Ebbene udite: L’empio Mao- 
metto dopo il più terribile assedio entrava furi- 
bondo nella nostra città di Costantinopoli con 
un’ onda feroce di barbari. Insieme a costoro si 
diede subito alla più orrenda carneficina. Non sa- 
rà mai possibile . poter dire il gran numero de’ 
cittadini innocenti, che caddero vittime della 
scimitarra ottomana, e la storia registrerà con 
orrore quelle crudeli stragi. A me ed a questi ca- 
ri figli miei, Tommaso e Giorgio, eravi tutta la 
certezza che l’empio Sultano non avrebbe rispar- 
miata la vita: essendo io stretto congiunto del- 
l’infelice imperatore Costantino il Paleoio ed 
a’ Paleologi appunto appartiene la casa mia. La 
spada pertanto del musulmano ci sfolgorava di- 
nanzi terribile, ma se fummo salvi, il dobbiamo 
a quella veneranda immagine di Maria della 
Pietà... {Piange). 

Tommaso. — A Maria noi ci volgemmo nel ter- 
ribile pericolo. 

Giorgio. — A Maria noi facemmo voto di... 
Demetrio. — E Maria della Pietà fu la nostra 
salvezza {Piange). 

Giulio. — Qual tenerezza! 


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— 56 — 

Maso.' — Ebbene seguitate. 

Demetrio.— Nel perìcolo di immancabile mor- 
te, mi rivolsi co’ figli miei a questa cara effigie, 
che si venerava nel tempio degli Odegi ; e con 
solenne voto a Lei promettemmo che vivi 1 ’ a- 
vremmo seguita ovunque. La mano del feroce 
musulmano depreda i tesori del santuario e sono 
spoglie le mura venerate. Un odio implacabile 
sentono verso la Madre di Dio Maria , ed una 
guerra furiosa muovono alle sacre effigie. Mao- 
metto stesso con sacrilega mano afiferra quell’a- 
dorata immagine di Maria, e furibondo la lancia 
nell’acque del Bosforo ! 

Giulio. — Oh l’orrendo sacrilegio ! 

Maso. — E chi poi tolse la sacra effigie dal fon- 
do del mare ? 

Demetrio.— Cose incredibili io narro, ma pur 
troppo vere. Una gran luce vidi fiammeggiare 
sul mare del Bosforo, e nello stesso tempo vidi 

10 stesso che la veneranda effigie sugli omeri di 
Celesti messaggieri fendendo lievemente l’ aere 
drizzavasi verso 1’ occidente , veleggiando al di 
sopra dell’ acque dell’ Egeo e mare Ionio. Po- 
teva io rimanere indifferente a tanto prodigio ? 
Fu perciò che incontanente ricordai a’ figli miei 

11 voto fatto , e con la sicura speranza di rive- 
dere, prima che chiudessi gli occhi alla terra, la 
miracolosa immagine, ci avviammo in queste oc- 
cidentali contrade. E mentre non pochi de’ su- 
perstiti concittadini sceglievano la città di Na- 
poli, come loro tranquillo rifugio;(26)noi a Napoli 
ci dirigemmo col pensiero che forse quella città 
tanto divota di Maria, sarebbe stata la fortunata 


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~ 57 “ 

ad accogliere si celeste tesoro. Nulla vi narro delle 
vicende del nostro viaggio da Costantinopoli a 
Napoli (27) Basterà solo il dirvi che illustrati da 
superna mente, avevamo ferma fiducia che sa- 
remmo stati consolati di riveder Colei, che era 
stata il nostro scampo da tanti pericoli. 

Maso. — Ed arrivaste finalmente in Napoli. 

Giulio. — E come poi vi rivolgeste a Giugliano? 

Demetrio. — Non sarà difficile l’ immaginarlo. 
Pervenuti che fummo a Napoli, sentimmo parlare 
di un’ immagine trovata presso il lido della di- 
strutta Cuma, la quale con chiari segni avea pro- 
digiosamente mostrato che sceglieva Giugliano 
per sua dimora. Dimandammo tosto di questa 
contrada assai più felice della casa che accolse 
l’Arca santa del Signore, e subito qui ne venimmo. 

Tommaso. — Ed ora non cerchiamo altro. 

Giorgio. — Avendo trovato Maria, abbiamo tut- 
to trovato. 

Demetrio. — Sì, figli miei , abbiamo tutto tro- 
vato. Ora sì, che dimentico tutte le pene soffer- 
te, e scenderò contento nella tomba. No, non più 
mi tormenta il pensiero del vostro avvenire. Voi 
amate questa celeste Regina, e da lei protetti, nes- 
suna cosa vi mancherà. Rammentiamo sempre i 
beneficii che Maria a noi concesse , e facciamo 
che sempre più viva sia la corrispondenza no- 
stra verso di Lei... O Maria.., Maria!., null’altro 

10 ora desidero che di veder nella patria beata 

11 tuo bel volto. 

Giulio. — Voi felici, o nobili e pietosi pellegrini, 
che di tanta sorte foste degni, ma ancor più for- 
tunati siam noi, perchè fra tanti popoli illustri e 


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- 58 - 

nazioni, trascelti fummo a porgere onore e cul- 
to a quella venerabile effigie , salvata dagli ol- 
traggi de’ Turchi. Non è forse questo un segno 
certo ed una testimonianza assai chiara di pre- 
dilezione e di favore per noi ? 

Maso. — Si, Maria predilige Giugliano. No, non 
ci aspettiamo da questa ospite Regina i finti te- 
sori che trasportavano i favolosi navigatori da 
Coleo in Argo, non oro, nè argento, nè copia di 
merci straniere, ma grazie e. grazie singolari. Se 
Maria predilige Giugliano, fa d’uopo che il po- 
polo di Giugliano prediliga Maria. Adoperiamo- 
ci a gara affinchè venga nel mòdo più tenero e 
maestoso amata ed onorata. Sia Maria delia Pace 
la nostra celeste Patrona.(28) Dedichiamo a Lei U 
nostro paese, le nostre campagne, le nostre per- 
sone ed averi, i nostri corpi e le anime nostre. 
Protetti da Maria, di che potremo temer noi? O 
popolo felice, o felice terra di Giugliano prescelta 
a tanta ventura ! O te beato cui appartiene que- 
sto simulacro ! 

Contadini. — Veramente siam lieti e beati! 

T UTTi. — Saremo ancora sempre grati e rico- 
noscenti. 

Maso. — E ben questa nostra Madre pietosa sa- 
rà sempre del pubblico e privato nostro bene , 
del corpo e dell’anima la nostra più valevole ga- 
rentia... 

Su dunque, tutti lieti e riconoscenti prostria- 
moci rispettosi al suolo. Pieni di vera fede scio- 
gliamo a Maria in questa prodigiosa sua imma- 
gine fervide preci, e con confidenza di teneri 
figliuoli intuoniàmo tutti insieme il cantico di a- 



— 59 — 

more, di lode e di ringraziamento. {Tutti s* in- 
ginocchiano verso V immagine, la scena sHl lu- 
mina, si gittano fiori , e si canta V Inno che 
segue) : 

Salve l — di mar lontano 
Passando ogni altra riva, 

Alle Cumane sponde 
Ben 'approdata, o Diva. 

O aure benedette l 
O evento fortunato , 

Che della tua immago 
Fe’ dono a noi si grato ! 

Contenta qui in Giugliano 
Di aver tua sede eletta , 

Mostra che a te fu sempre 
La terra prediletta. 

Son mille i dolci nomi 
Con che ti appella il mondo. 

Ma quel di Pace è a tutti 
Più caro, più giocondo; 

Chè la serena calma 

Spuntò per Te alla terra. 

Quando pe’ falli il Nume 
Era coll’uomo in guerra. — 

Ohi splendi a noi bell’Iri, 

Splendi dal eie! sereno, 

E quando il viver dura 
E quando ancor vien meno. 


Fine del terzo atto. 


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ANNOTAZIONI 


(1) Questo vien narrato da tutti gli scrittori, che trat- 
tano della caduta dell’ impero d’ Oriente. Vedi per 
tutti gli Annales Ecclesiastici del P. Oderico Rinaldi del- 
\ Oratorio di Roma Tom. XVII, ann. 1452 num. 16. 
Giova qui avvertire i nostri lettori che non solo in 
questo luogo, ma ancora in tutto il Dramma noi non 
abbiamo punto alterata la verità de’ fatti. Anche gli 
interlocutori, come si vedrà meglio in appresso, sono 
personaggi storici. 

(2) Pranza Giorgio, detto Franzes, era gran maestro 
della guardaroba, ed è l’ isterico di tutto queste disgra- 
zie accadute sotto i suoi occhi. Narra di sè stesso, che 
fu fatto schiavo con altri moltissimi, e che insieme 
a sua moglie e ai suoi figliuoli soffrì tutti i mali della 
schiavitù. 

(3) Si ritiene che Maometto II fosse nato da Amu- 
rat e da una madre cristiana, figliuola del despota dal- 
la Servia. Fin da fanciullo mostrava inclinazioni fu- 
neste, e in singoiar modo formidabili alla religione 
di quella che gli avea data la vita. Con quest’ odio 
implacabile e come naturale contro i Cristiani, ebbe 
altresì tutte le qualità che potevano renderlo funesto. 
Nulla fuvvi giammai in lui di mediocre in orgoglio, 
in dissolutezza, in ladroneccio, in atrocità di ogni ge- 
nere ed in empietà. Nemico forsennato del nome cri- 
stiano, fu tanto pericoloso, quanto che salì sul trono 
nell’età di ventun anno. Da IS. Antonino Arcivescovo 
di Firenze vien chiamato mistico anticristo. 

(4) Scrisse il Ducange nella storia delle famiglie au- 
guste che Andronico Paleologo nell’anno 1442 sposò, 
essendo vedovo, Azanina, figliuola di Paolo, e sorella 
di Matteo Azano, o Assano, i quali a quel tempo occu- 
pavano i primi po.sti nella corte. Azanina sopravvisse 
pochi mesi al marito Andronico, il quale lasciato l’im- 
pero , e preso il noine di Davide, si ritirò nel Mo- 
nistero di Adrianopoli nel 1471. Assai illustre era que- 

» 

: -;zoo Dy GoOglJ 


— 6i — 

sta famiglia Assania , che per la parentela imperia- 
le di Costantinopoli , si ebbe anche 1’ agnome di Pa- 
leoioga. Gli antenati di questa nobile casa dominaro- 
no Treballi e Corinto, c vennero annoverati tra i De- 
spoti della Grecia. Dopo la caduta di Constatinopoli un 
ramo di questa casa rimase in questa città, e si sa che 
alcuni Assanii furono adoperati dal Turco nell’esazione 
di varie gabelle, ed un altro ramo fuggì nella città di 
Napoli, tra cui Demetrio con i suoi figliuoli, come in 
seguito sarà detto. 

(5) Vedi Ducange, CosiantinopoUs Christiana. 

(6) A que’ dì reggeva la Chiesa Papa Nicolò V, e- 
letto il 6 marzo 1447, morto il 24 marzo 1455. 

(7) Nicolò V esortò i greci a ricevere i decreti del 
Concilio di Firenze, minacciandoli in termini che sono 
stati riputati profetici, che se prima di tre anni non 
si convertissero, verrebbero trattati come il fico del 
vangelo , reciso fino alla radice a cagione della sua 
sterilità. Intorno a che il celebre Giorgio Scolano, che 
poco dopo divenne patriarca di Costantinopoli sotto- 
il nome di Gennadio, così si esprime in Defens. lib. 
5 cap. 1 4 : « 0 maledizione terribile, e non meno pre- 
cisa cha efficace! essa è stata proferita l’anno 1451, 
e l’anno 1453, l’infedele Costantinopoli durante questi 
tre anni di prova, sempre più ostinata nello scisma, 
è divenuta ugualmente l’obbrobrio dell’universo, che 
la preda de’ suoi nemici. » 

(8) La marina de’ greci era anche meno formidabile 
che le loro forze di terra. Non avevano che sette gros- 
se navi e due galere, comandate dall’ ammiraglio 
Notaras , co’ vascelli di alcuni mercatanti armati in 
guerra. Giunsero anche tre grosse navi Genovesi, 
una speditadalla repubblica con cinquecento uomini ben 
armati, e le altre due, giunte poco prima sotto la con- 
dotta del nobile Genovese Giovanni Giustiniani, il 
quale valeva egli solo una flotta numerosa. I greci 
(somandati da Giustiniani facevano prodigi di valore 


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— 62 

fino a mettere in fuga la flotta ottomana con una per- 
dita appena credibile, mentre Maometto bestemian- 
do era per rimanere anch’ esso inghiottito dall’onde. 
Tentò allora di corrompere Giustiniani, il più sicuro 
baluardo di Costantinopoli, ma non riuscì. Tanto va- 
lore di Giustiniani si ecclissò ben presto al ricevere 
una leggiera ferita, ed allora mostra tutta la debolez- 
za di una donna timida, abbandona il suo posto, sen- 
za sostituire alcuno nel comando, non cura le esorta- 
zioni deir imperatore e prende vergognosamente la 
fuga. Secondo lo storico Pranza^ Giustiniani andò a 
morire a Galata,e finì non tanto per la infiammazione 
della sua ferita,- quanto per il dolore più crudele de’ 
suoi rimorsi, allorché quest’eroe, il quale non avea 
cessato di esserlo che un solo momento, ebbe rimirato 
a sangue freddo l’eterno obbrobrio che avea impresso 
al suo nome. 

(9) Celebre e prodigiosa era l’ immàgine di Maria 
SS. venerata in Costantinopoli nel Tempio detto de- 
gli Odegi. Vedi per tutti Riccardi, Storia dei Santuarii 
di Maria SS. N^oli 1845, par. l, passim . — 

(10) Allorché Nicolò V avvertì i (jreci, essi ben lun- 
gi dal rientrare in sé stessi, scrissero in quello stesso 
anno 1451, in nome della loro Chiesa, che nomina- 
no la madre e la maestra di tutti gli ortodossi, per 
congratularsi in termini espressi cogli eretici di Boe- 
mia, sulla loro alienazione dalle novità romane, e sul- 
la loro costanza nella vera fede. Nello stesso tempo 
gl’ invitarono a riunirsi colla Chiesa orientale, non 
già, dicevano essi, secondo la biasimevole unione di 
Firenze, in cui è stata tradita la verità, ma bensì se- 
condo gl’ immutabili decreti dei Padri , che inviola- 
bilmente da’ Greci vengono sostenuti. Sembra però 
che l’imperatore Costantino Paleologo non avesse par- 
te alcuna in questo scandaloso invito. Anzi rispon- 
dendo agli avvertimenti del sovrano pontefice, scrisse 
che gemeva egli stesso sulla- cecità dei suoi sudditi ; 


J 



— 63 — 

che nello stato in cui avea trovato V impero nel sa- 
lire sul trono, non gli era stato possibile di obbligar- 
li a sottomettersi alle decisioni di Firenze ; ma che 
era però risoluto di farlo il più presto che fosse possibile. 

(11) Narrano gli storici che Maometto, giusto esti- 
matore del coraggio di Costantino , ordinò che fosse 
cercato il suo corpo , e gli fe’ fare magnifici fu- 
nerali. Costantino, decimoquinto di questo nomo, fu 
l’ultimo imperatore de’ Greci, e con lui terminò l’im- 
pero di Costantinopoli dopo un assedio di cinqn anta- 
sette giorni. Quest’ imperatore era nel cinquantesimo 
anno dell’età sua, e nel auinto del suo regno. L’im- 
pero , a contare dalla dedicazione di Costantinopoli , 
fatta dal gran Costantino il 19 di maggio 330, sussi- 
stette millecentoventitrè anni; ed ebbe per primo e 
per ultimo imperatore due principi del nome Costan- 
tino. Tratto assai debole di somiglianza, ma che pu- 
re è il solo in cui possono insieme paragonarsi il prin- 
cipio e il fine di esso ! 

(12) Questi ed altri eccessi di barbarie che fecero i 
Turchi allorché si resero padroni di Costantinopoli 
vengono narrati dagli storici. Vedi per tutti l’Abate 
Berault — Bercastel, Storia del Cristianesimo Ediz. pri- 
ma nano! it. 1839 voi. Vili pag. 328 e segg; Rohrba- 
cher, ^oria universale della Chiesa, Torino 1863 voi. 
XI, 583; Ducas, Stoi'ia dell impero greco, cap. XXXVIII; 
Formanti, Raccolta delle Historie delle vite degl'impera- 
tori ottomani, Venezia 1684, voi. XI, p. 583; Fran- 
cescantonio Soria fece la traduzione italiana dal fran- 
cese della Storia del regno di Maometto II composta 
da Giorgio Guillet, -cui aggiunse erudite annotazioni, 
e pubblicolla in Napoli nel 1771 in tom. 2 in 4°. 

(13) Il sobborgo , ossia la piccola città annessa a 
Costantinopoli, chiamata Pera o Galata, fu vilmente 
penduta lo stesso giorno da’ Genovesi, antichi posses- 
sori di essa, ed anche prima che loro ne fosse fatta 
Tintimazione, quantunque fosse fortissima. Anzi duran- 





64 

te l’assedio della città imperiale, quei soldati mercan- 
ti preferendo il lucro alla gloria, mantenevano la pa- 
ce col gran Signore; cosa che aggravò il sospetto che 
essi avessero rivelato il progetto formato poco prima 
di bruciare la flotta; e terminò d’infamarli per tutto 
r universo. Con tutto ciò dovettero piegarsi al giogo 
ottomano , e di alleati che prima erano , divennero 
sotto un governatore turco servi tributarii. 

(14) Maometto per animare i soldati, promise loro 
di abbandonare per tre giorni la città al saccheggio 
e a tutti gli eccessi, e di dare il governo a colui che 
vi monterebbe il primo. Non ne eccettuò che 1’ in- 
cendio , perocché disegnava di farne la capitale del 
proprio suo impero. Con questo tratto d’ inumanità , 
accoppiando egli la osservanza della religione che di- 
sprezzava, ma che sapeva far servire ai suoi fini, in- 
giunse a tutte le sue milizie di digiunare fino a sera 
pel corso di tre giorni, di tener fiaccole accese in 0 - 
nor deir Eterno , di purificarsi col bagno e di orare 
con ardore, a fine di ottenere la vittoria. 

(15) Riccardi, Storia de Santuarii di Maria SS. Na- 
poli 1845, tom. I. p. 267. 

(16) Leone III soprannominato l ’ Isaurico deliberò 
di menare ad effetto il disegno del famoso monoteli- 
ta Bardane, di proscrivere il culto delle immagini. 
Nell’anno decimo del suo regno, correndo la IX in- 
dizione pubblicò un editto, col quale aboliva in tutto 
l’impero l’ immagini di Gesù Cristo, della Vergine , 
degli Angeli e dei Santi^ vietando sotto pena della vi- 
ta a tutti i suoi sudditi di tenerle in qualsiasi luogo. 
Grandissima fu la distruzione che si fece delle sacre 
immagini nel tempo di questa frenetica persecuzione. 

(17) Franza essendo stato riscattato a Lacedemone, 
entrò al servizio del principe Tommaso, che gli do- 
nò alcune terre, ed impiegollo in diverse ambascerie. 
Egli stesso narra che sua moglie fu anch’essa cattiva 
unitamente ai due suoi figliuoli, un maschio ed una 


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— 65 — 

femmina , che Maometto comperò a carissimo prez- 
zo dal suo scudiero, perchè erano d’una figura e d’un 
indole assai piacente. Il maschio, in età di quindici 
anni, perdette la vita per una causa onorevole a lui, 
ma vergognosa all’ infame suo tiranno. La donzella 
mori di peste nel palazzo imperiale, e la sua madre 
finalmente venne riscattata. 

(18) Per la verità storica notiamo che i Turchi cre- 
dettero di far tutti questi oltraggi al Cardinale Isido- 
ro , ma non fu così nel fatto. Egli divenuto prigio- 
niero, si riscattò, come molti altri, pel tenue prezzo 
di cinquanta ducati, perchè non era conosciuto. V. 
Aen. Sylv. Conmcnt. I. Avendo poi trovato nella fol- 
la dei morti il cadavere di un uomo che gli somiglia- 
va, si vestì con gli abiti di quello, e sopra di lui mise 
i propri! col suo cappello rosso, rifuggendosi poi nel- 
la chiesa di Santa Sofia , ove non andò guari che fu 
arrestato. Stette tre giorni nel campo de’ Turchi, e 
j)OÌ pagato il suo riscatto, senza essere conosciuto, er- 
' !‘ò qualche tempo sul mare, giunse a Scio, quindi in 
Creta e finalmente in Roma. Tutti gli oltraggi perciò 
vennero fatti ad un cadavere ricoperto dalle soli in- 
segne della dignità cardinalizia. 

Infelice invece fu la sorte del greco ammiraglio No- 
taras. > Costui per farsi merito presso Maometto andò 
egli stesso ad arrendersi coi due suoi figliuoli, presen- 
tandogli un grande tesoro in oro ed in gemme. Il 
sultano gli rimproverò la perfida sua avarizia, che a- 
vea privato il suo principe naturale di un soccorso 
necessario alla difesa stessa della sua corona e de’ suoi 
giorni. E sul fatto lo fe’ strascinare incatenato alla 
gran piazza della città, ove fu pubblicamente deca- 
pitato coi due suoi figliuoli. 

( 1 9) Giugliano in Campania ne’secoli di mezzo fu un 
Feudo Longobardo diviso in più parti e posseduto da 
varie nobili famiglie. Tra gli antichi possessori di que- 
sto feudo vi fu la famiglia Carbone che 1’ acquistò 

Il Simulacro, 5 


DiQitìZOu uy 



— 66 — 

nel 1403, e cominciò allora^a chiamarsi il Feudo dei 
Carboni. Nel 1404 il Re Ladislao facendo donazioni 
e conferme di feudi e casali a coloro, che erano stati 
a lui fedeli, confermò anche Masone Carbone nel Feu- 
do di Giugliano. Vedi Basile Agostino, Memorie istoz 
riche della terra di Giugliano, 1800, pag. 123. 

(20) La città di Guma fu totalmente distrutta nel 
1207, e molti profughi Gumani trasmigrarono a Giu- 
gliano. Vedi i Cenni storici sulla Distrutta Città di Cu- 
ma di Camillo Minieri Riccio, 1846. 

(21) Basile, Op. cit. cap. I. pag. 1 e segg. 

(22; Non pochi sono gli antichi ruderi provenienti 
da Guma che si vedono in Gii^liano. Ricordiamo so- 
lamente i tre classici ruderi affissi al Campanile del- 
la Chiesa Collegiata di S. Sofia. Uno rappresenta lo 
stemma dell’ antica città di Guma , adottato poi da 
Giugliano, cioè una donna pregnante che giace al suo- 
lo dormendo, col motto inciso intorno Cumana pro- 
gcìiies ; l’altro rappresenta l’immagine di S. Sofia co^ 
motto Populus Gumanus hic sperai in Divam ; il ter- 
zo rappresenta l’ immagine del Sole , in memoria di 
Apolline, antico nume tutelare di Guma. Bellissimo 
è questo Campanile terminato nel 1785 su disegno del 
celebre architetto Nicola Campitelli; e pur troppo è 
a dolere che dopo appena un secolo per ragione del- 
l’allargamento del Corso Campano siasi approvata la 
demolizione di questa che va tra le principali opere 
moderne di quella città. 

(23) Piace qui riferire le parole del Basile, Op.ciY. pag. 
297: « Quel che per tradizione sappiamo si è, essere sta- 
to (piesto simulacro uno di quelli, che nella perdita di 
Costantinopoli sotto Maometto II nel 1453 furono but- 
tati in mare , e per divina disposizione cacciato esso 
nel nostro lido di Guma, fu ritrovato da alcuni marinai, 
i quali lo portarono in Giugliano, dove giunti si sen- 
tirono oppressi da un insolito peso, che li costrinse o 
riporlo nella prima Chiesa, che si fece loro avanti. > 

Vedi le prove tradizionali sulla venuta in Giuglia- 



— 67 — 

no di questo simulacro nelV Appendice al mio lavoro 
La SS. Vergine della Pace o della Pietà ventata nella 
città di Giugliano, Napoli 1877, pag. 22 e segg. 

(24) Moltissime sono le grazie ed i miracoli opera- 
ti da Dio per intercessione di Maria, invocata in quel 
simulacro di Pace. La guarigione del cieco, avvenuta 
però in tempo posteriore all’ arrivo di quell’ immagi- 
ne, vien attestata dal Vescovo di Aversa Nicola Spi- 
nelli, Vedi la Relazione dello Spinelli al Capitolo Va- 
ticano per impetrarne l’incoronazione nel citato lavo- 
ro La SS. Vergine della Pace, pag. 27. 

(25) Tenerissimo è il culto de’ Giuglianesi verso 
quella santa Effigie, e ben l’attesta la solennissima fe- 
sta che ne celebrano nel lunedì di Pentecoste. L’im- 
menso concorso de’ forestieri mostra la grande fidu- 
cia e devozione di altri paesi per quell’immagine. Si è 
sempre chiamata col bel titolo di S. Maria della Pace. 
(• 26 ) Molti furono i signori e i dotti della Grecia, 

i quali con alcuni mercanti stranieri trovarono mez- 
ra nella confusiorfe dell’assalto, di gettarsi entro a cin- 
[ue navi, e di salvarsi nella Morea. Essendosi offer- 
0 il Papa di compensarli, per ^anto era possibile, 
ella perdita della loro patria, Emanuele Cfrisolora, 
Giovanni Lascaris, Giovanni Giorgio di Trebisonda, 
Omonimo di Sparta, Gregorio Tifena, Martullo, Teo- 
ìsio. Gaza, ed altri non pochi approdarono in Ita- 
i, e di là si sparsero presso tutti i popoli e i prin- 
)i d’ Europa. La città di Napoli, tenuta sempre co- 
! emporio di greca coltura e porto di negozianti 
ici, a preferenza di altro, accolse nel suo seno as- 
benignamente i dotti greci profughi nella caduta del- 
ipero. Sappiamo del Gaza tanto stimato da Elio 
•chese, e dal Pontano, di Manilio Ralles e di Miche- 
darullo, 1’ uno di Sparta e l’altro di Gostantinopo- 
3Ìie venuti a Napoli si strinsero in grande amici- 
co’ nostri letterati, e fecero rifiorire tra noi gli 

ii greci. 


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— 68 — J 

(27) L’arrivo a Napoli di Demetrio Assanio con i 1 
figli Tommaso e Giorgio vien attestato da non pochi | 
scrittori e confermato da autentici monumenti. Ciò se- 

a’ tempi di Ferdinando I. d’ Aragona, il quale 
in certo modo regnava insieme col suo figliuolo Al- 
fonso, duca di Galaliria. Dai Re Aragonesi furono be- 
nignamente accolti, ottennero posti nella regia corte, ed 
essi si mostrarono loro sempre grati e fedeli. La Ghie - 1 
sa Greca esistente in Napoli, oggi detta di SS. Pie- 
tro e Paolo si ritiene fondata nel 1518 da Tommaso" 
Paleologo, figliuolo di Demetrio. Vedi Gian Vincen- 
zo Meola, Delle Istorie della Chiesa Greca in Napoli e- ' 
sistente, 1790, pag. 35. Nella Chiesa di S. Giovanni i 
Maggiore ih Napoli vi ha una lapide marmorea chci! 
facendo menzione del detto Tommaso, bellamen- ‘ 
te ricorda la nobile origine , le gloriose imprese e la 
venuta in Napoli di questa Paleo Ioga Famiglia. EccO' 
r ^igrafe : 

Thomas Demetrti F. Assanius Paleologus Senato- i 
mi Via Ordinis e Bizantio cujos Màjores Regum af-^ 

FINITATE CLARI TreBALLIS ET CORINTHI DoMI'NaTI SUNT.' 

Eversa a Turgis PATRIA PUER ad Reges Neapo- 
LiTANOs Auagoneos Deddctus Honesto semper Habi- 
tus LOCO Fortunam eorum ad extrema terrarum dum 
vixerb non deseruit. De.mum senex Reversus Ar.\m 
DivìE genitici de suo P. An. Sal. Hominum MDXXHI. 
Vedi anche Galante, Guida Sacra della Città di Napo- 
li, 1873, p. 332, La detta lapida in questo ultimo 
restauro della Chiesa è stata vandalicamente spezzata. | 

(28) Con Rescritto ottenuto dalla sacra Congrega-! 
zione de’ Riti nel 7 Maggio 1745 la Vergine SS. del- 
la Pace veniva ^dichiarata Patrona della città e del po- 
polo di Giugliano. A dì poi 25 Maggio del 1849 dal- 
l’illustre Mona. Giuseppe. Asse mani Delegato del Ca- 
pitolo Vaticano veniva solennemente incoronata. 

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